Droga, dai casi di Pamela e Desirèe
al cattivo esempio di Rocco Schiavone:
tra disinteresse e contrasto di facciata

IL CASO della 16enne uccisa a Roma richiama quanto successo a Macerata lo scorso gennaio. Ma la prevenzione interessa davvero se all'incontro con don Merola a Civitanova era assente l'intero corpo insegnanti, compreso il dirigente e pure i genitori non hanno partecipato? Il sistema normativo non aiuta le forze dell'ordine ma incentiva lo spaccio. Le associazioni puntano a predisporre un progetto di modifica delle leggi attuali coinvolgendo i parlamentari disponibili
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L’avvocato Giuseppe Bommarito

 

di Giuseppe Bommarito*

Difficile sfuggire alla sensazione che poco o nulla, nel contrasto alla sempre maggiore diffusione della droga soprattutto tra i giovanissimi, sia cambiato dopo l’orribile morte di Pamela. A livello nazionale la tristissima vicenda di Desirèe ha drammaticamente riproposto proprio in questi giorni la tragedia scaturente dall’esplosiva miscela tra droga, immigrazione incontrollata e controllo assoluto di porzioni del territorio da parte di bande di spacciatori senza scrupoli.

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Desirée Mariottini, la ragazza di Cisterna Latina trovata morta a Roma, aveva 16 anni

A livello locale, dove le forze dell’ordine stanno facendo miracoli (tanto di cappello per l’ulteriore operazione contro i negozi della cannabis light) purtroppo vaneggiati dalle normative esistenti, è arrivata sempre nei giorni scorsi l’ennesima morte per overdose, che non deve stupire in quanto le cronache provinciali sono costantemente piene di notizie riguardanti soggetti italiani ed extracomunitari denunziati per attività di spaccio, di accoltellamenti e risse per dosi non pagate, di operazioni della Polizia, dei carabinieri, della Guardia di finanza, di salvataggi in extremis, a dimostrazione del fiume inesauribile di droga che scorre e uccide dalle nostre parti.
Alcuni brevi dati per dimostrare la drammaticità della situazione di casa nostra. Le Marche sono sempre ai primi posti (ben al di sopra della media nazionale di 5,2 decessi per milione di abitanti) nella macabra graduatoria nazionale del tasso di mortalità per overdose: ben 13 decessi, di cui addirittura 6 nella sola provincia di Macerata.

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Pamela Mastropietro

A fronte di questa catastrofe (che testimonia un fenomeno completamente sfuggito di mano) c’è un Comitato in Prefettura che si sta sforzando, grazie anche all’energica azione del nuovo prefetto Iolanda Rolli, di incentivare e razionalizzare l’attività di informazione e prevenzione nelle scuole e nei vari Comuni della provincia. Fortemente impegnati a tale livello sono le stesse forze dell’ordine, le comunità terapeutiche, le associazioni di volontariato, i Comuni più importanti, il Dipartimento dipendenze patologiche, il Provveditorato agli studi.

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L’attore Marco Giallini nei panni del vicequestore Rocco Schiavone

Ma – diciamo la verità – quanto si sta facendo è sempre troppo poco rispetto all’enorme gravità della situazione, all’offerta costantemente in aumento e al bombardamento continuo di notizie e di messaggi che tendono a banalizzare e a minimizzare il problema (proprio in questi giorni, tanto per dirne una, è tornato con una serie di sceneggiati sulla principale rete della televisione pubblica il vicequestore Rocco Schiavone, il quale ogni mattina in ufficio si fuma uno spinello, con buona pace del Dipartimento nazionale antidroga che da anni urla che la cannabis attualmente in commercio è una bomba chimica devastante soprattutto per il cervello ancora in fase di formazione degli adolescenti).
Inoltre, ad aggravare lo stato delle cose, in provincia permane sempre scarsa l’attenzione data dalle principali agenzie educative (le famiglie, la scuola, la chiesa, le associazioni sportive) al problema delle dipendenze, che pure costituisce il maggior pericolo per le giovani generazioni e dovrebbe quindi essere in cima alle preoccupazioni di tutti.

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Don Merola

La scorsa settimana, ad esempio, si è svolta presso il liceo Scientifico di Civitanova un’iniziativa di prevenzione con la presenza di don Luigi Merola, sacerdote napoletano da anni in prima linea a Napoli, a rischio della propria vita, nel contrasto alla droga e alle organizzazioni criminali che gestiscono questo commercio infame e altamente redditizio. L’iniziativa, aperta non solo agli studenti ma anche all’intera cittadinanza, era prevista per la mattinata del sabato per l’impossibilità di avere un’altra data utile da parte del relatore. Ovviamente essa era stata programmata da tempo con i vertici dell’istituto scolastico, che avevano detto di apprezzare il dibattito e avevano garantito una specifica attività di sensibilizzazione dei ragazzi (in quella scuola la settimana scolastica finisce infatti il venerdì). Ebbene, i ragazzi presenti sono stati pochissimi, ma a brillare particolarmente in negativo sono state le clamorose assenze del dirigente scolastico e della quasi totalità del corpo insegnante, evidentemente talmente disinteressati rispetto al problema da non poter sacrificare nemmeno un paio di ore di un giorno non lavorativo per venire a sentire don Merola, che si era invece sobbarcato un viaggio di centinaia di chilometri per arrivare dalle nostre parti. Uno schifo, insomma.

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Gli spettatori all’incontro con don Luigi Merola a Macerata

Clamorosamente assenti però sono stati anche molti genitori che evidentemente hanno ritenuto di privilegiare altre priorità. Se si pensa che proprio con riferimento a Civitanova, e proprio due giorni prima del dibattito in questione, su tutti i giornali era uscita la notizia dell’ennesima operazione delle forze dell’ordine che avevano individuato diversi spacciatori e ben 52 ragazzi, la gran parte dei quali minorenni, come assuntori, si rimane sconcertati. Non a caso don Luigi Merola si è chiesto: almeno quei 104 genitori non avrebbero dovuto essere presenti per informarsi e cercare di capire i motivi e le possibili conseguenze del terribile percorso intrapreso dai loro figli?
Se la prevenzione e l’impegno educativo – che dovrebbero essere i pilastri della strategia di contrasto alle dipendenze – si manifestano come largamente insufficienti (da noi, peraltro, come dappertutto), altrettanto deve tuttavia dirsi anche a proposito dell’attività di repressione, quella svolta sul campo tutti i giorni dalle forze dell’ordine.

Non è qui in discussione l’attuale impegno della Questura di Macerata e dei comandi provinciali dei carabinieri e della Guardia di finanza, che, anzi, sono in continua attività e mettono brillantemente a segno centinaia di operazioni al mese contro i pusher e le reti dei trafficanti (dimostrando – sia detto qui per inciso e senza spirito polemico – che forse anche prima della morte di Pamela si poteva fare qualcosa di più). E’ in discussione, a mio avviso, l’impianto complessivo delle leggi penali che dovrebbero reprimere i reati connessi alla droga e che invece, a mio avviso, di fatto li favoriscono, costringendo le forze dell’ordine a muoversi simbolicamente con un braccio legato dietro la schiena e quindi, in pratica, a girare costantemente a vuoto.
Senza scendere troppo nei dettagli tecnici, va detto infatti che, relativamente ai reati di spaccio di droga, ben quattro provvedimenti cosiddetti “svuotacarceri” succedutisi, in una continua escalation, dal 2010 sino al 2018, hanno di fatto reso quasi impossibili sia la carcerazione preventiva (quella che si effettua prima del processo) che quella definitiva (a processo ormai ultimato), impedendo arresti e dando spazio sempre maggiore a misure alternative (arresti domiciliari, affidamento in prova, liberazione anticipata, detenzione domiciliare eccetera) che di fatto hanno reso il sistema, anziché deterrente, chiaramente incentivante. Le forze dell’ordine girano clamorosamente a vuoto – e ciò evidenzia che in Italia vige un sistema proibizionistico solo di facciata – perché la stragrande maggioranza delle persone fermate e denunziate per spaccio entra in Questura o in caserma e ne esce il giorno stesso, i pochi arrestati in flagranza fanno un brevissimo soggiorno in qualche camera di sicurezza o in carcere (nemmeno sempre) e poi anch’essi escono, tutti pronti a spacciare di nuovo, allegramente e serenamente. In pratica, l’attuale sistema repressivo in materia di droga è divenuto una pacchia per le migliaia di pusher italiani e stranieri in giro per l’Italia e costantemente impegnati a fare tanti soldi e a distribuire morte anche a ragazzini che ancora puzzano di latte.
Tra l’altro, le persone che infine (con i tempi lunghissimi della giustizia italiana) vanno a processo vengono nella maggior parte dei casi perseguite, con benefici facilmente intuibili, per la cosiddetta cessione di droga di lieve entità, quella relativa cioè al singolo caso specifico che ha portato alla denuncia o al fermo.

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Innocent Oseghale

Mentre invece quasi sempre i pusher hanno sulla coscienza centinaia di cessioni e, se ogni volta si verificasse seriamente la situazione con indagini sui cellulari e i necessari riscontri investigativi, si passerebbe all’ipotesi grave, che porta a condanne di ben altra entità (come, ad esempio, è stato possibile, ma solo per caso, nella vicenda dei due nigeriani inizialmente accusati, insieme ad Oseghale, dell’omicidio di Pamela, i cui cellulari sono stati attentamente “radiografati” proprio nell’ambito del procedimento per omicidio, portando così a dimostrare una imponente e reiterata attività di spaccio).
A questo punto, se fossimo in un dibattito pubblico, i miei amici e colleghi avvocati penalisti mi direbbero: “Ma che vai farneticando? Le carceri scoppiano, e tu dovresti sapere per quale motivo: sono strapiene di detenuti incarcerati per reati di spaccio, quindi la storia della legislazione penale che favorirebbe lo spaccio è solo una favoletta diffusa ad arte per demolire l’impianto garantista faticosamente costruito in tanti anni.”
Ora, a parte il fatto che, se gli istituti penitenziari di tanto in tanto divengono sovraffollati, così rendendo periodicamente inevitabili i vari provvedimenti svuotacarceri, nulla impedirebbe, come avviene in tutti i paesi occidentali, di costruirne di nuovi, va aggiunto che coloro che dopo anni di “lavoro” sul fronte dello spaccio vanno a finire dentro (si tratta solo quelli che si fanno beccare ripetutamente, per cui alla fine i vari benefici non possono più applicarsi a loro favore) costituiscono, secondo le statistiche, non più del 10 per cento di coloro che spacciano nel nostro paese (a tale risicata percentuale ammonta infatti la droga complessivamente intercettata ogni anno in Italia dalle forze dell’ordine).
Sicchè anche il dato della popolazione carceraria e, nello specifico, dei detenuti per droga, lungi dal dimostrare l’insensatezza di chi chiede una svolta profonda nell’attuale sistema (falsamente) repressivo relativo al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, dimostra, indirettamente ma con grande evidenza, quanto sia vasta in assoluto la platea dei soggetti italiani e stranieri dediti in maniera continuativa ad attività di spaccio liberi di circolare e di spacciare senza sosta e senza pietà. E quanto sia urgente intervenire per cambiare il sistema attuale, di certo gradito alle varie mafie, protagoniste e beneficiarie indiscusse del grande affare della droga.
Insomma, pur ribadendo ancora una volta l’importanza centrale della prevenzione e della attenzione educativa da parte di tutte le agenzie a ciò preposte, non v’è dubbio che sia folle, come instancabilmente ripetono le anime belle politicamente corrette, sostenere che in materia di droga la repressione (quella vera, però, non quella finta oggi in atto) non serva. Una sana repressione, infatti, che renda non più conveniente delinquere in materia di droga, come avviene oggi, costituirebbe la migliore e più valida forma di prevenzione.
Ecco quindi la sfida vera, che dovrebbe impegnare tutti trasversalmente, a prescindere dall’appartenenza ai vari schieramenti politici: arrivare a proporre al Parlamento una serie di modifiche legislative che portino ad elevare la pena base per l’attività di spaccio di tutte le droghe (tutte le droghe sono pesanti), riducendo drasticamente l’ipotesi lieve (non dimentichiamoci che ogni singola cessione di droga è potenzialmente mortale ed è comunque sicuramente lesiva), e ad assicurare la certezza effettiva della pena, sfoltendo ampiamente tutta la selva di benefici premiali che attualmente sorreggono e incentivano l’attività dei pusher sia in fase di indagini preventive che di dibattimento e di esecuzione della pena. In pratica, con il supporto di nuove leggi, arrivare a garantire non più, come oggi avviene, l’impunità dei delinquenti, ma i cittadini, soprattutto i più giovani, i nostri figli.
Accanto alla prevenzione da portare avanti ad ogni livello, questo sarà l’impegno dei prossimi mesi che vedrà interessate tutte le associazioni disposte a fare rete e a interloquire con i nostri rappresentanti alla Camera e al Senato della Repubblica, nessuno escluso. Chi condivide, si faccia avanti.

* presidente dell’associazione “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza” 

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