La città perduta dei piceni,
mistero a cielo aperto sul Monte Castro

REPORTAGE – A Cessapalombo un tesoro ignorato da mezzo secolo e tramandato dalla tradizione popolare e dalla letteratura settecentesca, che lì collocava Cupramontana. Patrizio Guglini, titolare del Giardino delle farfalle, ha ricominciato a portare sull’altura i visitatori grazie alle Passeggiate letterarie. La sua passione potrebbe riscrivere la storia del territorio

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A sinistra Patrizio Guglini ed Enrico Tassetti. Sullo sfondo il monte Castro. Il profilo ricorda una donna distesa con i piedi rivolti verso est

 

di Federica Nardi

A Cessapalombo, da secoli, la chiamano “La città”. Sul monte Castro affiora un insediamento di enormi dimensioni: dieci chilometri quadrati di resti, terrazzamenti e mura. «Potrebbe essere la Cupra Picena, c’è solamente da scavare», dice Patrizio Guglini, titolare del vicino Giardino delle farfalle, nella frazione di Montalto. È lui che da giugno, dopo anni di ricerche, ha ricominciato a portare i visitatori sull’altura. Della città perduta ne ha sentito parlare fin da bambino. Il nonno, Ubaldo, partecipò ai primi e unici scavi, nel 1956.

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Alcuni frammenti

NOMEN OMEN – Il monte Castro, tra il monde Codardo e il Rivellino, al confine tra Cessapalombo e San Ginesio, prende il nome dal “castrum”. Un insediamento fortificato dalla natura ancor prima che dall’uomo. La posizione infatti è eccellente per il controllo e la difesa. Dopo una ripida e breve salita che conduce a 716 metri sopra il livello del mare, il visitatore si trova di fronte un “falso piano”, quasi collinare, da cui si osserva con stupore tutta la valle fino al costiero monte Conero. La zona è ricoperta di frammenti dell’antica fortificazione che a occhi inesperti sembrerebbero sassi di poca importanza e la vegetazione nasconde un’ampia cinta muraria che sul lato est si estende ben al di là dell’altura, fino a Cessapalombo. Del fatto che questo monte dove qualcuno scorge la silhouette di una dama dormiente ospitasse una delle città perdute dei piceni ne era certo il capitano di Marina e archeologo per passione Armando Annavini. Nel 1956 convinse un mecenate a finanziare gli scavi alle pendici dell’altura, portando alla luce una ceramica greca, diversi contenitori e la tomba di un guerriero con le armi piegate. Una “firma” dei celti, un modo rituale per togliere alle spade la loro funzione, ma che non esclude che il contesto sia piceno. I contatti e le contaminazioni tra i due popoli erano all’ordine del giorno. Annavini seguì l’istinto ma soprattutto il toponimo del monte (castro, cioè città fortificata). Quasi da leggenda. Lo stesso nome popolare aprì un acceso dibattito, nel XVIII secolo, sulla collocazione di Cupramontana (poi aggiudicata al comune che attualmente ne porta il nome, nell’Anconetano). Ma il dibattito sulla collocazione della città non è affatto esaurito. Paolo Morichelli Riccomanni, studioso dell’epoca, la attribuiva proprio all’area di San Ginesio. “Della Cupramontana ginesina” è il titolo del suo volume, custodito nella biblioteca del Comune. Una delle poche testimonianze scritte prima che la storia si scordasse del segreto a cielo aperto del monte Castro.

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Gli scavi di Annavini una foto dell’epoca

 

L’AMO – «Ho visitato il sito la prima volta quando ero bambino perché mio nonno aiutò Armando Annavini a fare gli scavi – racconta Guglini -, ed essendo una persona di passione per quanto riguarda la storia sono stato spinto a visitare il posto. Ma soprattutto non l’ho visto, ma l’ho “sentito”. Come lo sento oggi. Il fascino di questa altura mi ha suggestionato. Diversi anni fa il sindaco Gianmario Ottavi generosamente mi regalò il carteggio tra Annavini e la Soprintendenza. Dicendomi: vedi un po’ tu cosa ne puoi fare. Ha buttato là l’amo. Certo non immaginava di ciò che ci saremmo “inventati”».

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Fabiana Tassoni, durante la passeggiata, raccoglie le erbe e prima di donarle ne racconta usi e leggende ai partecipanti

“La città”, grazie alla passione di Guglini, è infatti diventata la meta favolosa dell’ultimo libro di Enrico Tassetti “Arathia” (Giaconi editore) e la meta reale delle passeggiate letterarie – la prossima il 9 agosto – che partono dal Giardino delle farfalle e arrivano sul vicino monte Castro. Non sono semplici escursioni: i passi sono cadenzati dalla lettura del volume di Tassetti, rievocazioni, spiegazioni sulle origini del “castrum” (curate dal giovane archeologo Fabio Fazzini) e sulla natura (Fabiana Tassoni, la moglie di Guglini, è l’”iniziatrice” ai misteri delle erbe nostrane). Per finire, tornando al Giardino, viene servita una “cena picena” dove tutto, dal vino al pane, profuma di buono e di antico. In più, da settembre inizieranno i lavori per il Nordic walking park che raggiungerà anche il monte Castro. «Ci stiamo lavorando da anni. Un po’ saltuariamente perché nel mezzo abbiamo avuto un po’ di rotture di scatole, tipo il sisma – ironizza Guglini -. Però è servito anche a noi per rafforzare il coraggio e la lungimiranza rispetto agli obiettivi del Giardino. Questa struttura non è solamente ambiente ma è tutto ciò che l’ambiente ha. Compresa l’archeologia e l’enogastronomia. Sento che sul monte Castro c’è qualcosa di grande e serio, che può dare uno sviluppo turistico a questi luoghi e dar da mangiare a tanta gente. Si possono aprire nuovi fronti di lavoro. Mi stanno sostenendo diverse grandi aziende. A settembre faremo il business plan del 2019 e vorrebbero finanziare alcuni progetti per i quali si vedrà se si potranno fare o meno degli scavi».

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La risalita verso il monte Castro (foto di Luca Marcantonelli)

 

L’ORO – L’archeologo che guida le Passeggiate letterarie, Fazzini, non sa se sul Castro si nasconda o meno la Cupramontana di Riccomanni o un’altra città da ascrivere al culto della dea picena Cupra. Prestando i suoi occhi da esperto agli ospiti del Giardino, riesce a far vedere mura dove restano solo grandi pietre e capanne circolari dove si ammucchiano i cocci.

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Fabio Fazzini indica alcuni resti della fortificazione

Dalle sue parole trasuda l’entusiasmo di chi scopre l’America. «Qui abbiamo l’oro», afferma con certezza. «Strati intatti che consentirebbero uno studio approfondito dell’insediamento». E non è l’unico a pensarla così. Emanuela Biocco, archeologa di Matelica che ha osservato il sito da valle durante una visita con la famiglia al museo gestito da Guglini, è rimasta impressionata dalla vastità dell’area archeologica. «Di insediamenti di questo tipo ne abbiamo trovati nella zona di Treia, Pievebovigliana, Esanatoglia e sul fondo valle di Matelica. Il sito del monte Castro a me è sembrato piuttosto grande e potrebbe anche esserci un santuario. Quel posto è un sito d’altura con una posizione strategica ed è anche lo sbocco dei valichi montani. Quindi permetteva il controllo di ogni movimento fino a valle». Nella zona scorre anche un fonte: la fonte Fortuna. «L’epiteto fortuna è tipicamente romano, e si riferisce all’omonima dea – spiega Biocco -, ma può indicare anche l’eredità di un culto femminile più antico».

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CUSTODI DEI SIBILLINI – La passione di Guglini per il monte Castro è inscindibile da quella per tutta l’area del Parco dei Sibillini. Il luogo di cui si occupa da anni insieme alla moglie, il Giardino delle farfalle, rischiava però di scomparire dopo il terremoto. Con tanta fatica ma anche un sostegno senza confini dopo che la struttura non ha retto alle scosse, Guglini e la moglie hanno riaperto l’8 aprile. L’amore e la passione smodata per la zona ha convinti anche Fabiana, che inizialmente voleva trasferisrsi, a restare. E “La città” sul monte fa parte del loro progetto a lungo termine.

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Patrizio Guglini, subito dopo la passeggiata, si fa subito trovare in veste di chef per la Cena picena

«Il sisma ci ha messo in ginocchio, ci ha fatto provare cosa vuol dire non avere più “le gambe” – racconta Guglini -. Ma non ho mai perso l’obiettivo. Facciamo fruttare le esperienze positive: far divertire le persone, tramandare le fonti orali e la storia come facciamo con le Passeggiate letterarie, dare un prodotto enogastronomico di alto livello». In un paio di mesi «ricominceremo anche a fare le passeggiate al castello di Montalto con intrattenimento teatrale. Con un po’ di fortuna e un pizzico di coraggio credo che dare valore a queste zone possa rilanciare tutto il territorio. Purtroppo pochi hanno un’idea di turismo con una proiezione diversa da quella sempre fatta. Chi vive qui deve spremersi, siamo tutti custodi dei Sibillini». Per dare voce alla storia della zona e del monte Castro a ottobre uscirà anche un altro libro, di taglio scientifico. Sarà presentato a ottobre. Un altro tassello per il recupero di un’area ricca di tradizioni che, grazie all’impegno di Patrizio e Fabiana, potrebbe portare a una scoperta archeologica in grado di riscrivere la storia dell’intera provincia.

Sisma, riapre il Giardino delle farfalle, viaggio nella natura a 360 gradi

Cessapalombo e il vaso di monete romane

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Fabio Fazzini e Patrizio Guglini (in mano ha la “verga”, elemento che compare anche nel libro di Tassetti “Arathia”)

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Fabiana emerge incappucciata dal campo accogliendo i visitatori con un cesto di erbe spontanee

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I frammenti ricoprono l’area

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Un cumulo di pietre in una delle radure del monte Castro

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Le tracce delle mura sono ancora ben visibili, anche sotto la vegetazione

 

 


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