Dopo un anno di immobilità
proviamo a fare da soli
UN ANNO DAL SISMA - Con quello del 30 ottobre abbiamo celebrato tutti gli anniversari: il giudizio è negativo su ogni fronte. Macchina burocratica farraginosa, lentezze, ritardi. E quella che doveva essere un’occasione di rilancio per una economia ormai in allarmante declino, è diventata preda ambita di “prenditori edili“. Servirebbe una legge speciale per la ricostruzione
di Fabrizio Cambriani
Con quello del 30 ottobre, noi marchigiani abbiamo celebrato tutti gli anniversari. A distanza di un anno dalla sequenza sismica che ha letteralmente trasformato il paesaggio e raso al suolo paesi interi, è giusto e doveroso tracciare un bilancio delle misure messe in campo dai governi. La valutazione è negativa su ogni fronte. Nessuno, beninteso, si aspettava di rivedere ricostruita la propria abitazione, ma non avremmo mai pensato che dopo un anno si sarebbe dovuti arrivare al paradosso di vantare ostentatamente, con tanto di trombe di comunicati stampa, la rimozione del dieci per cento delle macerie pubbliche come hanno fatto quelli dell’ufficio propaganda e disinformazione del Partito Democratico, verso la metà di settembre. La sonora bocciatura è unanime e concorde. Stampa, professionisti, associazioni di categoria, sindaci, ma soprattutto semplici cittadini denunciano, da dodici mesi ad oggi, la farraginosità della macchina burocratica. La lentezza di ogni procedura. Gli interminabili passaggi amministrativi di ogni singolo documento. La prolissità di improbabili e dispendiose certificazioni. Un dedalo di nome e ordinanze che, come sabbie mobili, lentamente avvinghia e risucchia. Un ginepraio fatto di bolli e certificati che, come nel gioco dell’oca, rimanda sempre alla casella di partenza.
Ma con il tempo, anche i sentimenti di rabbia e sdegno, come i paesaggi autunnali scolorano. La collera stempera. Muta, come la neve che cade d’inverno e che tutto rende candido e livellato, in silenziosa rassegnazione. L’obiettivo dei padroni del vapore è quello di consegnare all’oblio, soprattutto mediatico, poche decine di migliaia di sfortunati montanari che, puntualmente ogni tot di anni, vengono aggrediti dal terremoto. Bacini elettorali insignificanti. Enclave di ostinati vecchietti disseminati su impervie, nevose cime che non si rassegnano alla modernità delle comode valli. Ma non sanno, questi governanti, che fanno male i loro conti. Questo dei Sibillini è pure il terremoto che ha coinvolto ben due università. Due atenei di piccole dimensioni, ma sempre in vetta alle classifiche dell’istruzione. Assieme ai pecorai con le loro mandrie ci sono pure due fucine del sapere che difficilmente possono essere bypassate con la propaganda di regime. La scossa del 26 ottobre ha coinvolto – praticamente distruggendolo – uno stabilimento di una azienda leader mondiale del settore cartario. Frammenti, assieme a quello dei beni artistici e culturali, di quel microcosmo che è parte costitutiva ed essenziale della complessità e della ricchezza assieme, di quella città-regione, declinata non a caso al plurale: Marche. Un territorio, negli ultimi anni, alle prese con una grave crisi di sistema che sta seriamente compromettendo il settore manifatturiero e le sue molteplici derivazioni.
La circostanza della ricostruzione, nel suo insieme, poteva e doveva essere un’occasione di rilancio per una economia ormai in allarmante declino. E’ diventata, invece, preda ambita di “prenditori edili“ accorsi da ogni parte d’Italia. Campioni di ribassi d’asta, salvo poi far lievitare vertiginosamente i costi, attraverso immancabili varianti, una volta acquisito il cantiere. Oppure grandi cooperative legate a doppio filo al mondo torbido della politica, degli affari e delle banche. La Regione Marche, attraverso il suo presidente, avrebbe dovuto far valere, sin da subito, le proprie ragioni. Che poi erano le ragioni del tessuto vivo e produttivo costituito in larga parte da piccoli imprenditori. Battersi nei tavoli romani per assicurare un canale privilegiato alla ricostruzione attraverso normative straordinarie. In qualità di vice commissario, vigilare e imporre la propria prospettiva, nella compilazione dei tariffari, in favore di professionisti, costruttori e mano d’opera per lo più indigeni. Affinché la maggior parte dei miliardi impegnati nella ricostruzione restassero nel territorio marchigiano e non prendessero altre, misteriose vie. Soprattutto quelle emiliano-romagnole dove albergano le principali cooperative edili. O peggio le strade perniciose lastricate di opacità e contigue alla malavita organizzata.
Un dovere morale, prima che politico, dal quale Ceriscioli si è incredibilmente e colpevolmente sottratto. Non si sa bene quanto inconsapevolmente. Eppure si trattava e si tratta ancora di una motivata richiesta che, al confronto con quelle che sono scaturite dai recenti referendum lombardo veneti, si rivela pure di modesta entità. Una legge speciale sulla ricostruzione. In deroga ai parametri di prassi ordinaria. Calzata su misura per le pressanti e strette esigenze della ricostruzione. Tanto per capirci, molto simile al modello che il secondo governo Berlusconi mise in campo con la Legge Obiettivo.
Abbiamo tuttavia, in qualità di cittadini, sia singolarmente che in forma associata, nell’imminenza della prossima campagna elettorale, l’opportunità di porre rimedio e supplire a questa gravissima omissione con la nostra voce. Una rivendicazione del tutto legittima, priva di ogni venatura polemica. Perfettamente consapevoli, però, di essere parte di quel popolo sovrano che ogni cinque anni, indirizza le proprie scelte politiche anche in virtù di precise e puntuali convenienze. Piuttosto che organizzare convegni per celebrare riuscitissimi modelli del passato, servirebbe concentrare tutti gli sforzi per redigere e proporre un rinnovato impianto normativo di legge speciale da utilizzare per la ricostruzione. I sindaci, gli amministratori del territorio, assieme alle organizzazioni di categoria, ai sindacati, ai comitati dei terremotati a vario livello, proprio in occasione della campagna elettorale, dovrebbero – su questa base – chiedere il pieno e incondizionato impegno, a livello nazionale (non basta quello regionale) di tutte le forze politiche affinché il primo atto amministrativo della prossima legislatura sul terremoto, sia l’approvazione di una legge straordinaria e speciale che tenga conto di queste precise e non negoziabili istanze. Mi sembra una proposta ragionevole, concreta e perfettamente realizzabile. Che, tra l’altro, offre perfino la possibilità al Partito Democratico di uscire da quell’angolo di immobile paralisi in cui si è colpevolmente cacciato, sin dalla stesura del primo decreto sul terremoto.


meno bene se Silvio non c’è!
Un supplente sempre un supplente è!
l’Italia è una repubblica pippocratica fondata sull’ignavia…