Molto insidiose per i Cinquestelle
le parole “onestà, onestà, onestà!”

Lo dimostrano i casi di Livorno, Parma, Quarto, Pomezia e Gela. Fare l’opposizione è molto più facile che avere le “mani in pasta” cioè governare
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di Giancarlo Liuti

Nel consiglio comunale di Macerata uno dei gruppi di opposizione è costituito da tre “grillini”: Carla Messi, Roberto Cherubini e Marco Alfei. La prima gestisce un’erboristeria in piazza Annessione e conduce un’azienda agricola biologica, il secondo si interessa di energie rinnovabili e si dedica, da artista, ad attività ludiche e culturali, il terzo, laureato in ingegneria edile, è un’ insegnante e si occupa di risparmio energetico. Anche nella loro vita privata, dunque, sono in sintonia con le linee nazionali dei Cinquestelle. E in che modo svolgono il ruolo di “oppositori” della giunta Carancini? Con innumerevoli interpellanze, proposte e rilievi polemici, ma astenendosi da toni esagitati o, come purtroppo va di moda nel dibattito politico italiano, denigratori, offensivi, furibondi. Persone rispettabilissime, insomma, e, a quanto pare, coerenti con se stesse. Vogliamo dire “oneste”? Che parola impegnativa, questa! Ma diciamola pure.
Ora cambio discorso e, pur restando in argomento ma a livello più alto, mi avventuro in alcune considerazioni sulla natura e sul comportamento dei “grillini” su scala nazionale. Ricorderete che ai funerali di Gianroberto Casaleggio lo stato maggiore dei Cinquestelle accompagnò il feretro gridando “onestà, onestà, onestà!” come se in tale parola s’identifichi la ragion d’essere e dunque l’ideologia di questo “movimento” che ormai da anni ottiene vasti consensi in tutta Italia e rappresenta una delle maggiori forze in Parlamento. Nulla da eccepire, se non che la parola “onestà” indica la personalissima virtù (rettitudine, lealtà, sincerità, nobiltà d’animo) del singolo individuo e difficilmente la si può riferire a un insieme di individui com’è un movimento politico o un partito. Sto facendo una questione di lana caprina? Può darsi. Ma per un partito sarebbe a mio giudizio più pertinente, al posto di “onestà”, il termine “legalità”. Fra l’altro i tre “dogmi” della Rivoluzione Francese, cui molto debbono le democrazie occidentali, furono “egalité”, “fraternité” e “liberté ma non comprendevano l’onestà, ossia la “honneteté”.
E qui, con un po’ d’ironia, mi vengono spontanee alcune domande.

Roberto Cherubini, Marco Alfei e Carla Messi durante un Consiglio comunale

Roberto Cherubini, Marco Alfei e Carla Messi durante un Consiglio comunale

Quale sarebbe, ad esempio, la procedura dei Cinquestelle per accogliere nella loro compagine un nuovo militante come appunto, a Macerata, la Messi, Cherubini e Alfei? Credere ciecamente al suo garantirsi onesto? E se lui mentisse? Oppure chiedergli di presentare la fedina penale per verificare se sia del tutto pulita? Ma è sufficiente una fedina penale pulita per esser certi che lui sia davvero onesto? Oppure sottoporlo a un interrogatorio con stringenti domande sul concetto di “onestà”? E se lui, che non è onesto ma furbo, risponde benissimo a ogni domanda e quindi li trae in inganno? Ma il punto, forse, non è questo. Ciò che conta, infatti, è che chiunque, una volta entrato in Cinquestelle e assurto a incarichi di rilievo pubblico – deputato, senatore, consigliere regionale, sindaco, assessore, consigliere comunale – deve comportarsi secondo “onestà, onestà, onestà!”. Tutto chiaro? Sì, in “teoria”. Ma poi, come vedremo, la “pratica” ci dice che la parola “onestà” è molto insidiosa.
Attualmente i Cinquestelle, che non governano alcuna Regione e alcuna ex Provincia, amministrano 15 Comuni, i più importanti dei quali sono Livorno e Parma. Gli altri? Cinque in Sicilia (Augusta, Bagheria, Gela, Pietraperzia e Ragusa), due in Sardegna (Assemini e Porto Torres), due in Veneto (Mira e Sarego), due nel Lazio (Civitavecchia e Pomezia), uno in Campania (Quarto) e uno in Piemonte (Venaria). Ce ne sono di grandi, come Civitavecchia e Ragusa, ma nessuno è al di sotto dei diecimila abitanti. Ed è appunto in tali centri che i Cinquestelle son dovuti passare dalla teoria alla pratica e hanno, come si dice, le “mani in pasta”, cioè gestiscono bilanci, compiono scelte di spesa, bandiscono appalti, assumono dipendenti, nominano dirigenti, entrano in contatto con imprenditori privati, Ed ecco, allora,la politica non più di “opposizione” ma di “governo”, che comporta una continua valutazione della realtà oggettiva, delle non infinite risorse per affrontarla e della necessità di accettare compromessi e, talvolta, di ricorrere ad atti poco limpidi. Disonestà, quindi? No. Ma quelle tre metafisiche parole – onestà, onestà, onestà! – cominciano a vacillare. E gravemente hanno vacillato a Quarto per via di oscure infiltrazioni camorristiche e ancor più gravemente stanno vacillando a Livorno, col sindaco Nogarin indagato per bancarotta fraudolenta e, proprio in questi giorni, a Parma, con un avviso di garanzia per abuso di potere al sindaco Pizzarotti. Per non parlare delle “opacità” di Gela e Pomezia. Dalla teoria alla pratica, dicevo. E questi sono i rischi della pratica.

Passiamo ora alla situazione per così dire “morale” del Pd, il partito contro il quale, all’insegna di “onestà,onestà,onestà!”, usano scagliarsi i Cinquestelle, specie il focosissimo Alessandro Di Battista che ultimamente ha dato del “mafioso” (sic!) a Matteo Renzi. Quante e quali sono le “mani in pasta” del Pd? Un’infinità. Anzitutto la più impegnativa, il governo della nazione. Poi 15 regioni su 20, fra cui le Marche. Poi più della metà delle “ex” Province e degli ottomila Comuni italiani, fra i quali, da noi, Macerata e Civitanova. Lo stesso Renzi, recentemente, ha ammesso che sul Pd grava una “questione morale”. E lo dimostra, nel governo guidato dal Pd, il brutto caso del ministro allo sviluppo Federica Guidi, non del Pd ma scelta da Renzi, che s’è dovuta dimettere per certi traffici petrolieri in Basilicata. Ma ancor più lo dimostra l’arresto per turbativa d’asta, a Lodi, del sindaco Simone Uggetti, stavolta proprio del Pd.
Altre indagini in corso su esponenti Pd nelle Regioni e nei Comuni? Non clamorose e magari limitate ad avvisi di garanzia, ma sono moltissime, si parla di un centinaio. Ha dunque ragione Alessandro Di Battista a tirare in ballo perfino la mafia? No. Sia perché si astiene dal dare un’occhiatina in casa propria sia perché non tiene conto della straordinaria sproporzione quantitativa che c’è fra gli impegni nazionali, regionali e comunali del Pd e quelli – solo comunali e neanche molti – dei Cinquestelle. Una differenza, in fatto di “mani in pasta”, che impedisce qualsiasi paragone. Un saggio proverbio dice che “l’occasione fa l’uomo ladro”. E tanto più numerose sono le “occasioni” tanto più numerosi sono i “ladri”. E se le occasioni sono poche ma qualche “ladro”, dai e dai, salta fuori (dico “ladro”, intendiamoci, in ossequio al proverbio ma è un’esagerazione perché in queste vicende si tratta semmai di gente “scorretta” che al termine del percorso giudiziario potrebbe rivelarsi addirittura “innocente”) allora la piantino, i Cinquestelle, di gridare “onestà, onestà, onestà!” come provocazione contro gli altri partiti che secondo loro sarebbero tutti “disonesti”.
Concludo tornando a Macerata e dicendone bene. Le occasioni, pure da noi, non sono mancate e non mancano. Ma va considerato che negli ultimi decenni i “politici” sfiorati o colpiti da indagini giudiziarie si contano sulle dita di una sola mano. Vero è dunque che le parole “onestà, onestà, onestà!” non ce le meritiamo tutte e tre, ma quasi. E da comuni cittadini possiamo esserne abbastanza soddisfatti.



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