Morte di Umberta Donati,
il marito: «Lasciato solo in sala d’attesa.
Totale assenza di umanità»
CAMPOROTONDO - La donna è morta il 7 maggio durante il trasporto in ambulanza per via di un infarto. Fabbrizio Cartechini sul personale del Pronto soccorso di Camerino: «Nessun filtro, nessun accompagnamento emotivo per una notizia che cambia la vita per sempre»

Fabbrizio Cartechini e Umberta Donati
di Francesca Marsili
Non è facile per Fabbrizio Cartechini tornare alla notte del 7 maggio, alle parole e ai modi con cui nel Pronto soccorso di Camerino gli è stato comunicato che sua moglie Umberta Donati, insegnante di Camporotondo, era morta per un infarto durante il trasporto in ambulanza. L’uomo parla di «totale assenza di umanità». Si sfoga: «Due sanitari sono entrati in sala d’aspetto dicendomi: la signora qui da noi è arrivata morta. Me l’hanno fatta vedere sul lettino e poi mi hanno lasciato solo in quella stanza vuota per ore, nel cuore della notte, senza chiedermi se avessi bisogno di qualcosa, senza una parola di conforto».
Quella notte, in quella sala d’attesa dove c’erano solo carrozzine in ferro a fargli compagnia, Fabbrizio era fiducioso di avere buone notizie: «Mi dicevo: magari adesso la ricoverano qualche giorno e la rimettono in forma». Invece è arrivata la più terribile delle notizie, «data senza un minimo di empatia, con indifferenza» aggiunge. Aveva salutato la sua Umberta poco prima che salisse in ambulanza, dopo aver accusato un malore in casa. «Era sveglia, camminava con le sue gambe, non avrei mai immaginato sarebbe stata l’ultima volta» prosegue. Lui, con la sua macchina, ha seguito l’ambulanza in direzione Camerino. Arrivato in Pronto soccorso si è seduto in sala d’attesa. Ha aspettato, ha sperato. Alle 3 del mattino, lo shock. «Sono entrati un’infermiera e un’anestesista rianimatore. Il medico mi ha detto che mia moglie era arrivata morta. Nessun filtro, nessun accompagnamento emotivo per una notizia che cambia la vita per sempre».
Cartechini spiega di essere sentito abbandonato a sé stesso. Prosegue con la sua testimonianza di quelle ore drammatiche, dove al dolore si è aggiunto altro dolore. «Più tardi è tornato un medico del Pronto soccorso per farmi delle domande di rito». In quel momento, incapace di trattenere la disperazione, l’uomo che aveva appena perso la sua compagna di vita si è lasciato andare ad momento di smarrimento: «Come lo dico a mio figlio?». Una domanda che non cercava una risposta tecnica. «Mi sono sentito rispondere dal medico: “Quanti anni ha suo figlio? “. Alla mia risposta: 40, il dottore ha esclamato: “Eh… 40 anni…”». Una risposta che ha ancor più destabilizzato Fabbrizio. «Come se quarant’anni fossero un’età sufficiente per metabolizzare la perdita di una madre – dice -. Come se il dolore si misurasse in anni di vita anni di vita e non in legami spezzati». L’uomo, vedevo di sua moglie, è rimasto lì, fino alle 5 del mattino, circondato dal vuoto incolmabile nel cuore e il trauma, conclude: «Di un trattamento che di “umano” ha avuto ben poco».
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Grande solidarietà al sig. Fabrizio.