La plebe dei commentatori
e la élite dei commendatori

Il Papa entra su Twitter ma per i politici locali è disdicevole mescolarsi con la cosiddetta gente comune
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di Giancarlo Liuti

 Che gli articoli di Cm siano aperti ai liberi commenti dei lettori è un dato di fatto, come lo è che in parte tali commenti vengono espressi con un linguaggio di pessimo gusto, la qual cosa accade quando ci si scaglia con eccessiva animosità contro alcuni esponenti politici e, soprattutto, quando con una furia di stampo razzista s’invoca l’immediato linciaggio o la pena di morte per gli stranieri che hanno commesso gravi reati. Su questo tema sono già intervenuto altre volte, ma sempre schierandomi contro ogni ipotesi di censura e sottolineando il significato – evolutivo, in senso democratico – del portare alla luce quegli impulsi umorali che in passato rimanevano relegati nello scantinato del sordo mugugno popolare. Ebbene, non ho cambiato opinione. Mi sto anzi accorgendo che la qualità media dei commenti è via via migliorata – più riflessiva, più responsabile, non meno aspra ma certo meno viscerale – e ciò dimostra che invece di aprir bocca e dargli fiato in strada o nei bar lo scrivere (e il rileggersi, e il riflettere su quanto si è scritto) aiuta a formarsi una più matura coscienza civile.

Bene ha fatto perciò il direttore Matteo Zallocco a invitare i commentatori (i registrati sono già 4.528) a segnalarsi ciascuno col nome e cognome rinunciando alla mascheratura dello pseudonimo (anche su questo, però, ho notato una costante evoluzione) senza minacciare alcun intervento censorio ma auspicando una generale moderazione dei toni e sottolineando che ogni commentatore – pure se anonimo, ma la polizia postale può facilmente identificarlo – si assume la responsabilità eventualmente penale delle proprie affermazioni.

  Per Cm, dunque, tutto procede in perfetta sintonia – scusate se è poco – con l’andamento del mondo intero, ossia con la nuova frontiera non solo dell’informazione ma degli stessi rapporti fra le singole persone a prescindere dai confini di luogo e di tempo. Facebook ha superato il miliardo di utenti, Twitter è già oltre il mezzo miliardo, i quotidiani on line non si contano più, quasi un terzo dell’umanità, ormai, affida alla rete i propri pensieri, i propri sentimenti e i propri giudizi facendo diventare “pubblico” il proprio “privato”. E’ un’autentica rivoluzione nelle forme e nei contenuti del comunicare, sia come individui sia come società. Una rivoluzione che per il solo fatto di essere tale non può non suscitare diffidenze, disapprovazioni e nostalgie del passato ma che ha tutta l’aria di essere inarrestabile. E, fra lo sbalordimento di molti, lo dimostra l’ingresso su Twitter perfino di Benedetto XVI, lui stesso esponendosi a commenti che potrebbero intaccare la sacralità della sua figura. E lo dimostra la presenza su Facebook e Twitter di quasi tutti i leader nazionali dei partiti. E lo dimostra lo straripante successo (fra il 15 e il 18 per cento nei sondaggi sugli orientamenti elettorali) del movimento di Beppe Grillo, che si affida esclusivamente alla rete.

 Venendo ora a Macerata, fa sorridere l’arretratezza mentale di gran parte dei politici locali (le eccezioni sono mosche bianche: Bruno Mandrelli, Deborah Pantana, Anna Menghi, Guido Garufi, Ivano Tacconi e pochi altri) i quali continuano a tenersi lontano dal vociare magari rissoso dei “commentatori” ritenendo che ciò leda la loro “maestà” ( ignorano che la loro “maestà” è in crisi da un pezzo a prescindere da Cm?) e attribuendosi un prestigio da “commendatori” che non si degnano di abbassarsi al livello del cosiddetto volgo, al quale volgo, però chiedono il voto. Arretratezza mentale, ho detto, e lo ripeto. Perché una politica che non si misura con l’immediatezza dei sentimenti popolari e non si apre all’evoluzione dei tempi rinnega se stessa, tradisce la sua ragion d’essere e, insomma, non è politica.

Nei mesi scorsi, coll’accortezza di chi dà un colpo al cerchio e uno alla botte e parla a suocera affinché nuora intenda, l’onorevole Mario Cavallaro ha affrontato come segue la questione del “disagio” in cui su questo fronte sembrano dibattersi i politici maceratesi e in particolare quelli del Pd: “Non trascurerei l’influenza sempre più forte che i media locali hanno sulla politica, non sempre partendo da posizioni limpidamente comprensibili. Senza ovviamente esorcizzarli e anzi considerandoli, come sempre ho fatto, un’occasione preziosa per far circolare le idee e informare sulle opere fatte, non credo tuttavia di dire qualcosa di trasgressivo o di offensivo se faccio presente la necessità di usare con intelligenza i media piuttosto che esserne usati e in questi casi, oltre a una buona predisposizione, occorrono strumenti necessari e in particolare l’accordo sul fatto che il flusso ufficiale di comunicazioni dovrebbe raggiungere l’esterno da un’unica fonte concordata”.

Qui, come possiamo notare, c’è un po’ di tutto: in primo luogo l’evidente allusione a Cm e ai commenti dei lettori (se non Cm e le sue rivelazioni sulle vicende del fotovoltaico e del biogas, sulla difesa del verde e sui bollenti rapporti “urbanistici” fra il sindaco ufficiale Romano Carancini e il sindaco ufficioso Luigi Carelli, mi chiedo quali altri media locali hanno una “forte influenza sulla politica”), poi le “posizioni non limpide” e il vago accenno a coloro che userebbero i media per interessi personali (Giuseppe Bommarito e le sue inchieste ben documentate cui non seguono mai né una smentita né una rettifica né una precisazione?), infine il desiderio, relativo alla confusione regnante nel Pd, di una “unica fonte concordata” (ma l’unica fonte esiste già: il silenzio) e infine l’auspicio d’imprecisati “strumenti necessari” per un più trasparente e tempestivo rapporto della politica con gli organi d’informazione (efficienti uffici stampa?).

  Qui verrebbe la voglia di citare la parabola evangelica della pagliuzza nell’occhio altrui e della trave nel proprio. Va comunque riconosciuto all’onorevole Cavallaro di aver preso atto, cautamente e obliquamente, di un fenomeno che i politici, loro per primi, dovrebbero sforzarsi di capire se non vogliono esser tagliati fuori dal corso dei tempi, evitando cioè di arroccarsi dentro le fragili e sciocche mura di “le notizie a Cm non le daremo mai” o “un conto è la critica e un altro conto è l’attacco personale” o “vedremo come reagire nelle sedi dovute”.

  Conclusione: fermo restando che Cm proseguirà nella strada di un’informazione tecnologicamente avanzata e caratterizzata dalla più ampia indipendenza di giudizio sui fatti (Cm non ha un “editore di riferimento”, come della Dc amava dire Bruno Vespa quando era direttore del Tg1) e dalla piena disponibilità ad ospitare qualsiasi presa di posizione, comprese quelle che provengono da ogni angolo della società e non solo dai palazzi, non sembra che il guardingo appello dell’onorevole Cavallaro abbia avuto un gran successo nelle sedi della politica. E allora? Bisogna rassegnarsi ad aspettare che prima o poi la ragione si apra un varco nelle nebbie di certe ottusità oltretutto suicide.



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