Il preside e l’ingegnere

Dialogo sul ruolo dei dirigenti scolastici in merito alla diffusione della cannabis tra gli studenti e sul rapporto tra scuola e famiglie
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bommaritodi Giuseppe Bommarito *

“Venga, ingegnere, l’aspettavo, si accomodi pure”, disse la preside sollevando la testa dalle scartoffie che stava leggendo.

L’ingegnere, ancora molto giovanile, asciutto, ben vestito con un completo leggero color panna, fece un gran sorriso e, dopo una veloce stretta di mano, si sedette con uno sguardo interrogativo e preoccupato in una delle due poltroncine poste davanti alla scrivania della preside. La squadrò e nonostante l’agitazione non potè fare a meno di pensare che la bionda davanti a lui era proprio una gran bella donna.

“L’ho fatta chiamare – esordì la preside, venendo subito al dunque – perché sua figlia già all’inizio di quest’anno scolastico sta manifestando le stesse problematiche che avevamo colto anche negli ultimi mesi dell’anno scorso, in prima classe. Da marzo in poi, come ricorderà, c’era stato un improvviso calo di rendimento, disinteresse, apatia, mancanza di determinazione, in una ragazza come Romina che sino a quel momento sembrava marciare come un treno. Noi allora avevamo pensato ad un accumulo di stanchezza fisica, alle difficoltà di adattamento alle superiori o a qualche delusione di tipo sentimentale, e quindi negli scrutini finali l’abbiamo aiutata, ma quest’anno, sin dall’inizio, e ancora adesso che è passato quasi un mese dall’inizio delle lezioni, siamo daccapo, anzi, pure peggio. Romina non studia, viene a scuola impreparata, inventa di continuo delle scuse ridicole con gli insegnanti, sembra disinteressata a tutto e a tutti”.

“Possibile?”, replicò sorpreso l’ingegnere. Poi, sentendosi vagamente accusato, aggiunse: “Noi a casa, a dire il vero, per adesso non ci siamo accorti di questo calo di impegno. La ragazza ci ha detto che le interrogazioni ancora non sono cominciate e comunque lei dice che sta studiando. Sa, quando è in casa, Romina è sempre chiusa nella sua stanza e con noi negli ultimi tempi, a differenza degli anni scorsi, ha poco dialogo. Questo sì, è vero, l’abbiamo percepito, bisogna tirarle fuori le parole dalla bocca quasi con la forza. Romina, che prima, specialmente con la madre, parlava per ore di tutto, adesso è più chiusa, proiettata solo verso le amicizie esterne e più concentrata sul computer, su facebook, ma forse è anche colpa nostra, perchè a casa durante il giorno per motivi di lavoro ci stiamo pochissimo. La sera e i fine settimana, poi, per noi c’è sempre qualche impegno, qualche riunione, qualche invito a cena. Però le garantisco che cerchiamo di seguirla nostra figlia, facciamo il possibile, perché i giovani vanno seguiti e controllati. Ma, secondo lei, da cosa può dipendere questa situazione, voi come scuola ci avete capito qualcosa?”.

La preside aveva un’idea ben precisa della situazione, e non si fece pregare per esporla all’ingegnere, convocato proprio per essere adeguatamente informato. “Vede – disse guardando diritto negli occhi il suo interlocutore – noi a scuola abbiamo ormai abbastanza esperienza. Riusciamo in qualche modo a decifrare i comportamenti, gli stati di disagio, anche osservando i gruppi che spontaneamente si formano nelle classi e all’interno della scuola. Siamo convinti che sua figlia abbia iniziato ad usare cannabis alla fine dello scorso anno scolastico e ancora stia proseguendo. I sintomi ci sono tutti e poi Romina frequenta un gruppo di ragazzi, alcuni della sua classe, altri più grandi, che fumano canne quasi tutti i giorni, molto spesso anche proprio prima di entrare a scuola. E poi in classe per diverse ore se ne stanno tutti intontiti e distratti”.

L’ingegnere tirò un sospiro di sollievo. Si appoggiò sullo schienale della poltroncina, dette un’occhiata al mobilio essenziale della stanza presidenziale e replicò: “Cara preside, anzi, cara dirigente scolastica – adesso se non sbaglio vi chiamate così – mi aveva fatto proprio preoccupare. Pensavo chissà cosa fosse successo! Romina fuma le canne? Mah, non lo so, non mi risulta, ma se anche fosse, qual è il problema? Sa, da ragazzi le abbiamo fumate un po’ tutti, anche io l’ho fatto, glielo confesso, e non solo siamo sopravvissuti, ma ora svolgiamo anche lavori di responsabilità, cosa vuole che sia? Oggi, poi, le usano tutti, lei lo saprà meglio di me, servono per rilassarsi in questa vita che è così stressante. Io ho degli amici della mia età che ancora oggi ogni tanto, qualcuno anche tutti i giorni, si fanno la loro cannetta”.

“Senta, ingegnere – rispose di getto la preside, fulminando con gli occhi il suo interlocutore e lasciando squillare a vuoto il telefono sulla sua scrivania – intanto non è vero che tutti hanno fatto e fanno uso di cannabis. Non è vero per tanti adulti ed anche per tanti ragazzi. Questo è un luogo comune diffuso ad arte, per normalizzare qualcosa che normale non è. Per esempio, io no, non ne ho mai sentito il bisogno, e sono vissuta bene lo stesso. E comunque lei forse è rimasto ancorato ai miti della sua giovinezza. La cannabis di oggi non è quella dei suoi tempi, adesso ha una concentrazione normale di principio attivo più di dieci volte superiore. Oggi l’assunzione di hashish e di marijuana, soprattutto negli adolescenti il cui sistema cerebrale non si è formato del tutto, crea grossi problemi nei ragazzi e di riflesso a noi docenti e dirigenti nelle scuole. Queste cose gliele dico con certezza perché abbiamo fatto dei corsi e diversi incontri con degli specialisti, ed io mi sono molto documentata anche per conto mio, perché tra i ragazzi della mia scuola, ma è così in tutte le scuole, l’uso delle sostanze, e specialmente il consumo di cannabis, si sta comunque estendendo sempre di più e comincia in età sempre più ridotta. Si parla di dodici, tredici anni, come età di avvio, a volte anche prima di arrivare alle superiori. E’ un problema che come scuola dobbiamo affrontare per forza di cose”.

L’ingegnere tacque per qualche secondo, leggermente spiazzato. Non si aspettava certo quella reazione così decisa ed aveva quindi bisogno di riordinare le idee. “Sì – replicò con un mezzo sorriso – capisco la sua presa di posizione, ma io non farei un dramma; in fin dei conti, ammesso che sia vero, si tratterebbe pur sempre solo di spinelli! E comunque non è detto, potrebbe essere una crisi momentanea legata alla crescita, a una storia con qualche ragazzo che non decolla o che è finita male. In ogni caso, stia tranquilla, faremo tutti i nostri accertamenti con Romina”.

“Guardi – replicò la preside – questa cosa, se è vera o no, dovrete assolutamente verificarla con certezza voi genitori, noi come scuola vi stiamo segnalando una situazione di difficoltà di apprendimento di Romina, alcuni sintomi abbastanza evidenti di uso e forse di abuso di sostanze, la frequentazione di altri ragazzi che usano cannabis con una certa frequenza. E per noi si tratta di un problema serio, da non sottovalutare in alcun modo. Il nostro dovere è questo, non far finta di non vedere e non avvertire i genitori se c’è una situazione a rischio. Io avviso sempre i genitori quando ho dei sospetti abbastanza consistenti di uso di sostanze, anche se a volte qualcuno poi la prende male. Due giorni fa una madre a cui ho fatto un discorso simile a quello che sto facendo ora con lei mi ha quasi insultata e se ne è andata via urlando e dicendo che non era vero niente, che mi avrebbe denunciata tramite un avvocato, che stavo diffamando il figlio, che lo avrebbe subito trasferito in un’altra scuola”.

“Mamma mia! Questa stamattina s’è svegliata proprio male! Qui le canne se le faranno anche i professori, figuriamoci se non se le fanno i ragazzi! Che bisogno c’è di fare tutto questo casino, di convocarmi in fretta e furia come se stesse succedendo chissà che?”, penso tra sé e sé l’ingegnere, sempre più stupito. Poi, dopo essersi di nuovo  guardato in giro, disse con il tono più falso e più collaborativo possibile: “Ma no, preside, io penso che lei abbia fatto benissimo a chiamarmi. Il rapporto tra scuola e famiglie è essenziale. Noi, certo, parleremo con Romina e cercheremo di capire bene la situazione. Però mi consenta di dirle che comunque c’è una certa differenza tra droghe leggere e droghe pesanti. Se lei mi avesse detto che Romina faceva uso di eroina o di cocaina, sarei svenuto davanti a lei. Ma se parliamo di qualche spinello, suvvia, certo, è giusto che la scuola cerchi di tenere la situazione sotto controllo, però senza drammatizzare! D’altra parte, per quanto ne so io, in molte scuole il fatto che i ragazzi durante la ricreazione fumino un po’ di erba nei bagni è tacitamente accettato, e quindi evidentemente non siamo di fronte ad una cosa così malefica. Mia nipote mi ha detto che da lei, al liceo, i gabinetti sono una zona franca e durante l’intervallo tutti fumano di tutto e di più. Alla fine della ricreazione c’è una fumea che sembra quasi la nebbia in Val Padana”.

La preside non mollò di un millimetro. Era abituata ormai da anni a combattere con i muri di indifferenza e di sottovalutazione della scuola, delle famiglie, delle istituzioni, non solo verso la droga, ma anche verso tutte le problematiche dei ragazzi, fino a 13-14 anni iperprotetti in casa e tenuti quasi sotto una campana di vetro, e poi all’improvviso buttati in mezzo al mondo di giorno ed anche di notte senza nemmeno le cinture di sicurezza. “Ascolti – esclamò di getto – se è vero quello che lei dice, in quel liceo il dirigente si sta comportando da irresponsabile, se non da criminale. Da noi questo non succede, o almeno facciamo tutto il possibile perché non succeda. Noi non consentiamo di fumare neanche le sigarette all’interno della scuola – ci sono le disposizioni ministeriali che vietano il fumo ai ragazzi – figuriamoci la cannabis. Proprio per questo motivo abbiamo ripristinato la norma, mai abrogata ma dimenticata da tanti miei colleghi, che impone, e non solo ai bidelli, una vigilanza a turno all’interno dei locali adibiti a bagni scolastici …”.

“Ah, bene –  la interruppe l’ingegnere, che cominciava a sentirsi sempre più a disagio – certo, questo è bene, andrebbe fatto in tutte le scuole. Sono d’accordo pure io”.

“Mi faccia finire il ragionamento”, riprese di scatto la parola la preside, che, pur sforzandosi di mantenere la calma, stava innervosendosi sempre di più per l’atteggiamento un po’ mellifluo del suo interlocutore. “Vede – aggiunse – alcuni dirigenti scolastici, per indifferenza, per sciatteria, perché pensano che ormai la società si debba arrendere alla droga, anche per un malinteso senso dell’onorabilità della loro scuola, hanno deciso da tempo di chiudere gli occhi e di tapparsi le orecchie. Per loro contano solo i programmi e il falso buon nome della scuola. La formazione e la salute dei ragazzi esistono solo nei discorsi ufficiali, e non tutti i giorni, minuto per minuto, come invece dovrebbe essere. Molti di loro poi pensano che se uscisse sui giornali la notizia che nella loro scuola si sta cercando di combattere la piaga della droga, diversi genitori, colpiti da questa presunta pubblicità negativa, nel successivo anno scolastico iscriverebbero i loro figli da un’altra parte. Io invece credo che un genitore dovrebbe sentirsi più tranquillo iscrivendo un figlio in una scuola in cui la droga la si combatte a viso aperto, piuttosto che in una scuola dove tutti fanno finta di non vedere e di non sentire. Ignorando il problema, si lascia campo libero non solo al fumo, ma ben presto anche allo spaccio dentro le scuole, soprattutto di cannabis, di pasticche e adesso pure di cocaina. Sì, anche la cocaina circola in alcuni istituti, e pure qualcos’altro. Lei lo sa che in un istituto superiore della nostra provincia, dove il problema droga era bellamente ignorato, pochi anni fa una ragazza è andata in coma nei bagni per una overdose di eroina?”.

“No, veramente questa cosa io non l’ho mai sentita”, replico timidamente l’ingegnere, sempre più aggrappato ai braccioli della sua poltroncina per non essere travolto da quel fiume in piena.

La preside riprese fiato per un attimo, si passò una mano nei lunghi capelli biondi e poi proseguì sempre più convinta: “Quello della droga è un problema enorme nelle scuole, e la pseudo-distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti non aiuta certo a risolverlo. Questa è una distinzione ridicola, ce lo ha spiegato anche il medico psichiatra che abbiamo fatto venire qui a scuola l’anno scorso per uno dei vari incontri con le classi sulla droga. Con una serie di diapositive raffiguranti i danni delle varie sostanze al cervello ha spiegato che tutte le droghe, specialmente se assunte nell’età dell’adolescenza e con una certa continuità, quando il sistema cerebrale dei ragazzi è ancora in fase di formazione, sono altamente dannose. Questo vale per tutte le sostanze, anche quelle che lei chiama le cannette, che sono ancora più pericolose di altre proprio perché ritenute innocue pure da molti adulti!”.

“Beh, certo, sarebbe meglio non farsele le canne, però …”, cercò di replicare l’ingegnere, che ormai non vedeva l’ora di mettere fine a quel colloquio con la preside, che ai suoi occhi appariva sempre più come un’invasata.

“Però cosa? – lo interruppe senza farlo finire la preside – lei lo sa che un uso continuato di cannabis in età adolescenziale, verso il quale è facilissimo scivolare anche per fenomeni di emulazione e di adeguamento ai comportamenti del gruppo di amici, compromette la memoria recente, l’attenzione, la vigilanza, l’apprendimento verbale, altera l’orientamento nel tempo e nello spazio, crea forme di ansia, toglie qualsiasi motivazione a farsi largo nella vita? Per non parlare di vere e proprie malattie psichiatriche che magari possono uscire fuori anche a distanza di anni, come diverse forme di depressione, psicosi, schizofrenia. Queste cose non le dico io, le dice ormai da tempo con assoluta chiarezza il Ministero della Sanità. Glielo ripeto, perché ho capito che lei mi sta guardando come se io fossi una pazza. La cannabis …”

“Questa è proprio matta! Ma proprio a me doveva capitare una così, con tutto quello che oggi ho da fare!”, pensò il povero ingegnere, per poi tuttavia ribattere negando sfacciatamente: “Ma cosa dice, preside? Non è vero, io non credo affatto che lei sia pazza, io penso che lei stia facendo il suo dovere, anzi, la ringrazio per quello che mi ha detto”.

Il fiume in piena proseguì la sua corsa impetuosa: “Ascolti, per favore. La cannabis di oggi non è quella dei suoi tempi, quella che fumavano i pacifisti felici che volevano fare l’amore e non la guerra, con una percentuale bassissima di principio attivo, non più del 2-3%. Oggi la cannabis, quasi sempre associata anche con l’alcol, è una vera e propria bomba, è coltivata in maniera intensiva, anche con metodi di coltivazione OGM, ed ha una concentrazione media del 25-30-35%, e in alcuni casi pure di molto superiore, nell’intento dei trafficanti di creare un’abitudine all’uso e poi all’abuso, insomma, una qualche forma di dipendenza”.

“Senta – disse infine l’ingegnere, ormai del tutto stronato e desideroso di mettere fine a quel colloquio che non riusciva più a sostenere – ho capito, adesso però, mi scusi, devo proprio andare, ho un appuntamento di lavoro inderogabile. Questa sera però parleremo con Romina e cercheremo di renderci meglio conto della situazione, di intervenire se necessario. La ringrazio comunque del suo intervento. Posso farle però una domanda prima di andar via?”.

“Dica pure”, disse la preside, ormai perfettamente consapevole che aveva sprecato inutilmente il suo fiato e mezz’ora del suo tempo.

L’ingegnere era in piedi, fermo vicino alla porta della stanza. “Ma lei come fa a sapere tutte queste cose sulla cannabis?”, chiese incuriosito.

La preside per un attimo pensò che nemmeno valesse la pena di rispondere. Poi però si decise a fornire la spiegazione che le era stata richiesta. “Mi sono informata cercando di superare il pregiudizio ideologico secondo il quale in questo Paese parlar male della cannabis, cioè semplicemente dire la verità sui suoi effetti, equivale a parlar male di Garibaldi – disse mentre dopo essersi alzata a sua volta salutava con una stretta di mano l’ingegnere – e soprattutto perché nel tempo libero faccio parte di un’associazione di volontariato che cerca di fare prevenzione e dare aiuto ai ragazzi e alle famiglie alle prese con problemi di droga. E lì vedo la prosecuzione di tanti percorsi sbagliati, non sempre, certo, ma spesso iniziati durante l’adolescenza con le canne sui banchi di scuola. Le posso assicurare che se qui ognuno di noi non ritorna a fare il proprio dovere, tutti, nessuno escluso, la scuola, le famiglie, la Chiesa, le forze dell’ordine, le istituzioni, le cose andranno sempre peggio e per questi ragazzi, già schiacciati dalla crisi economica, non ci sarà alcun futuro”.

* * *

Certo, si tratta di un dialogo immaginario, ma purtroppo esso è anche tremendamente reale e potrebbe essere avvenuto in qualsiasi scuola superiore di Macerata e provincia. I fatti ai quali si fa cenno, compresa l’overdose di eroina di una studentessa, avvenuta nei bagni di una scuola di Corridonia, sono comunque del tutto veri.

Chiudo con una domanda rivolta ai lettori: di genitori così idioti purtroppo ce ne sono tanti! Ma quanti dirigenti scolastici sono disposti a mettersi veramente in gioco per tutelare sino in fondo i ragazzi a loro affidati?

* Avv. Giuseppe Bommarito (Presidente onlus “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”)



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