In politica i piccoli Keynes crescono

Nuova crisi, vecchi rimedi
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Carlo Cambi

di Carlo Cambi

In economia, meglio nella teoria economica, ci sono dei fenomeni inspiegabili. Non so perché il taylorismo è passato di moda molto in fretta, superato prima dalla fabbrica a isole, poi da quella diffusa, infine da quello che si chiama il post-industriale. Anche l’economia classica con i postulati di Smith e le correzioni di Ricardo è sempre meno citata. Per non parlare di Carletto Marx che è stato fregato dai suoi stupidi attuatori del blocco comunista. Poi ci sono delle teorie economiche affascinanti, di cui dirò tra breve, nate in Italia che hanno un’origine lontana, starei per dire quattrocentesca, che non hanno favore e invece potrebbero costituire il nuovo modello di sviluppo. Infine ci sono delle convinzioni economiche immarcescibili. Una di queste, quella più in voga che piace tantissimo ai politici perché si presta a facili parole d’ordine, è la cosiddetta teoria keynesiana che ha spostato l’accento dalla produzione alla creazione di domanda. Il teorema di Sir Mainard Keynes è semplicissimo. Quando la domanda è insufficiente si può puntare alla piena occupazione attraverso l’intervento pubblico. Il postulato che ne segue è che l’intervento pubblico è in larga misura destinato alla realizzazione di infrastrutture pesanti. Ora non v’è chi non veda che il favore della teoria keynesiana è stato massimo nel periodo post bellico quando si poneva davvero un’esigenza di ricostruzione. Del pari non vi è chi non sappia che in Italia le distorsioni a cui è stato sottoposto il pensiero del (grande?) britannico – e qui si imporrebbe una revisione molto critica dell’influenza di Federico Caffé –  hanno prodotto il debito pubblico che è quello che ci strozza. L’Italia ha il record, soprattutto nel Sud, di opere pubbliche incompiute, ha inventato i “lavori socialmente utili”, ha giustificato la narcotizzazione dell’economia di mercato attraverso la Cassa per il Mezzogiorno, ha prodotto l’irizzazione di interi comparti economici. Il risultato di tutto questo insieme alle politiche di  sussistenza – un esempio per tutti le baby-pensioni – e agli sprechi è che ci troviamo in dote quei 1.900 miliardi di debito che sono una sorta di aspirapolvere perennemente acceso che succhia le entrate tributarie. L’Italia per avere dato retta ai kenesyani de noantri caccia nel cestino degli interessi circa 70 miliardi l’anno che con lo spread (i rendimenti) dei titoli di debito in continua ascesa arriveranno presto a cento miliardi di euro.  E tuttavia si continua a pensare che colare cemento, fare una strada,  pulire un fosso pur di distribuire uno stipendio sia la panacea contro la crisi. Lo pensano anche i nostri politici locali che ripetono come un mantra: occupazione, lavoro infrastrutture per uscire dalla crisi. A parte notare che questi stipendi qualcuno deve pur pagarli e lo Stato non pare proprio in condizione di scucire altri quattrini ci sarebbe da domandarsi se questi nostrani politici hanno mai sentito parlare di programmazione economica e di pianificazione delle risorse. Oltre a chieder loro queste cose: le infrastrutture di cui si va ragionando sono straordinarie o sono ciò che serve? Tanto per dirne una: la nuova discarica si fa per creare lavoro o perché stiamo smaltendo i rifiuti a un prezzo insostenibile? E solo per stare al capoluogo: che fine ha fatto la variante Pieve-Mattei? E ancora: il pasticciaccio brutto della Cittadella dello Sport con un investimento che pare accantonato rispondeva ad un bisogno reale della città o semplicemente – a tacer d’altro –  a una logica keynesiana? E ancora: il Palas è un’opera pubblica che serve? E se sì perché non si fa? E a livello provinciale: si può ipotizzare un investimento per un vero porto turistico capace di generare reddito per un lungo periodo e da realizzare con una strategia di project financing o lo sviluppo che hanno in mente i nostri amministratore è di rattoppare le strade (cosa ordinaria che non qualifica il territorio, non genera ricchezza e va comunque fatta) per distribuire un po’ di stipendi e sostenere per questa via un po’ di domanda? E ancora: come si intende allacciare il percorso veloce della Quadrilatero con i percorsi lenti? E l’intervalliva serve o no e se si in quale prospettiva di sviluppo territoriale?  E la metropolitana di superficie? E un eventuale eliporto al servizio del turismo? Un’altra domanda: continueremo ad autorizzare centri commerciali uccidendo del tutto il piccolo commercio soprattutto nelle frazioni montane così da favorirne il totale spopolamento salvo poi sostenere i costi del degrado ambientale? In assenza di pianificazione territoriale e di programmazione economica tutti questi interventi, anche quelli necessari perdono di forza, non generano sviluppo ma solo sussistenza e per di più consumano territorio. Ecco davvero sembra che nei consigli comunali e provinciali crescano solo dei piccoli Keynes. Il sospetto che sorge è che non avendo in testa nessun modello di sviluppo alternativo al dejà vu i nostri politici non facciano altro che ripercorrere gli errori del passato ragionando in una logica di emergenza e non in una prospettiva di futuro. Invece tutti sanno che è nei momenti di crisi che si deve immaginare, progettare, avere intelletto del futuro.  E’ vero che per avere questa visione strategica servirebbe la capacità di mettersi in discussione, l’accettare di essere sottoposti a verifica sulle cose fatte e non lavorare per il consenso preventivo, servirebbe anche un po’ più di visione. Poiché le cose (purtroppo) non stanno così mi viene da ripetere un adagio che mi hanno insegnato quando sono arrivato a Macerata e che spero di non sbagliare per evitarmi le reprimende di Gabor Bonifazi. Mi vien da dire: che ce volete fa le cerque non fa li melogrà! Ma siccome – per dirla con Crozza-Bersani – non stiamo qui a “Pettinari le bambole” sarà necessario fare qualche passo avanti. Mi permetto di dare un suggerimento al Presidente della Provincia che pure è lodevolmente intervenuto su Cronache Maceratesi: perché non convoca una vera assise pubblica di progettazione della Macerata futura? Keynesianamente tra società di servizio, studiosi, hostess e ammennicoli vari che servono per un convegno un po’ di domanda la sostiene. E stia certo che se chiama dei buoni economisti, dei capaci imprenditori, dei bravi tecnici del marketing territoriale, un po’ di sociologi (e demografi) che sanno il fatto loro, degli urbanisti e dei sindacalisti intelligenti ne viene fuori qualche idea. Che è la prima necessaria infrastruttura per costruire una atout decisiva: l’economia della conoscenza. In una logica perfettamente keynesiana, ma con risultati di gran lunga più profittevoli che rattoppare qualche strada facendo pensare che si è fatta una grande opera. Ciò che manca davvero non per uscire dalla crisi – come si sente dire – ma per superare la crisi, per mettere le basi di uno sviluppo diverso nel maceratese è proprio la capacità progettuale. Ma non fumosa: no, pratica. Ci sono degli slogan che si affermano: innovazione tecnologica è uno di questi. Andiamoci piano: il sostantivo è l’innovazione (ecco la necessità di vitalizzare l’economia dell’immateriale), tecnologica è solo un aggettivo. Se vogliamo qualificativo, ma sempre aggettivo. Dunque accessorio perché la sostanza è l’innovazione.  Sfugge ai politici che la facoltà di economia dell’università di Macerata, insieme agli urbanisti di Camerino, è perfettamente in grado di mettere in campo un master plan di area. Lo si può fare in pochissimo tempo e si deve poi decidere di fare una cosa e di farla. Questo è quello che serve davvero e urgentemente.

Vi è poi la necessità, anzi meglio l’opportunità di sperimentare a Macerata, per le caratteristiche del suo profilo geoantropico ed economico, un possibile nuovo profilo di sviluppo. Seguendo un’affascinante teoria che prescinde un po’ dal Pil e che sostituisce all’ottimo paretiano il paradosso di Easterlin e cioè che è meglio considerare che, quando aumenta il reddito, e quindi il benessere economico, la felicità umana aumenta fino ad un certo punto, poi comincia a diminuire piuttosto che ritenere che non si può migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro. Questa teoria – proposta dalla scuola napoletana di Filangeri ma che ha molto a che fare anche con la scuola di Friburgo e con l’economia sociale –  è in larga misura quella dell’economia civile per cui si producono non beni totali, ma beni comuni. Ora senza addentrarmi troppo nel dettaglio suggerisco che per le caratteristiche di Macerata si possa perseguire una strada di sviluppo che mitiga il liberismo sfrenato e si proietta in una dimensione più sociale. Questo vorrei sentir porre come questione dai politici locali: avere il coraggio di domandarsi se ciò che abbiamo costruito finora corrisponde alla necessità di dar luogo a un’ economia solidale che senza negare la libertà d’impresa, avendo a cuore lo sviluppo inteso come garanzia per le future generazioni, operando attraverso una buona divisone del lavoro si presuppone di modificare il fine economico della produzione da consumistico a consapevole. Sono mi si dirà in larga misura i fondamenti della green economy. Sì, ma non solo. Sono la ricerca di una dimensione nuova della produzione di ricchezza orientata all’accumulo di capitale sociale piuttosto che di immediata profittabilità. E’ un terreno sul quale la società maceratese e la politica maceratese ha molte chanches di misurarsi. Per far si che la crisi  non ci travolga, ma semplicemente ci cambi. In meglio.



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