Gli angeli delle vette:
«Spinti dall’amore per la montagna.
Pericoli? Non partite per un reel»
INTERVISTA - Francesco Gargano, civitanovese, è il capostazione di Macerata del Soccorso alpino. «La provincia è quella con più superficie montuosa delle Marche. Molti partono in base ai social, quest'anno va il lago di Pilato. Lame Rosse tra le destinazioni più insidiose. Due rischi: mettersi in marcia senza conoscere il territorio e non indossare l'abbigliamento adatto. Tra i soccorsi più complessi? Un ragazzo che è precipitato sul Monte Bove durante una arrampicata. Quest'anno svolti 32 interventi»

Francesco Gargano
di Francesca Marsili
C’è una linea invisibile oltre la quale un’ambulanza non può più arrivare, e si chiama emergenza in quota. Sulle cime incontaminate e tra canaloni impervi, ad aiutare chi è in difficoltà o ha smarrito il sentiero, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, ci sono loro: i tecnici del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico. A guidare i 14 tecnici della stazione di Macerata è Francesco Gargano: «Siamo il braccio destro della Sanità: all’interno del Cnsas ci sono medici e infermieri».
Civitanovese, 43 anni, Capostazione di Macerata da sei, Gargano racconta i numeri di una provincia che per territorio montuoso è la più estesa delle Marche:«32 nel 2026», e le caratteristiche degli interventi, tra l’impatto dei social network sulle mode escursionistiche, il boom del turismo outdoor e l’impiego di cani molecolari e droni.

Soccorso sul Monte Bove
Come siete organizzati?
«Nelle Marche ogni provincia ha una Stazione di riferimento e ognuna di esse copre tutti gli interventi nel proprio territorio provinciale. A Macerata siamo quattordici tecnici. Siamo distribuiti prevalentemente su due settori: abbiamo del personale con un mezzo operativo che parte sempre da Castelraimondo. Un altro mezzo parte da Macerata, che copre l’altro settore. Quando l’intervento è complesso e serve più personale, si muovono entrambi i mezzi insieme. Siamo supportati costantemente da Icaro 02: ogni giorno, a bordo dell’elicottero, c’è un nostro tecnico del soccorso alpino dedicato agli interventi Sar, Search and Rescue. Veniamo attivati dalla centrale del 118 di Macerata o dai vigili del fuoco, con cui collaboriamo nella quasi totalità degli interventi».

Intervento sul Monte Argentella
Quali sono le zone del Maceratese che vi vedono più impegnati?
«È la provincia con più territorio montuoso di tutte le Marche: il nostro raggio d’azione va da Monte Prata fino a metà del San Vicino, quasi al confine con la provincia di Ancona. La suddivisione, in realtà, non è mai così precisa, e spiego il motivo: il trend degli ultimi anni nella frequentazione della montagna è legato molto all’effetto social. Quest’anno, per esempio, andava di moda il Lago di Pilato, perché dopo tanti anni si è riformato, e gran parte delle persone che hanno frequentato la montagna si è concentrata lì. Due anni fa, invece, andavano di moda le Lame Rosse, che ancora oggi resta la zona dove nei periodi caldi effettuiamo più interventi, anche due o tre a settimana: è il percorso più semplice e quindi il più frequentato, e per questo anche il più sottovalutato. Nella stagione invernale, invece, siamo più chiamati in zona Frontignano e Monte Bove, perché lì si concentrano gli appassionati di sci alpinismo e alpinismo, in una zona più innevata».

Soccorso alle Lame Rosse
Il boom del turismo outdoor degli ultimi anni ha inciso sul numero di interventi?
«Sicuramente, dopo il Covid c’è stata una grande impennata nella frequentazione della montagna. Sembra quasi che le persone abbiano riscoperto la natura e la montagna. Non è certo una novità in assoluto, ma i numeri di chi frequenta la montagna sono aumentati sensibilmente».
Quali sono gli errori più frequenti tra chi frequenta la montagna?
«Principalmente due. Il primo è la mancata conoscenza del territorio: spesso le persone si avventurano solo perché hanno visto un reel, un post o una storia sui social, e pensano che se lo ha fatto qualcun altro possano farlo tutti. È un errore, perché una cosa semplice come andare al Lago di Pilato prevede comunque almeno due ore e quarantacinque, tre ore di salita. Quante persone, tutti i giorni o anche solo una volta a settimana, affrontano mille metri di dislivello in tre ore di cammino? È una domanda che ci si dovrebbe porre prima, e pochi lo fanno. Il secondo errore è l’equipaggiamento: soprattutto alle Lame Rosse, sentiero tranquillo ma insidioso, con sassi scivolosi. Interveniamo spesso per persone che lo affrontano con le scarpe da tennis, con un abbigliamento da passeggiata cittadina, più che da montagna. Le cadute sono sempre dietro l’angolo e causano distorsioni o fratture alla caviglia. La superficialità nell’affrontare certe situazioni, unita alla mancanza di cultura della montagna è una pessima combinazione: quando non si conosce un luogo bisognerebbe affidarsi a persone esperte, guide o accompagnatori di montagna. Invece oggi si guarda su Internet e si pensa che tutto sia semplice, chiaro, alla portata di tutti».

Intervento sul Monte Bicco
L’evoluzione tecnologica vi ha aiutato negli ultimi anni?
«Sì, sicuramente. A partire dall’uso del drone, che impieghiamo spesso nei casi di mancato rientro o allontanamento. Il soccorso alpino, in collaborazione con il Cai, ha anche sviluppato un’applicazione che permette di monitorare e tracciare la propria posizione in montagna: in caso di incidente, o assistendo a un incidente, si possono chiamare i soccorsi direttamente dall’app, e alla nostra centrale arriva subito la coordinata geografica di dove si trova la persona che chiede aiuto. Questo ci permette di muoverci in maniera molto più mirata e completa».
Qual è l’intervento più complesso che ricordi?
«La difficoltà varia sia in base all’ambiente sia alla durata dell’intervento: recuperare una persona in un punto vicino e comodo è, tra virgolette, semplice. L’anno scorso, invece, ne abbiamo gestito uno particolarmente complesso al Monte Bove: un ragazzo che si stava arrampicando con la fidanzata è precipitato in parete. Siamo partiti alle 20 e abbiamo concluso l’intervento alle 3 di notte, perché l’avvicinamento alla parete ha richiesto tempo, era buio, e recuperare una persona ferita richiede comunque i suoi tempi. Ma interventi complessi possono essere anche semplici ricerche di persone che non rientrano: se si risolvono in poco tempo va bene, ma se mancano indizi bisogna mettere insieme i pezzi, capire dove è andata la persona. Abbiamo fatto ricerche durate anche dodici, tredici giorni».
A quale ricerca si riferisce in particolare?
«Tre o quattro anni fa un uomo si era allontanato da Perugia. Dopo tre giorni la sua auto è stata ritrovata al parcheggio di Pintura di Bolognola, e lì sono stati effettuati oltre dodici giorni di ricerche, conclusesi senza esito. Due mesi esatti dopo la scomparsa, una persona dall’alto del Monte Pietralata ha notato qualcosa in un cespuglio e ha attivato i soccorsi: siamo intervenuti e l’uomo è stato ritrovato lì, deceduto per suicidio. Tredici giorni di ricerche impegnative, perché in questi casi si muovono tutti insieme: noi, carabinieri, vigili del fuoco, elicotteri, droni».

Avete anche i cani a supporto?
«Siamo gli unici ad avere il cane molecolare, rispetto a tutti gli altri corpi. I vigili del fuoco, ad esempio, hanno il cane da macerie e il cane da superficie, noi abbiamo sia il cane da superficie che il cane molecolare. La differenza è che il cane da superficie lavora su qualsiasi odore, mentre il molecolare lavora in modo specifico sull’odore della persona che stiamo cercando. Per farlo, effettuiamo delle campionature su vestiti e scarpe che recuperiamo prima della ricerca, dalla macchina o dall’abitazione della persona scomparsa. Il cane lavora poi sulla molecola dell’odore di quella persona: le molecole olfattive sono come le nostre impronte digitali, ognuno ha le proprie».

Un intervento come quello di dodici giorni richiede molto personale. Il numero attuale di volontari a Macerata è sufficiente?
«Assolutamente no. Il nostro è un corpo particolare: c’è una parte volontaria e una parte professionale, ma anche al di là di questo il numero di queste figure non è sufficiente. Basta fare un rapido calcolo: quattordici persone per 365 giorni l’anno, h24. Il tempo da impegnare è sempre tanto rispetto al numero di persone disponibili, considerando poi che il volontario interviene quando può».

Oltre alla prontezza, cosa serve per essere tecnici del Soccorso alpino speleologico?
«Bisogna essere alpinisti. Quando ci togliamo la divisa siamo comunque persone che frequentano la montagna, che si arrampicano, che fanno alpinismo: la viviamo a prescindere dal lavoro. È la passione per la montagna che ci ha portato, in molti casi, a farne un mestiere. La caratteristica principale resta quella: saper andare in montagna su ogni tipo di terreno, dal nevaio ghiacciato alla roccia».
Siete sempre alla ricerca di nuove reclute?
«Sul nostro sito ufficiale e sulle pagine Facebook e Instagram esce ogni anno la locandina della campagna di reclutamento per il nuovo personale. Ma, come dicevo, bisogna già saper andare in montagna: il soccorso alpino non insegna ad arrampicarsi o a fare alpinismo, è il Club Alpino Italiano che organizza i corsi per questo. Spesso veniamo scambiati per «gli uomini del Cai», ed è un errore: è vero che tutti i soccorritori devono essere iscritti al Cai, ma non siamo la stessa cosa, siamo soccorritori».
Passando ai numeri: da inizio anno a oggi, quanti interventi nel Maceratese? Il caldo ha influito?
«Siamo arrivati a quota 32 quest’anno, in linea con gli anni passati. Assolutamente sì, perché incide sulla prestazione fisica: affrontare un’escursione nelle ore più calde non è semplice per nessuno. Chi è allenato lo fa tranquillamente, ma chi non lo è, il turista o l’escursionista della domenica, spesso ci chiama perché stanco, o perché ha finito l’acqua, semplicemente per non aver valutato bene la situazione».

Intervento sul Monte Bove

Soccorso sul Monte Bove

Intervento Gelagna alta