Il Trovatore di Negrin è “on fire”:
la rappresentazione emoziona l’Arena.
Marta Torbidoni trascina il pubblico (Foto)
MACERATA - La prima allo Sferisterio con la tragedia verdiana al netto dei cambi di ruolo dell'ultimo momento è stata un successo. Voci femminili divine che sostengono anche le controparti maschili, più in difficoltà. Il regista messicano porta sul palco un'opera minimal, tra elementi tetri, demoniaci e inquietanti

Una scena de Il Trovatore del fuoco di Francisco Negrin
di Marco Ribechi
Il Trovatore di Negrin è una gioia per gli occhi, è questa l’opera più emozionante dell’estate. Ieri sera con la messa in scena del capolavoro di Giuseppe Verdi si è conclusa la settimana delle prime per il 62esimo Macerata opera festival. Dopo un Nabucco molto apprezzato e un Barbiere di Siviglia che ha diviso gli spettatori, tanto che alcuni hanno preferito uscire anticipatamente senza aspettare la fine dello spettacolo, è stata la volta de Il Trovatore del regista messicano Francisco Negrin che nei suoi due precedenti debutti aveva sempre riscosso grandi apprezzamenti da parte di critica e platea.

Un momento molto evocativo
Il timore, come spiegato agli Aperitivi Culturali dallo scenografo e costumista Louis Désiré, era che, a distanza di anni, potesse essere invecchiato male. Paura assolutamente infondata che in realtà non aveva alcuna ragione di esistere poiché, nella notte di ieri, il pubblico dello Sferisterio ha potuto godere di uno spettacolo estremamente ben curato capace di distillare, dalla musica e dal canto, i più profondi e drammatici sentimenti dell’animo umano. Al contrario questo allestimento merita di divenire un classico del repertorio maceratese.

Merito della regia minimalista (leggi l’articolo) che con pochissimi ma significativi interventi fa parlare l’interlocutore più autorevole ossia Giuseppe Verdi e la sua mirabolante composizione. Le scelte della regia hanno anche potuto esaltare il libretto di Salvadore Cammarano, poi portato a termine da Leone Emanuele Bardare, un testo caratterizzato dalla maestria del verso con picchi di solenne poeticità.

La pulizia e la linearità delle scene, unite ad un recitativo essenziale, pongono giustamente in primo piano la tragedia espressa in musica eliminando ogni elemento superfluo. E’ così che nascono le emozioni più forti, dirette, senza inganno, tutte a trafiggere i cuori dei presenti.

Purtroppo, nonostante queste premesse fossero già ampiamente risapute, nella stagione dei presunti record in realtà il pubblico in sala è arrivato forse ad occupare i tre quarti dei posti disponibili. Allo stesso tempo la direzione del Mof ha stranamente pensato di calendarizzare solamente tre repliche invece delle canoniche quattro, sostituendo l’ultima con i Carmina Burana. Spettacolo assolutamente valido ma che poteva essere realizzato nel mezzo della settimana, considerando anche l’assenza della danza, come avvenne nella stagione 2024 quando cadde di giovedì. A questo punto la raccomandazione è quindi quella di scattare nella caccia al biglietto poiché i posti rimanenti sono davvero limitati.

Malcontento anche per la defezione dell’ultimo minuto del tenore Piero Pretti per motivi di salute, comunicata solo una manciata di minuti prima dell’inizio. Un malessere che in realtà sa di cronaca annunciata. Da giorni infatti gli addetti ai lavori si chiedevano chi avrebbe cantato alla prima considerando che lo stesso, secondo indiscrezioni da accertare, non aveva preso parte alle prove perché impegnato Alla Scala con Lucia di Lammermoor.

Dopo il coreano Dongo Kim al posto di Emanuele Cordaro, Pretti è stato sostituito dal cinese Haiyang Guo, seguito sugli spalti da un gruppetto di fan della stessa nazionalità. Haiyang Guo faceva già parte del cast in quanto avrebbe dovuto recitare il 31 luglio e, a questo punto, viene naturale chiedersi se manterrà il ruolo per tutte le prossime rappresentazioni.

In attesa di una comunicazione ufficiale sarebbe decisamente gentile saperlo con più anticipo. Di sicuro tutti questi cambi in corsa, con i nomi annunciati e scritti persino nei libretti di sala, (ricordiamo anche il direttore d’orchestra del Barbiere di Siviglia sostituito circa dieci giorni fa da Jacopo Brusa) denotano debolezza contrattuale da parte del Mof. Un neo che non fa onore ad un festival che vuole imporsi nel panorama internazionale.

Un peccato anche perché la splendida regia del Trovatore del fuoco di Negrin, con elementi tetri, demoniaci e inquietanti, ha trovato nelle voci femminili delle vere interpreti straordinarie che, in alcuni momenti, hanno compensato la controparte maschile, bilanciando uno spettacolo che nonostante queste piccole macchie merita assolutamente di essere visto e vissuto in ogni suo istante.

Marta Torbidoni nei panni di Leonora
Partiamo dalla diva di casa, Marta Torbidoni nel ruolo di Leonora. Torbidoni, dopo una strepitosa Norma e un Macbeth a dir poco memorabile, torna a Macerata e la città deve fare l’inchino e ringraziare la sua presenza non del tutto scontata dopo i cambi in corsa appena descritti.

La sua voce è come il tocco di Re Mida, trasforma in oro tutto ciò su cui si posa. In ogni istante è perfetta, espressiva, divina e le sue uscite sono come delle saette di emozioni che si insinuano nell’animo degli spettatori indifesi e incapaci di sottrarsi a questa magia.

Non canta solo con la voce ma con ogni singolo movimento del corpo dando un senso profondo ad ogni minimo sussulto. Ancora una volta la regia di Negrin, che lascia parlare la musica e i corpi senza intrappolarli in quadri rigorosi, riesce a valorizzarne ancor di più le incredibili doti.

Azucena con il suo bambino morto bruciato
Ma Azucena, ovvero la bellissima Sofija Petrović, non è da meno e le due infatti si sono contese gli applausi finali. Il mezzosoprano serbo è stato altrettanto prezioso calandosi totalmente nella parte ed esprimendo la sua sofferenza di madre in una estrema tragicità, resa ancora più tetra dal fantasma del suo bambino morto bruciato, realmente presente sul palco per gran parte della recita.

Una figura inquietante studiata nei minimi dettagli estetici (terribili i ciuffi di capelli bruciati) capace di rendere la scena ancora più oscura e demoniaca. Reggere il passo di due presenze così straordinarie non era facile e questa difficoltà è ben risaputa tanto che è un aforisma della lirica dire che per realizzare il Trovatore è “sufficiente” trovare le quattro voci migliori al mondo. Non è questo il caso ma, nonostante tutto, bisogna dare il merito anche agli interpreti maschili per aver saputo portare avanti la recita con estrema professionalità.

Haiyang Guo con Sofija Petrović
Per primo va fatto un plauso al tenore cinese Haiyang Guo nella parte di Manrico che, con la grande serietà che caratterizza lo spirito asiatico, ha raccolto una patata che dir bollente è poco, andando in scena con delle aspettative che già lo volevano perdente.

Invece, nonostante alcune piccole sbavature percepibili solo dagli orecchi più esperti, ha saputo essere credibile, espressivo e drammatico. Un grande professionista che in fin dei conti non solo ha portato in salvo la nave ma che ha dato un suo personale contributo fattivo, superando le attese.

Vito Priante, Il Conte di Luna
In crescita anche la prova del baritono Vito Priante, Il Conte di Luna, caratterizzata da un bel timbro deciso a volte però un po’ forzato. In ogni caso anche la sua presenza scenica è apparsa coerente con il resto del cast mantenendo alta la drammaticità che ha caratterizzato l’opera dal primo all’ultimo istante. Il suo canto è migliorato sul finale, aspetto beneaugurante per le prossime rappresentazioni che, con alcuni perfezionamenti, potranno sicuramente superare quella già di altissimo livello di ieri in cui, in fin dei conti, tutti hanno brillato, qualcuno di luce propria altri di luce riflessa.

La direzione d’orchestra sicura, puntuale, minuziosa del Maestro Dmitri Jurowski ha fatto da pietra di volta a uno spettacolo che inquadra alla perfezione tutti gli aspetti che caratterizzano Il Trovatore, orrorifico nella sua tragedia ma aulico nelle musiche. E’ quindi impossibile non tributare una menzione speciale per il coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” guidato dal Maestro Christian Starinieri, un vero asso nella manica di ogni edizione del Mof.

Grazie anche all’aspetto sinistro, per cui bisogna ringraziare la professionalità dei truccatori dello Sferisterio, il coro dei fantasmi, perfetto nella parte canora, ha dato un’aura ancora più gelida e tetra all’intera scena compiendo alla perfezione gli intenti della regia. Un tocco di classe il coro femminile coperto da veli rossi come delle spose dell’inferno.

Infine l’ultimo doveroso accento va posto sulla professionalità delle maestranze. Troppo spesso si punta il faro solo sulle star, dimenticandosi che il Mof va in scena soprattutto perché ci sono dietro le quinte i suoi preziosissimi lavoratori, non sempre adeguatamente valorizzati ma che, dallo staff di scena, alla falegnameria, dai costumisti, ai truccatori passando per le gentilissime mascherine fino alla biglietteria, contribuiscono a permettere la realizzazione di un festival che altrimenti, se fosse solo per i piani alti, potrebbe vacillare come è già avvenuto nel recente passato. Proprio grazie al coinvolgimento di così tante persone il Mof è il festival dell’intera città e l’orgoglio di Macerata, a prescindere dalle vicissitudini che ogni anno lo caratterizzano e che vengono nascoste sotto il tappeto.
Questo Trovatore merita quindi il voto dieci da dividere obbligatoriamente tra tutti i suoi realizzatori.























































