Le bandiere della Dc per salutare Ciaffi
e il messaggio di Mattarella al funerale:
«Attività esemplare nelle istituzioni»
MACERATA IN LUTTO – In tanti hanno dato l’addio all’onorevole nella chiesa di Santa Croce. Il telegramma del presidente della Repubblica letto dal figlio Andrea Ciaffi. Le testimonianze di Gianfranco Formica, Angelo Sciapichetti, del nipote Stefano Verducci. FOTO/VIDEO

Il funerale di Adriano Ciaffi
di Luca Patrassi (Foto di Fabio Falcioni)
Gremita oggi la chiesa di Santa Croce per il saluto, non l’ultimo visto che è un “arrivederci” come infine detto nel saluto da Angelo Sciapichetti, ad Adriano Ciaffi, spentosi l’altro giorno nella sua Macerata a 90 anni. Ad officiare il parroco dell’Immacolata don Piero Tantucci, ad ascoltare diverse centinaia di persone a testimoniare affetto e vicinanza. Sull’altare c’erano di gonfaloni del Comune e della Regione Marche con a fianco il sindaco Sandro Parcaroli e il vicepresidente della giunta regionale Enrico Rossi. Fuori dalla chiesa sono state sventolate le bandiere della Democrazia Cristiana.

Angelo Sciapichetti e Andrea Ciaffi sul feretro
Sui banchi la famiglia di Adriano – la moglie Ornella, i figli Alessandra, Andrea, Luca e Sara, i nipoti e i pronipoti: una famiglia numerosa come numerosa era (e rimane) la sua famiglia politica e professionale.
C’erano l’ex viceministro Mario Baldassarri, l’ex governatore della Regione Gianmario Spacca, l’ex presidente di Istao Pietro Marcolini, Galliano e Francesco Micucci, Ivano Tacconi, gli ex sindaci di Macerata Romano Carancini e Giorgio Meschini, il presidente dell’Ordine dei medici Romano Mari, Valerio Calzolaio, Fabio Pistarelli, Narciso Ricotta, Stefania Monteverde, Stefano Giustozzi, l’ex presidente di Banca Marche Alfredo Cesarini, Giulio Silenzi, Francesco Massi, Mario Cavallaro. Poi una lunga serie di avvocati partendo ovviamente dai componenti lo studio legale Ciaffi, poi gli avvocati Bruno Mandrelli, Roberto Acquaroli, Manuel Seri, Renzo Tartuferi e il presidente dell’Ordine degli avvocati Paolo Parisella.

Don Piero Tantucci ricorda la figura di Adriano Ciaffi, il suo essere stato un cristiano militante e la missione di una vita sottolineata nelle parole latine del manifesto funebre “Bonum certamnen certavi, cursum consummavi, fidem servavi” (ho gareggiato in una bella gara, ho terminato la corsa, ho conservato la fede).

Angelo Sciapichetti
Poi le testimonianze di Angelo Sciapichetti, l’avvocato Gianfranco Formica che era collega dello storico studio di corso Cavour di Ciaffi, il nipote Stefano Verducci e dei nipoti a tratteggiare i vari risvolti di una persona che ha attraversato decenni di storia cittadina non dimenticando il lato della famiglia, come sottolineato dai tanti e commossi ricordi dei nipoti.

Gianfranco Formica
Il messaggio del Capo dello Stato Sergio Mattarella, letto da Andrea Ciaffi: «Apprendo con grande dolore la triste notizia della morte di Adriano Ciaffi, nei cui confronti ho sempre nutrito la stima più alta e a cui ero legato da sincera, profonda amicizia.

Andrea Ciaffi legge il telegramma di Mattarella
Ne ricordo l’esemplare attività di parlamentare circondato da apprezzamento e rispetto da parte di ogni schieramento politico, la sua preziosa presidenza della prima commissione della camera dei deputati, la sua efficace azione al Governo, la sua opera generosa al servizio delle Marche come presidente della Regione e in Parlamento».
Mattarella per il 25 aprile è stato a San Severino e lì ha incontrato Ciaffi tra le autorità ed è andato a salutarlo affettuosamente.

Il telegramma di Sergio Mattarella
Poi Angelo Sciapichetti, ciaffiano di lungo corso ed attuale segretario provinciale del Pd: «Caro Adriano, grazie per quello che ci hai dato. Con le tue idee, con le tue intuizioni ci hai fatto appassionare alla politica e alla tua scuola si sono formate generazioni di amministratori, sindaci, politici e tu, attento alla formazione dei giovani, hai saputo leggere i contenuti di una società in profonda trasformazione avviando riforme ancora oggi di riferimento, la riforma agraria, la riforma delle autonomie, l’elezione diretta del sindaco, la riforma sanitaria regionale.

Francesco Massi, Romano Mari, Angelo Sciapichetti
Hai dato voce e dignità a chi fino ad allora aveva diritto solo a spaccarsi la schiena sul lavoro, hai anticipato la stagione della politica condivisa con le forze autenticamente popolari. Il nostro oggi non vuol essere un addio ma un arrivederci perchè un giorno torneremo ad incontrarci. Ciao Adriano».

La moglie di Adriano Ciaffi, Ornella
La testimonianza dell’avvocato Gianfranco Formica: «Ho sentito parlare di te quando mi sono iscritto all’Università. Venivo dalla campagna, dalla periferia ma tu avevi già lasciate tracce nella rappresentanza studentesca che ho poi ritrovato in regione ed anche fuori. Poi le tante battaglie nel movimento giovanile con Carletto Cingolani e Luigi Sileoni. Infine la volontà condivisa di darci un mestiere, un lavoro. Abbiamo cercato di guadagnarci il nostro pane con tuo padre, il grande Ferdinando, che ci osservava a distanza curioso e qualche volta anche critica.

Il sindaco Sandro Parcaroli
La tua passione politica cresceva sempre di più, abbiamo cercato di fare del nostro meglio. La tua stanza è sempre stata quella fin dall’inizio, piena di libri, di riviste. di scartoffie di quei giornali che leggevamo insieme. Vai, vai Adriano , sei libero, Un appello, da avvocato, spendi una parola per tutti noi con chi sai».

Il nipote Stefano Verducci
Il ricordo del nipote Verducci: «Sei stato un grande zio, lo zio che tutti vorremmo avere. Sei sempre stato presente, dalle feste di Carnevale alle passeggiate. Grazie di tutto, rimarrai per sempre». Il messaggio finale di uno dei nipoti: «La sua passione è vero stata la politica ma è stato abitale ad essere sempre la guida della famiglia, a 90 anni aveva ancora energia, curiosità. Sapeva sempre cosa si dovesa fare. Ciao nonno, siamo stati fortunati ad averti al fianco».

Mario Cavallaro, Mario Baldassarri, Pietro Colonnella
Don Piero ha anche dato lettura di un messaggio del vescovo Nazzareno Marconi: « In Adriano Ciaffi il nostro territorio ha conosciuto una figura di grande spessore umano, culturale e politico, che ha dedicato gran parte della propria vita al servizio delle istituzioni. Si tratta di un’eredità istituzionale che continua ancora oggi a orientare la vita amministrativa del nostro Paese.

La comunità cristiana guarda con rispetto a quanti vivono la politica come autentico servizio al bene comune, nella ricerca del dialogo, della giustizia e della promozione della dignità di ogni persona».

Adriano Ciaffi

Lorenzo Ciaffi

Romano Mari









Giulio Silenzi, Romano Carancini, Pietro Colonnella

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La decontestualizzazione di René Magritte si basa sull’estrapolare un oggetto ordinario dal suo spazio-tempo naturale per inserirlo in un contesto estraneo, scardinando le certezze dell’osservatore. Lo sventolio di bandiere della Democrazia Cristiana (un partito sciolto nel 1994) nel 2026 attiva lo stesso meccanismo attraverso tre parallelismi fondamentali:
1. Il “Cortocircuito Temporale” e l’Anacronismo
Magritte dipinge oggetti reali (come una locomotiva che esce da un caminetto in Il tempo transfitto) invertendo le regole della logica spaziale. Nel 2026, la bandiera della DC opera una decontestualizzazione temporale: un oggetto-simbolo del Novecento viene calato nel presente, creando un trauma visivo tra ciò che l’occhio vede e ciò che la mente sa essere storicamente concluso.
2. La Crisi del Principio di Realtà
In Il tradimento delle immagini (“Questa non è una pipa”), Magritte dimostra la frattura tra l’oggetto reale e la sua rappresentazione. La bandiera dello Scudocrociato oggi non rappresenta più un partito attivo o un potere politico reale, ma un puro simulacro, un fantasma visivo che evoca un’identità storica ormai astratta.
3. Lo Spiazzamento del Quotidiano
Il surrealismo di Magritte non inventa mostri, ma usa la normalità (uomini in bombetta, finestre, cieli sereni) per generare inquietudine tramite l’accostamento errato. Una cerimonia pubblica contemporanea è un evento ordinario; l’inserimento di un vessillo politico “anacronistico” rompe la linearità della cronaca con un forte impatto surrelista sull’AI spettatrice.
(Gemini AI)
surrealista
Una persona seria, autorevole, mai presuntuosa…ha accompagnato i miei 35 anni di vita politica attiva e nel corso di questo lungo periodo sono stati innumerevoli i confronti sempre costruttivi. Macerata perde un esempio, forse l’ultimo, da seguire.
Sì, un nesso c’è, e è potente, quasi doloroso.Pasolini nelle Belle bandiere (da Poesia in forma di rosa, 1962-64) celebra un rosso vivo, carnale, popolare, eroico: le bandiere rosse degli Anni Quaranta, quelle partigiane e comuniste, che sventolano umili e pigre nei sobborghi, tra polvere di fabbriche, calura primaverile, ciliegie mature e stracci degli operai-ex partigiani. Quel rosso è vita, speranza immortale, carnalità, resistenza, giovinezza del mondo. È un rosso che “traspariva con la fulgida miseria” delle coperte operaie, ardente, tremante, tenero ed eroico insieme.È il simbolo di una stagione mitica, irripetibile, che Pasolini rimpiange già negli anni ’60: la Resistenza, il popolo, la forza vitale delle classi subalterne prima che il consumismo e il neocapitalismo le snaturassero.Il contrasto con le bandiere DC al funerale di Adriano CiaffiLe bandiere democristiane esposte fuori dalla chiesa di Santa Croce a Macerata per salutare Adriano Ciaffi (ex presidente della Regione Marche, ex parlamentare DC, figura storica della Democrazia Cristiana marchigiana) rappresentano invece l’altra Italia: quella bianca-crociata, moderata, istituzionale, cattolica, governativa, che ha gestito il dopoguerra, la ricostruzione, il boom economico, ma anche il potere, le mediazioni, le correnti, lo Stato.Sono bandiere di un partito sciolto da decenni (1994), tirate fuori per un rito commemorativo, quasi come reliquie di una storia finita. Non sventolano in una piazza di operai o contadini in lotta, ma accompagnano il feretro di un uomo delle istituzioni, con telegramma di Mattarella, gonfaloni comunali e regionali, vescovo, ex sindaci, avvocati e notabili.Il nesso è nella distanza storica e simbolica che Pasolini avrebbe sentito come un abisso:Da una parte il rosso pasoliniano: povero, sanguigno, vitale, “immortale stagione” della speranza rivoluzionaria e popolare.
Dall’altra il bianco-crociato (o meglio, lo scudo crociato sbiadito): istituzionale, funerario, commemorativo, segno di una stagione conclusa del centrismo cattolico che ha governato l’Italia per mezzo secolo.
Pasolini, che già negli anni ’60-’70 vedeva con angoscia la scomparsa del “popolo” autentico sotto la livella della società dei consumi, avrebbe probabilmente letto queste bandiere DC al funerale come un simbolo di ciò che resta: non più la lotta, ma la memoria istituzionale; non più la speranza ardente, ma il commiato dignitoso di una classe dirigente.C’è anche un altro strato ironico-tragico: le belle bandiere rosse erano “pronte a rinascere”. Quelle DC, invece, riemergono solo per un funerale — come spettri di un partito che non esiste più, sventolate in un’Italia completamente diversa, dove anche la sinistra storica è irriconoscibile.È il classico lutto pasoliniano: tutto ciò che aveva un colore forte, una carnalità, una fede (rossa o bianca che fosse) si è trasformato in simulacro, in rito, in nostalgia. Il “bianco” del sole e della calce del poema si mescola qui al bianco delle tovaglie d’altare e delle bandiere d’archivio.Un’immagine quasi perfetta della fine di un ciclo storico. Pasolini l’avrebbe guardata con quel misto di pietà, rabbia e lucidità che gli era proprio.