«Non possiamo non dirci “ciaffiani”»

MACERATA IN LUTTO - Il sentito ricordo dell'ex senatore Mario Cavallaro: «Non amava sentirsi capo, ma è stato un grande leader politico. La sua battaglia per la trasformazione della mezzadria in affitto gli procurò non pochi nemici fin quasi all’odio personale. Era un rivoluzionario, di quelli miti e persistenti. Un uomo che ha influito nella mia vita e nelle mie scelte»

- caricamento letture
cavallaro_abito_sottosegretario

Mario Cavallaro

«Mi ostinavo a definirmi “ciaffiano” con la garbata disapprovazione di Adriano che non amava sentirsi capo». L’ex senatore e deputato Mario Cavallaro, avvocato, ha fatto un lungo ricordo “dell’onorevole maceratese” morto ieri a 90 anni. Domani in Comune, a Macerata, sarà esposto il feretro per rendere onore al politico che più di ogni altro ha influenzato la vita in provincia (il funerale mercoledì alle 9 alla chiesa di Santa Croce). Da ieri i ricordi si susseguono e Mario Cavallaro, che come Ciaffi ha frequentato il parlamento, è stato sia deputato che senatore, ne ha scritto sulla figura. E parte proprio da quel “ciaffiano”.

«Quando nei frequenti colloqui che avevamo specie negli ultimi anni mi ostinavo a definirmi “ciaffiano”, provocavo in Adriano la solita garbata disapprovazione – scrive Cavallaro -. Non amava sentirsi capo e non sono sicuro che, seppure con la mia ironia, che lui tollerava ma non apprezzava tanto, essendo l’uomo più serio e serioso che abbia mai conosciuto, fosse compiaciuto del mio riconoscimento. Ed era, invece, un riconoscimento autentico; Adriano è stato un grande leader politico e nel mio caso l’uomo che – forse insieme a mio padre, e non a caso erano grandi amici – ha influito nella mia vita e nelle mie scelte.

ciaffi

Adriano Ciaffi

Di lui si sono dette già molte cose e persino chi lo aveva durante la sua vita duramente criticato, ascrivendogli ogni colpa e mai riconoscendogli i meriti ciclopici che aveva dimostrato, perché in fondo il suo riserbo gli impediva di enfatizzare i successi e le grandi idee realizzate di cui avrebbe potuto menar vanto, è ora stato costretto a rendergli l’onor dell’arme politiche. Ma la sua personalità, la sua capacità, le sue intuizioni e la sua determinazione e volontà sono difficili da descrivere e far comprendere, specie a chi non ha vissuto quella splendida stagione, per me ancor più bella perché coincidente con la gioventù, in cui seguire Adriano, essere ciaffiano, era la quintessenza della politica fatta di innovazione, di gesti coraggiosi, di presenza attiva e militante fra la gente. Vedo che pochi ricordano la sua battaglia per la trasformazione della mezzadria in affitto, che gli procurò non pochi nemici fin quasi all’odio personale, tutti accomunati da quella miope arretratezza culturale che fu sua nemica per tutta la vita. Eh, già, perché, voglio stupirvi, Adriano non era un riformista, un saggio regolatore della realtà esistente; Adriano era un rivoluzionario, non di quelli, ovvio, con la bandoliera in spalla, ma di quelli miti e persistenti, capaci di seguire per tutta la vita, con determinazione e senza esitazioni, grandi ideali ed obiettivi. Penso alle battaglie che hanno riordinato l’intero sistema degli enti locali, all’elezione diretta dei sindaci, tuttora pilastro della democrazia locale, penso alle intuizioni di riordino della comunità marchigiana intorno ad alcune idee forza (la città regione, Macerata la città dei centomila, i distretti industriali) che poi anche come amministratore cercò di attuare, spesso osteggiato dal partito più pernicioso che esiste, quello dell’immobilismo conservatore, penso al sodalizio anche in un’altra passione che ci accomunava, il giornalismo militante, che mi portò a collaborare con monumenti dell’ingegno e della comunicazione politica come Marche 70 e poi Il Mese, ma anche diventare poi un vero e proprio seppur saltuario commentatore di vicende nazionali e locali. La lucidità delle sue analisi era proverbiale; e se certo non era uomo da incertezze o esitazioni, era anche un uomo, assai prima che un politico, che aveva un tono pedagogico su cui certe volte con gli amici della prima ora si scherzava, perché il suo “adesso stammi a sentire” o “adesso ti dico” erano l’incipit di una lunga dissertazione al termine della quale ti spiegava perché dovevi fare un passo indietro e far avanzare un altro amico nel cursus honorum oppure – al contrario – tentare una battaglia elettorale che sembrava disperata e che invece lui intuiva che si sarebbe potuta vincere. Da lui ho imparato – con l’assistenza di altri all’epoca giovani amici che non dimentico – la politica fatta di servizio, di scelte e fatica, la politica fatta prima di tutto di obbiettivi strategici e poi, molto poi, di fatti ed interessi personali, la politica completamente priva di interessi personali e di denaro; non ricordo mai, una sola volta, di aver a lui chiesto o di aver da lui ricevuto un favore, per me o per gli amici e congiunti. Quando ci si addentrava, inevitabilmente, nel terreno delle scelte personali, le sue opinioni erano – sbagliate o giuste che fossero – legate solo alla valutazione del merito, e dell’opportunità che qualcuno riuscisse al meglio a rivestire una carica su cui pensavamo si dovesse combattere una civile e democratica lotta. Le riunioni con lui erano sempre ispirate da due regole; si parlava tutti e si poteva esprimere ogni giudizio, purché mai offensivo e mai aggressivo, anche verso avversari assenti, perché Adriano ti richiamava subito all’ordine dell’educazione e alla fine si doveva pagare l’obolo per la cena o la pizzetta, perché nessuno mai – altro grande insegnamento di Adriano – anche se amichevole sostenitore o fiancheggiatore – doveva assumere il ruolo di padrone economico del gruppo di amici che si riunivano, motivati prima di tutto da comuni obbiettivi ideali. E alla fine, si faceva quasi sempre come indicava lui e non perché fossimo vittime del culto del capo, ma perché la lungimiranza strategica delle sue scelte, talvolta dopo pochi mesi, talaltra dopo anni, balzavano con evidenza all’opinione anche di chi le aveva aspramente osteggiate. Pensate alle larghe intese, alla scelta di entrare, dopo un già lungo e prestigioso servizio da parlamentare, nelle fila della classe dirigente regionale per condurre, insieme ad altri illuminati esponenti del Pci d’allora, un tentativo ardito e forse anzitempo di raccordo fra masse popolari in nome del progresso, e della ricerca di equilibri più avanzati nella giustizia e nell’eguaglianza sociale. Di nessuna delle scelte che ha fatto, l’ultima fra le quali quella di credere insieme con noi ciaffiani alla creazione di un partito di centro sinistra che non tradisse mai gli ideali cattolico democratici per i quali si è battuto per tutta la vita e nelle quali l’ho sempre seguito, mi sono pentito e anche sul piano umano gli sono grato del rispettoso riserbo (in realtà con affettuoso e partecipe interesse, celato dalla sua solo apparente freddezza) con cui ha seguito la vita mia e della mia famiglia. Il nostro rapporto è quanto di meglio si possa chiedere nella vita ad un sodalizio che mi ha dato tantissimo e di cui sono orgoglioso e i ricordi di tanti amici dimostrano che sapeva, altra qualità rara, esercitare la leadership ma creare anche comunità di intenti, utilizzare abilità e talenti, che poi magari nel tempo seguivano altre scelte ed inclinazioni, ma mai scordavano del tutto gli insegnamenti appresi e l’amicizia vera che Adriano sapeva offrirti. Avrebbe potuto fare di più e di meglio? Questo non lo so, perché fra le tante cose che ci ha insegnato, quella che in fondo non abbiamo mai avuto il coraggio di rimproverargli era anche quella di perdere (abbastanza spesso) con onore e dignità; non c’è stato congresso della Dc, riunione dei Popolari e della Margherita, assemblea del Pd o riunione del gruppo parlamentare in cui – seguendo l’istinto e non sempre, specie negli ultimi anni, perché da lui guidato – mi sono seduto, come si dice con bella frase, dalla parte del torto, da quella parte della politica che, senza ipocrisie, ha però anche il coraggio di difendere scelte minoritarie, scelte verso cui le maggioranze, specie se orientate populisticamente, demagogicamente o solleticandone i cattivi sentimenti si mobilitano sovente nei corpi politico istituzionali collettivi. Adriano ci aveva insegnato che anche quella del perdente, della minoranza, è una parte nobile della politica, ed è anzi, spesso, la più pura, perché richiede più che appetiti umanamente comprensibili di gloria, successo e poltrone (come si dice adesso con brutta parola di cariche istituzionali che molti, lui in maniera eccelsa, hanno servito con dignità ed onore) la coerenza, la capacità di giudizio ed analisi guardando al futuro, una visione solida ed irrinunciabile della politica come perseguimento del bene comune e, per il cattolico democratico che egli fu per tutta la vita, la difesa della dignità primigenia della persona umana. Ciao Ciaffi, con orgoglio un ciaffiano ti saluta e ti amerà per sempre come un figlio».

L’ultima passeggiata ai giardini con Tacconi, il ricordo dell’incontro con Mattarella e quelle nozze da testimone 50 anni fa

Adriano Ciaffi visto da vicino: «Maestro e gigante della politica» «Passione per rafforzare la democrazia»

Macerata in lutto: è morto Adriano Ciaffi

L’addio ad Adriano Ciaffi: il ricordo corale di una terra che ha guidato e formato

Il cordoglio per Adriano Ciaffi: «Ha segnato la storia delle istituzioni»


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page
Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Gianluca Ginella. Direttore editoriale: Matteo Zallocco
Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons

Cambia impostazioni privacy

X