«L’Aquisgrana di Carlo Magno?
Non si trova ad Aachen.
Basta battibecchi fra sanclaudisti e non»

IL DIBATTITO, mai sopito, si è riacceso dopo il convegno del Centro studi storici maceratesi. Domenico Antognozzi e Giuseppe Schippa difendono le tesi di don Giovanni Carnevale. L'architetto Arduino Medardo ribadisce quanto osservato nei suoi studi e tra le prove cita due terremoti (nel 801 e 829)

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San Claudio

Il dibattito sulla presenza carolingia nella Val di Chienti, mai sopito in realtà, da quando la questione è stata sollevata ormai anni fa da don Giovanni Carnevale, ha ripreso nuovo vigore in questi giorni. A riaccendere il confronto è stato il convegno del Centro studi storici maceratesi che, il fine settimana scorso, ha affrontato il tema con esperti arrivati dalla Germania a Montecosaro. Sul fatto che Aquisgrana non si trovi nelle Marche non sono assolutamente d’accordo i soci del Centro studi Giovanni Carnevale che ancora una volta sottolineano le loro tesi. Non fa parte del centro studi ma anche l’architetto Arduino Medardo espone la sua tesi ed evidenzia: «L’analisi è complessa, non si può finire a “sanclaudisti” e “non-sanclaudisti” come ultras di due squadre di calcio al bar».

«Ci stupisce che un’associazione seria come il Centro Studi Storici Maceratesi si sia fatta promotrice di un convegno per sostenere che Carlo Magno non sia passato neanche per caso nelle Marche, a San Claudio» ha spiegato il presidente del Centro Studi Giovanni Carnevale, Domenico Antognozzi.

«Sono stati invitati addirittura professori tedeschi per affermare che Carlo Magno neppure sapeva che le Marche esistessero – ha rincarato la dose Giuseppe Schippa, vicepresidente dello stesso Centro Studi intitolato a Carnevale – Al contrario sarebbe auspicabile unire le forze e impiegare le risorse per sviluppare e approfondire l’autenticità delle teorie del professor Carnevale, fondate proprio su fonti storiche certe».

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Domenico Antognozzi al piano superiore dell’Abbazia di San Claudio 

Antognozzi e Schippa ricordano le cronache dei terremoti; il 13esimo fioretto di San Francesco; il Capitulare de Villis, i tempi e le distanze dei viaggi dell’Imperatore e dei Papi, la toponomastica e l’architettura delle chiese del nostro territorio, oltre a quelle che fonti certe dicono essere state realizzate prendendo a modello la Cappella Palatina di Aquisgrana, quale ad esempio Germigny des Prés nell’attuale Francia, tutte assolutamente non rispondenti nella pianta ad Aachen, mentre risultano pressoché identiche alla chiesa di San Claudio. Per non parlare dei resoconti dei biografi di Carlo Magno. «Sono solo alcuni dei punti che Giovanni Carnevale ha approfondito in 40 anni di ricerca seria e meticolosa e che sono stati illustrati, attraverso prove e documenti, nelle sue 15 pubblicazioni. Gli studi del professore ricevono ad oggi l’interesse di ricercatori ed accademici provenienti da Stati Uniti, Inghilterra, Belgio e Germania. Ne è la prova il recente articolo del prestigioso settimanale britannico The Economist. Tuttavia, i tedeschi farebbero fatica a rinunciare alla loro Aquisgrana di Carlo Magno, in particolar modo per l’indotto economico sviluppato dal turismo culturale, turismo che porterebbe invece benessere e prosperità anche al territorio maceratese e marchigiano».

«Come mai in 200 anni di ricerche e di scavi ad Aachen gli studiosi non hanno rinvenuto un solo reperto carolingio? – conclude il presidente Antognozzi – Oggi è sempre più difficile sostenere la teoria, sempre più traballante, secondo cui Carlo Magno avrebbe avuto il suo quartier generale nelle terre inospitali della Germania dell’epoca».

I soci ricordano che le riflessioni del Centro Studi non sono destinate a sollevare aspre e inutili discussioni, ma invitano a un confronto serio e garbato, così come ci è stato insegnato dallo stesso professor Giovanni Carnevale.
I volontari del Centro Studi, infatti, sono disponibili ogni fine settimana proprio a San Claudio per accogliere i visitatori che richiedono spiegazioni più dettagliate sulla Francia Picena e la scoperta di Aquisgrana in Val di Chienti.
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Arduino Medardo

Nel confronto storico si inserisce anche Arduino Medardo, architetto esperto in strutture medievali con all’attivo una serie di pubblicazioni sul tema. 

«Si è da pochi giorni concluso il 58esimo convegno del Cssm il cui tema annunciato era Le Marche Centro meridionali nei secc. X-XII. Mi sembra chiaro perciò che il risultato atteso dagli organizzatori del convegno non fosse la storia del territorio nel Medio Evo, ma confutare le tesi avanzate da don Giovanni Carnevale e che nella sostanza, ma non per molti dettagli condivido. A mio personalissimo avviso il congressone è stato indicatore negativo di una situazione che si sta sempre più aggravando perché nel centinaio di persone ad ascoltare praticamente mancavano i giovani. Il nostro futuro a cui dovrebbe pervenire la nostra eredità culturale in altre parole la nostra storia, ovvero i nostri figli e nipoti, a quanto pare non hanno manifestato alcun interesse. Giustifico i giovani in quanto da quanto ho letto e sentito, il convegno è scaduto in una elencazione di documenti accuratamente selezionati ed in un battibecco finale fra “sanclaudisti” e “non-sanclaudisti” come ultras di due squadre di calcio al bar. Tutti i relatori hanno premesso che la storiografia è un fatto scientifico e richiede metodo. Per provare una tesi storica e non fare un’arringa dell’accusa, si dovrebbero presentare tutti i documenti disponibili sulla questione. Soprattutto quelli che hanno intrinsecamente una valenza scientifica vera perché trattano fenomeni fisici scientificamente provati. Sintetizzo per brevità solo i contenuti di alcuni di questi; fermo restando che posso fornire ogni e più ampio dettaglio sui testi ben noti nei quali questi documenti sono pubblicati. Nella documentazione d’Età carolingia si parla di un fenomeno fisico che qui ben conosciamo: il terremoto. Due sono avvenuti ad Aquisgrana nell’801 e poi nell’829, citati negli Annales Laurissesses in Germania e uno alla Libreria Vaticana (doc n° 905). Premetto che un documento riguardante un fenomeno fisico noto e studiato è molto più probante che la cronaca di un viaggio con toponimi in latino accortamente tradotti “pro domo sua” dagli storiografi di parte. Quando si tratta di terremoti è opportuno dare un’occhiata alle norme europee per la progettazione antisimica che, per i due siti che si contendono Aquisgrana riportano: per Bad Aachen l’accelerazione sismica è 2,5 metri secondo quadrato, ciclicità 475 anni. Per Val di Chienti l’accelerazione sismica è 5,3 metri secondo quadrato, ciclicità 29 anni. Inutile dissertare tecnicamente su grandezze che si afferrano intuitivamente, ma mi corre l’obbligo di sottolineare che: o la normativa Europea ha scambiato la Val di Chienti con Bad Aachen o due terremoti storici che si sono succeduti entrambi ad Aquisgrana a distanza di 28 anni l’uno dall’altro, non possono essersi verificati, purtroppo per noi, che nella zona sismica del maceratese, checché ne dicano i cultori delle scienze storiche e le loro metodologie dello stesso fenomeno tratta uno Spoletino nel 1600, il signor Petrucci autore di un testo dal titolo “Breve trattato del terremoto, stampato in Spoleto nel 1646. Il testo spiega che “alli 6 di Maggio alle 2 hore di notte” si scatenò uno “spaventoso terremoto” che fra gli altri danni “in Roma dell’universo Metropoli gettò a terra tutto il tetto con i travi della chiesa di San Paolo, in Francia il superbissimo palagio di Carlomagno in Aquisgrana”. Il terremoto si sa procede per cerchi concentrici e da Spoleto a Roma c’è la stessa distanza che da Corridonia. Non occorre una laurea in storia per constatare che il terremoto dell’801 degli Annales e quello del Petrucci è lo stesso, ma questo dato incontestabile è stato fuori dalla porta del convegno, insieme con Aquisgrana in Val di Chienti. Cosa sinceramente non capisco è che anziché cercare di evidenziare anche a fini turistici il patrimonio culturale della regione, mentre in altri luoghi con le ricostruzioni ottocentesche ci fanno cassa, non si evidenzi che la Regione vanta almeno 125 monasteri benedettini di matrice altomedievale alcuni con affreschi meravigliosi anche del V e VI secolo, mezza dozzina di palazzi signorili di Età Carolingia, unici al mondo ed ancora tre o quattro portali di palazzi dei Pipinidi, oltre ad una gran quantità di altre opere d’arte ed un paesaggio bellissimo. Da quando ho potuto apprezzare i monumenti marchigiani ed ho capito cosa testimoniano mi sono chiesto perché la storia che si insegna a scuola sia differente e dopo più di dieci anni di ricerche e qualche ripensamento ho cercato di spiegare tutto nel mio ultimo libro. La ragione, come al solito, è di natura politica e inizia da quando Albornoz ha conquistato la “Francia antica” dei Carolingi nel 1300, il Papa è anche diventato Re e per giustificare il suo regno temporale acquisito con le armi e non di diritto, ha fatto carte false distruggendo quelle vere. Si sono salvati i documenti che due nipoti di Carlo Magno quando si divisero l’impero hanno portato con sé parte in Francia (attuale) e parte in Germania, poi arricchiti da una certa quantità di falsi, per nascondere l’acquisizione Papalina illecita e soprattutto nell’Ottocento per sostenere con riferimenti nazionalistici a radici epiche la costituzione del secondo Bundesreich di Bismarck».

 

«Aquisgrana non è nelle Marche», mostrato per la prima volta il reliquario dell’Annunziata



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