Lo spopolamento della montagna
sancito da 9.500 case di ’fantasmi’

IL COMMENTO di Ugo Bellesi - L’appello lanciato da Legnini ai terremotati che non hanno ancora presentato richiesta del contributo per beneficiare dei fondi pubblici per la ricostruzione suona come un ultimatum. Come mai i proprietari di quelle abitazioni non l'hanno ancora fatto? A causa degli errori del passato. Il problema è che non basta fare domanda, ma anche presentare un progetto, trovare chi ricostruisce, portare via le macerie
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Ugo Bellesi

 

di Ugo Bellesi

L’appello lanciato dal commissario straordinario alla ricostruzione, Giovanni Legnini, affinché i terremotati, che non hanno ancora presentato richiesta (o prenotazione) del contributo per beneficiare dei fondi pubblici per la ricostruzione, lo facciano al più presto altrimenti il 15 dicembre scadono i termini previsti dalla legge e non si avrà più diritto a farlo, è come un ultimatum. Il commissario si è rivolto ai sindaci dei comuni terremotati perché sollecitino i propri cittadini a far richiesta dei fondi per la ricostruzione delle loro case danneggiate o distrutte dal sisma del 2016. Sono 22.000 gli edifici delle quattro regioni terremotate (Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo) censiti come inagibili per i quali non è stata fatta ancora alcuna richiesta di ricostruzione. Sono 9.500 quelli nelle Marche. Visto che queste case non erano abitate da fantasmi ci si chiederà come mai tante famiglie non si siano ancora attivate per la ricostruzione delle loro abitazioni. La risposta può venire da un antico proverbio: “Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine!” E quali sono questi “nodi”? Sono gli errori del passato. Il primo quando tutta la popolazione terremotata con edifici lesionati fu “deportata” in località lontane anche cento chilometri dal luogo di residenza. Il secondo quando fu costretta a rimanere “esiliata” per mesi e per anni, spesso col sacrificio di lasciare i luoghi in cui era stata sistemata per essere trasferita di nuovo in altre località in quanto negli alberghi della costa arrivavano i turisti. Tutto questo ha “spezzato” quel legame fortissimo che tutti hanno con la propria terra di origine, anche se, ovviamente, è rimasta, fortissima, la nostalgia. E purtroppo ci sono stati anche dei suicidi. Per non parlare delle tante persone che hanno dovuto far uso di tranquillanti o di altri medicinali. E quando, di tanto in tanto, questa gente poteva far visita alle proprie città con le strade transennate, con le macerie ovunque e con interi quartieri in zona rossa, non è che potesse ricavare messaggi di speranza o almeno il barlume che qualcosa si stesse muovendo.

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Visso

E’ iniziata poi per tutti l’angosciosa attesa di avere le Sae (soluzione abitativa di emergenza) che si è protratta per mesi e mesi con speranze e delusioni continue, vuoi perché non si trovata la localizzazione giusta per impiantarle, vuoi perché inizialmente si era scelto un terreno poco stabile, vuoi perché tutti i basamenti erano pronti ma le “casette non arrivavano”. E, quando gli “sfollati” sono stati sistemati, spesso si sono resi conto o che i pannelli erano rimasti all’aria aperta, e inzuppati dalla pioggia l’umidità si era sparsa ovunque entro casa, o che i boiler sopra i tetti erano “saltati” per il ghiaccio, o che gli scarichi non defluivano per la poca pendenza e i cattivi odori erano irresistibili. Elencare tutte queste traversie sarebbe lungo, ma basterà dire che tutto ciò ha provocato feroci polemiche tra la Regione e l’impresa che aveva installato le Sae. Ma questa è ormai acqua passata ed è inutile rivangare. Basterà ricordare che in tre anni sono stati nominati tre commissari per le aree terremotate i quali non avevano nessun protocollo da seguire per le operazioni da compiere nel post terremoto. Né avevano poteri eccezionali per poter operare efficacemente. Come se ciò non fosse bastato, ci sono stati enormi ritardi nel “censimento” dei danni provocati dalle varie scosse sismiche. I tecnici incaricati di questa incombenza hanno avviato il loro lavoro in ritardo e spesso dovevano essere richiamati perché le successive scosse avevano aggravato le condizioni di certi edifici. L’Ufficio speciale per la ricostruzione Marche aveva poco personale per portare avanti le pratiche che arrivavano dai vari centri della regione e per rispondere alle sollecitazioni dei sindaci. Inoltre era gravato dalle ordinanze che emanavano i commissari per cercare di intervenire in qualche modo a tutte le carenze della situazione. Ordinanze a volte anche contraddittorie di fronte alle situazioni emergenziali che si presentavano sempre più frequentemente. Il direttore di allora dell’Ufficio speciale per la ricostruzione,  Cesare Spuri, si è battuto a lungo per aumentare il suo organico ma inutilmente. Quando l’ha ottenuto erano ormai passati mesi e mesi e anni. Si è prospettato allora il problema della stabilizzazione di questo personale fatto di tecnici preparati e lo stesso Spuri più volte è intervenuto “in alto loco” per questo. E purtroppo quando è arrivata questa stabilizzazione erano ormai passati i mesi decisivi per la ricostruzione.

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Sfollati, un’immagine del 2016

Tutto questo bailamme ha accentuato lo spopolamento delle aree terremotate perché la gente si è resa conto che la situazione non sarebbe migliorata molto presto e perché si è accorta che piano piano anche i servizi venivano a mancare. Non solo le banche chiudevano gli sportelli ma anche l’Ufficio scolastico regionale cercava di chiudere le scuole a causa dei pochi alunni che dovevano confluire nelle “pluriclassi”. Gli uffici comunali spesso erano sistemati in situazioni precarie mentre l’ospedale di Camerino veniva privato di servizi importanti, tanto che, approfittando della pandemia, è stato fatto un tentativo di chiusura destinandolo esclusivamente a quanti erano colpiti dal coronavirus con la sospensione di tutti gli altri servizi sanitari. Anche in questo caso non sono state ascoltate le giuste proteste portate avanti con fervore dal sindaco Sandro Sborgia. Questa situazione ha indotto e induce anche oggi i giovani a lasciare la loro terra per cercare fortuna altrove mentre le coppie con bambini piccoli preferiscono trasferirsi dove ci sono scuole moderne, servizi sanitari vicini, negozi pieni di ogni ben di Dio, supermercati e centri commerciali, ma anche situazioni economiche migliori con aziende artigiane efficienti, piccole e grandi industrie, un turismo florido. Tutto questo offre anche migliori possibilità di occupazione. «Perché rimanere in montagna – ci ha detto un giorno un pizzaiolo – quando io a Civitanova guadagno in una settimana quello che lassù guadagnavo in un mese?». E allora non ci si può meravigliare se i proprietari di 9.500 fabbricati privati non si preoccupino di presentare domanda per la ricostruzione della loro casa. Sorprendersi di questo sarebbe come “piangere sul latte versato”. Infatti si sono create tutte le condizioni possibili e immaginabili perché anche gente molto attaccata al paese natale, alle montagne, ai paesaggi incantevoli, alla natura splendida, ai prodotti eccellenti, si sia decisa a troncare ogni legame.

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Un villaggio sae a Camerino

D’altra parte bisogna rendersi conto che quanti ancora risiedono nelle Sae sono persone anziane, magari moglie e marito piuttosto avanti negli anni, che ormai si sono abituati a vivere in quegli alloggi. Forse hanno fatto amicizia con i vicini e si scambiano i favori. «Perché allora – si chiederanno – imbarcarsi nell’avventura di ricostruire una casa, nel dubbio (nascosto) che forse non potranno neppure godersela, ma che soprattutto debbono riempirla di mobili e di tutte le costose attrezzature di cucina?» D’altra parte presentare la domanda con la richiesta di beneficiare dei fondi pubblici per la ricostruzione non è una passeggiata. Oltre alla domanda si deve presentare il progetto firmato da un professionista (quasi tutti assorbiti da ricostruzioni più remunerative), si deve cercare un’impresa che possa realizzare la ricostruzione (ma non se ne trovano perché tutte impegnate nel Superbonus o in altre iniziative), si deve portar via tutte le masserizie dalla casa terremotata (anche se danneggiate) e trovare un locale per depositarle (che purtroppo non esiste). Infine c’è il problema di portar via le macerie ma non esiste un’area disponibile perché tutti i siti predestinati a ciò sono esauriti. Ma d’altro canto bisogna anche tener conto che una buona parte dei 9.500 fabbricati di cui nessuno ha richiesto la ricostruzione appartiene a famiglie che da anni vivono a Roma o in altre città e questa abitazione di montagna era soltanto una seconda casa, nella quale tornavano unicamente gli anziani genitori perché i giovani con le nuore e i figli piccoli preferivano sempre andare al mare. Quindi, una volta che i “vecchi” hanno visto i ruderi rimasti esposti per anni alla pioggia e alla neve, è molto probabile abbiano deciso di abbandonare la vecchia casa, “messi in crisi” anche dal lungo iter burocratico per avere il finanziamento richiesto.

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Il commissario Giovanni Legnini

Da febbraio 2020 abbiamo fortunatamente il commissario Giovanni Legnini, nominato purtroppo con molto ritardo perché la sua designazione era meglio farla nel settembre 2016. Ciò senza addebitare nulla agli altri tre commissari, nei cui entourage circolava la voce che, continuando le scosse e trovandosi sempre nell’emergenza, sul campo era la Protezione civile a dominare la scena. Il Governo ha prorogato fino a dicembre 2022 lo stato di emergenza nel centro Italia ma è da credere che sarà prorogato nuovamente dal momento che i problemi sul tappeto sono ancora tantissimi e sarà indispensabile avere sul territorio il commissario nonché avvocato Legnini. Infatti la ricostruzione post sisma è partita ma quando sarà a regime si prevede l’arrivo da altre regioni (e anche dall’estero) di centinaia di muratori e altri specializzati in edilizia. Dove saranno alloggiati? Non potranno né fare avanti e dietro con i loro paesi d’origine ma neppure dormire all’aperto. Bisognerà fornire loro la possibilità di fare pranzo e cena in qualche luogo di ristoro. Non possono andare avanti sempre a panini. Sempre quando la ricostruzione sarà a regime è indispensabile avere risolto il problema delle macerie. Dove depositarle? I siti non potranno essere dislocati a troppa distanza altrimenti i costi del trasporto sarebbero esorbitanti. Il Cosmari con i soli suoi dipendenti riuscirà a selezionare tutto quel materiale eliminando l’amianto? Bisognerà trovare altre imprese preparate a fare lo stesso lavoro. Che fine faranno i fabbricati i cui proprietari si saranno disinteressati? Impossibile lasciare intere aree occupate da case diroccate o distrutte a cielo aperto. Ma anche coloro che non vogliono ricostruire le proprie vecchie abitazioni dovrebbero almeno portar via la mobilia, anche se danneggiata e inservibile, ma dove depositarla? Ma questi sono tutti problemi emergenziali perché il problema dei problemi sarà quello di riportare in montagna la gente, far ripartire l’economia, dare un futuro ai giovani, ripristinare tutti i servizi e renderli più efficienti. E qualcuno dei terremotati esprime un desiderio: «Se ci rimanesse Legnini forse sarebbe tutto più facile». 

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