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Analisi sui terremotati:
«Il 45% pensa tornerà a casa tra 10 anni,
il 60% teme le sae non dureranno»

SISMA - La Cisl ha intervistato oltre 3mila persone nel corso di una campagna ascolto realizzata con questionari anonimi
giovedì 14 Marzo 2019 - Ore 19:57 - caricamento letture
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Rocco Gravina e Silvia Spinaci

 

di Monia Orazi 

Vita da terremotati: uno su cinque è convinto che per l’età avanzata non rivedrà la sua casa ricostruita, la metà è soddisfatta delle soluzioni abitative di emergenza in cui vive, ma il sessanta per cento, equamente divisi a metà, temono che la loro casetta per la scarsa qualità costruttiva non durerà e l’altra parte non la ritiene adatta alle condizioni climatiche della montagna. Sono questi alcuni dei risultati della campagna d’ascolto della Cisl di Macerata, attuata con questionari anonimi, a cui hanno risposto 507 famiglie, per un totale di oltre tremila persone intervistate.

I numeri di questa indagine durata tre mesi, di cui si è conclusa in questi giorni la prima fase, che ha visto incontri ed assemblee pubbliche nei centri più colpiti dal terremoto del maceratese, sono stati presentati questa mattina da Silvia Spinaci, responsabile della Cisl di Macerata e da Rocco Gravina, responsabile della Cisl di Tolentino che segue tutte le zone dell’entroterra terremotato. La seconda fase ci sarà il 21 marzo prossimo, nel corso di un incontro alle 15 alla sala Tonelli di Caldarola, a cui sono stati invitati la Regione che sarà rappresentata dall’assessore Angelo Sciapichetti, il commissario straordinario Piero Farabollini, il direttore dell’ufficio speciale ricostruzione Cesare Spuri, i sindaci di Castelsantangelo, Camerino, Caldarola, Tolentino, San Severino ed il coordinatore degli ambiti sociali Valerio Valeriani. «In tre mesi ci siamo accorti che tra le gente c’è un grande bisogno di ascolto – ha spiegato Silvia Spinaci – ci siamo concentrati per il 40 per cento del campione sul cratere ristretto, dove si trovano i centri più colpiti che va da Camerino a Castelsantangelo. L’aspetto principale è l’incertezza, rispetto alla condizione abitativa. Solo il 29 per cento sa con certezza che è stato presentato il progetto per la ricostruzione della sua abitazione, tra questi solo il 9 per cento sa indicare con certezza, una data per il termine dei lavori». Tutti gli altri, i due terzi, brancolano nel buio. Tra gli intervistati il 45 per cento pensa che ci vorranno dieci anni per rientrare a casa, il 26 per cento 15 anni e più, si registra un 9 per cento di ottimisti che penserà di rientrare in cinque anni e che risiede in gran parte tra Tolentino e San Severino. Un 16 per cento di coloro che hanno tra 30 e 44 anni afferma che non tornerà nei comuni di residenza. «Un dato preoccupante perchè significa che in parte le famiglie giovani stanno riprogettando la propria vita altrove – ha spiegato Rocco Gravina – abbiamo comunque trovato una resilienza forte, non solo tra i più anziani, ma anche tra gente più giovane, anche famiglie venute da fuori, che vogliono opportunità per rimanere». Nella parte delle domande relative al Cas (contributo di autonoma sistemazione) il 67% degli intervistati ritiene che ci siano stati abusi nell’assegnazione del contributo e il 69 per cento oggi teme che la “stretta” annunciata da mesi li porterà a perdere questa forma di sussidio prima di essere rientrato a vivere nella propria abitazione. Smentita dai dati la scelta politica fatta di ricostruire tutte le scuole dove erano e come erano, ben il 55 per cento degli intervistati ne vorrebbe una intercomunale, da far raggiungere ai figli e nipoti con l’autobus, ma con maggiori e qualificati servizi. «Questo è segno che le comunità, sino ad oggi tenute ai margini nella riprogettazione e nella visione di futuro dei loro paesi, sono capaci di visione e scelte strategiche, ma andrebbero coinvolte nelle decisioni sul futuro delle loro terre», ha aggiunto Spinaci. Il Patto per la ricostruzione e lo sviluppo, che dovrebbe sostenere la ripresa economica dei territori colpiti dal sisma, è un perfetto sconosciuto per il 68 per cento degli intervistati, mentre un altro 28 per cento ne ha sentito parlare, ma non conosce i contenuti. «Chiediamo che siano attivati i tavoli territoriali previsti nel Patto – aggiungono Silvia Spinaci e Rocco Gravina – che hanno il compito di informare le comunità locali sulle opportunità e di integrare le linee guida generali, con la specificità del territorio di riferimento». Chi vive nelle Sae lamenta che gli spazi sono ridotti (come dichiarato dal 32% degli intervistati) e, nonostante i rapporti tra gli abitanti siano da tutti valutati positivamente (il 92% li definisce buoni, sereni, di collaborazione), resta il problema di non poter disporre di spazi comuni che facilitino l’aggregazione e la socializzazione (i più richiesti sono in particolare sale riunioni e parchi gioco, rispettivamente dal 56% e dal 24% degli intervistati). Allestire questi spazi comuni e qualificare la vita nelle Sae con maggiori servizi di prossimità (in particolare medici di famiglia e farmacie); al contempo attivare quanto prima i servizi di assistenza per i guasti (tutti gli intervistati ci hanno detto che in caso di necessità di un intervento non si sa davvero a chi rivolgersi) e rendere pienamente operativa la garanzia:queste sono per la Cisl le prime urgenze su cui le istituzioni competenti devono intervenire e dare vere risposte concrete, soprattutto per la tanta gente che vive nella Sae eche conferma di non volersene andare (il 78% dichiara di volere rimanere nella Sae assegnata fino alla ricostruzione della propria abitazione). «Abbiamo voluto ascoltare le persone, con l’obiettivo di recepire i loro bisogni, fare sintesi e rappresentare le loro istanze, compito del sindacato – hanno concluso Gravina e Spinaci – ora chiederemo alla politica risposte concrete».



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