Pd al congresso, giù la maschera:
bulimia di potere dei soliti noti
e l’unità resta un miraggio

IL COMMENTO - Nonostante i proclami di coesione per gestire l'emergenza terremoto, alla prova del nove i dem hanno svelato la loro vera natura. Dalla candidatura imposta di Vitali agli appelli inascoltati dei sindaci, fino al tentativo di presentare come sfidante Messi. Un esito già scritto che lascerà sul terreno morti e feriti, spalancando praterie alla destra
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di Fabrizio Cambriani

Per qualche giorno ci abbiamo creduto. D’altra parte i fatti e le circostanze tutte indicavano unanimità e concordia. Quel terremoto, da loro stessi addirittura descritto come “il momento più complicato e difficile dalla seconda guerra mondiale”, richiedeva unità di intenti e un supplemento di attenzione da parte di tutte le istituzioni: nazionali e sovranazionali. Una particolare fase storica in cui bisognava accantonare ogni divisione, per concentrarsi a testa bassa, sulla ricostruzione. Invece, nel momento cruciale delle decisioni, è emersa la vera natura del Partito Democratico provinciale. I geni divisivi, presenti sin dalla sua fondazione, si sono manifestati tutti. È prevalso l’ancestrale richiamo della foresta. Lo scorpione che affonda e annega assieme alla rana dopo averla mortalmente morsicata e che le rivela quasi soddisfatto: “questa è la mia natura!”. Nella provincia di Macerata il prossimo congresso democrat, da sfoggio di un partito ancora diviso e ormai destinato a non trovare nessun punto comune di incontro. Una frattura insanabile che vede le sue fazioni parlare lingue diverse e vivere in mondi lontanissimi. Con l’ingombrante presenza del segretario regionale, Comi, che invece di comporre e mediare diventa l’artefice in persona di questa grave spaccatura. E dire che – da terremotati maceratesi – lo avevamo pure apprezzato e sostenuto nella sua battaglia contro i pesaresi che storcevano il naso solo a sentir parlare dei problemi legati al post sisma.

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Francesco Comi, segretario regionale del Pd

 I fatti in breve: la maggioranza del partito ripropone la candidatura dell’uscente Vitali; la minoranza, guidata dal senatore Morgoni individua quale segretario un sindaco (quello di Appignano, Messi), dicendo però di essere disposta a tenere in considerazione altre proposte; quindi dodici sindaci firmano un documento per il rilancio del partito, chiedendo discontinuità nella gestione; infine, sempre dalla minoranza, viene lanciata la proposta, tutta da discutere, dell’ex sindaco di Bolognola Ricottini, quale figura unitaria. Per tutta risposta la maggioranza presenta, senza nessuna interlocuzione, la candidatura di Vitali. Ricottini, non essendo stato preso in considerazione, esce allora di scena lasciando a Messi la candidatura di testimonianza. A differenza delle elezioni provinciali dello scorso anno, dove rimediò una sonora sconfitta, stavolta Morgoni ha giocato una partita di più ampio respiro: più attenta alle esigenze del territorio, e tatticamente più accorta. Intanto ha coinvolto quei pochi sindaci ormai rimasti al Pd, che in un anno sono diventati – a grande richiesta di tutti – i protagonisti della scena politica locale. Poi, dopo aver lanciato il volantino Messi, ha puntato tutti i riflettori su Ricottini.

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Osvaldo Messi, sindaco di Appignano

 

Un ormai ex sindaco terremotato che si è messo da parte dopo aver fuso il suo comune – Acquacanina – con quello di Fiastra. Insomma uno che ha fatto quello che gli altri predicano, ma poi si guardano bene dal realizzare. Un uomo-simbolo del terremoto e delle difficoltà nella ricostruzione. Ma anche un amministratore capace e autorevole che avrebbe ovunque ben rappresentato il partito in questa particolare, difficile fase. Farlo fuori così, senza nessuna discussione e andare avanti per la propria strada, ostentando numeri che hanno poi scatenato la solita girandola di smentite e precisazioni, non è stato affatto un gran bel gesto. Da una maggioranza di partito forte nei numeri e autorevole nei gesti ci si sarebbe aspettato ben altro. Come ci si aspettava ben altro dai pronunciamenti dei segretari dei circoli Pd diffusi sul territorio, i quali hanno bacchettato sarcasticamente i sindaci “alla stregua di scolaretti che hanno fatto un buon compitino” (copyright del sindaco di Recanati, Fiordomo). Stiamo parlando – è vero – del sindaco dalla piccola e inabitata Fiastra, ma anche dei tre autorevolissimi sindaci di comuni superiori ai 15mila abitanti ancora a guida Pd: Carancini, Fiordomo e Cartechini, rispettivamente di Macerata, Recanati e Corridonia.

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Francesco Vitali

 

La verità vera che emerge chiara e ormai ben evidente è che i temi cari al Partito Democratico provinciale, in questo particolare frangente, non sono tanto le problematiche legate alla burocrazia della ricostruzione o la ricerca di un progetto di riqualificazione generale del territorio, quanto la gestione delle candidature alle imminenti elezioni politiche. Ci sono equilibri politici da mantenere, accordi da rispettare e cambiali da portare all’incasso. Ad un anno dalle scosse e senza nemmeno un secchio di cemento versato per ricostruire almeno un capanno, l’intero scenario del post terremoto si deve piegare alle ambizioni elettorali di tre o quattro persone al massimo. Alla loro bulimia di potere. E allora ci tocca assistere, basiti, alla compravendita di pacchetti tessere che, come gli estrogeni, stanno già gonfiando le iscrizioni di un partito, in realtà sempre più lontano dalla gente. Diventato ormai repellente agli occhi dei giovani. Sempre più insensibile ai bisogni dei cittadini. Adesso pure insolente nei confronti dei suoi pochi sindaci rimasti a rappresentarlo sul campo tra i fischi di tanti. Il congresso, per la cronaca, lo vincerà agevolmente Vitali e l’immutabile status quo, caro a molti, verrà garantito. Però sul terreno resteranno morti e feriti. E una provincia sempre più orientata a votare a destra. Specialmente lassù in montagna, dove i vari Salvini di turno hanno gioco facile nel reclutare nuovi leader nel territorio su cui investire. Il tutto mentre il Pd, con le sue manovre levantine, ammira soddisfatto il proprio ombelico. Se non fosse che governa a tutti i livelli ed ha enormi responsabilità, faremmo volentieri a meno di parlarne, ma ogni volta ci tocca farlo – nostro malgrado – con queste parole d’allarme.

Addio unità, nel Pd la sfida è a due: Messi e Vitali candidati



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