Nel villaggio di casette,
un fazzoletto di normalità
“C’è da lottare per riavere Pieve Torina”

VIAGGIO NELLA SPERANZA - Le testimonianze di chi ha iniziato a vivere nelle 22 Sae del cantiere Rosi-La Pieve, tra bambini che giocano, anziane che cucinano, mamme che stendono i vestiti. Maurizio Carbonetti: "Questi paesi erano una bomboniera. Nei prossimi anni penso che arriveranno in molti per la ricostruzione". Michele Tarantini: "Non ho più nulla, sono ancora in albergo a Lido di Fermo e non ce la faccio più. Vengo su tutti i giorni per vedere come vanno i lavori"

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Un piccolo abitante delle Sae di Pieve Torina

 

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La zona dell’area commerciale di Pieve Torina

 

di Monia Orazi

L’ultimo sole d’estate riscalda i primi abitanti della nuova Pieve Torina, nella manciata di 22 casette consegnate lo scorso 23 agosto. Un fazzoletto di normalità all’interno del grande cantiere Rosi-La Pieve, il più grande di tutti con 125 abitazioni in legno, le cui sembianze sono ormai tutte delineate. Altre diciotto saranno consegnate entro pochi giorni, a pochi metri dalla provinciale svettano i container per le attività commerciali, dipinti di rosso e blu, uno decorato con disegni multicolori. Se ne dovranno decorare altri tre, al loro interno uno spazio-piazzetta dal pavimento in legno, per fare eventi e ritrovarsi, gli operai stanno installando l’illuminazione, la consegna ufficiale potrebbe essere l’otto ottobre, forse prima, ipotizza qualcuno. Intorno risuona il rumore di alcuni escavatori, per la parte superiore della lottizzazione, tutto intorno si montano i mobili. Sereni, seduti all’ombra della veranda di una casetta, ci sono i componenti di un’intera famiglia, due bambini di pochi anni girano in bici accompagnati da una mamma, un’anziana signora stende i vestiti per farli asciugare. Ce ne sono diversi di asciugabiancheria pieni di vestiti e lenzuola variopinte, davanti alle porte delle case, qualcuno ha attaccato anche un numero in ceramica. Qualcuno ha messo le tende alle finestre e all’interno si è portato qualche mobile della sua vecchia casa. Un gruppo di adolescenti attraversa la strada in terra battuta, si ricollega a quella asfaltata antistante il cantiere, per andare a sedersi al bar dall’altra parte della strada. Piccoli dettagli, frammenti di una normalità faticosamente riconquistata dopo dieci mesi, di cui alcuni con traslochi lungo diverse strutture della costa, che la maggior parte di chi vive qui ha trascorso tra Porto Sant’Elpidio e Lido di Fermo. Tra quelli che si incrociano, c’è chi la casa ancora non ce l’ha, ma viene tutti i giorni a vedere come vanno i lavori, quasi nell’illusione che la sua presenza permetta di fare prima.

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Fabrizio Carloni e Maurizio Carbonetti, Pieve Torina

E’ il caso di Maurizio Carbonetti, originario di Pieve Torina, ora in autonoma sistemazione a 30 km da qui con la moglie e due figli ventenni, che ogni giorno fa il pendolare per raggiungere il consorzio agrario di Muccia, dove lavora. “Chi torna qui vivrà dentro a un cantiere per anni, ma abbiamo avuto l’assistenza, anche per l’affitto – spiega Carbonetti – ogni giorno faccio avanti e dietro, spero che a breve mi consegnino la Sae, in costruzione qui alla Pieve, per ritrovare un po’ di normalità. Dove sto adesso non è casa mia, ma è una vera casa, ho dormito in auto solo la prima sera, poi siamo sempre stati assistiti, qui i lavori per fortuna, vanno avanti veloci, devono far tornare le persone e riempire le casette. Grazie alla superstrada l’anno scorso qui era pieno di gente, questi paesi erano una bomboniera, si era tornati alla vitalità di dieci anni fa. Nei prossimi anni penso che arriveranno in molti per la ricostruzione, magari qualcuno si porterà la famiglia e si fermeranno a vivere qui, come già accaduto nel 1997”. Insieme a lui c’è un ex terremotato del 1997, che ogni giorno torna col suo furgone della porchetta, alle porte della zona commerciale. “Ho vissuto il terremoto del 1997, abitavo a Serravalle di Chienti, adesso è tutto diverso – racconta Fabrizio Carloni – ora vivo a Foligno e giro le diverse zone del cratere. Negli ultimi anni c’era crisi, ma l’anno scorso dopo diversi anni in estate avevo messo una commessa perchè c’era tanto lavoro, dopo il 24 agosto si è fermato tutto. Adesso ci sono le persone di passaggio, i curiosi del terremoto che si fermano, anche qui a Pieve Torina a vedere le macerie. La chiusura della Valnerina incide tantissimo, la gente passa tutta dalla Valdichienti”.

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Anna Tarantino con i bambini

Più avanti lungo le prime staccionate in legno che delimitano le casette, l’ex muratore campano Michele Tarantino, osserva la nuora che bada al nipotino intento a giocare in bici, con tutta la vivacità dei suoi quattro anni.Sono arrivato qui per la ricostruzione del 1997 e mi sono fermato, avevo casa ad Antico, ora è tutto distrutto non ho più nulla, casa mia è stata demolita con i mobili e tutto quanto dentro, sono ancora in albergo, a Lido di Fermo, ma non ce la faccio più, voglio tornare ad Antico, vengo su tutti i giorni per vedere come vanno i lavori, stanno preparando le Sae dovrebbero darcele a fine settembre – dice Tarantino – ho già vissuto il terribile terremoto del 1980, non era come oggi. Avevo cinque figli piccoli e ho dormito in macchina con loro, non c’era nulla nessuna assistenza. Oggi abbiamo avuto tutto, molta assistenza da parte della Protezione civile, non ci è mancato nulla, ma io voglio tornare a vivere qui”. E’ pratica e serena la nuora Anna, mentre prepara il caffè nel primo pomeriggio. “Per ora qui viviamo benissimo, ma il vero collaudo lo farà l’inverno, quando si sta al chiuso, si inizia davvero a viverla, a cucinare – spiega la donna – è stato bello poter riavere una casa e ritrovare la propria normalità”.

 

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Le prime Sae abitate, nell’area La Pieve, a Pieve Torina

Proprio a una manciata di metri ci sono i ragazzi, di cui diversi assunti a Pieve Torina, che stanno montando i mobili delle prime Sae, appena accanto alla strada. Un altro pezzetto di normalità sarà la scuola, sarà pronta a fine mese per elementari e medie, in questi giorni i ragazzi non torneranno nella tensostruttura del villaggio sportivo, ma nei container che ospitavano il Comune. “Qui si sta benissimo, ma non è la nostra casa – spiega un’anziana signora che stende i panni e vive col marito in uno spazio di 40 metri quadrati – all’inizio non mi piaceva, ma ormai sono qui da due settimane, sino a poco fa sono stata in albergo, c’era gente di Pieve Torina, di Muccia, di Camerino, si era creata una bella amicizia, adesso ho una chiave per aprire una porta, abbiamo una cucina ed una stanza, ma il bello è che ho la possibilità di fare i miei comodi, la libertà è tutto”. Una signora che abitava non lontano dalle scuole, aveva appena ristrutturato la sua casa, adesso tutti i ricordi di una vita sono rimasti dentro: “Non so dove metterli, forse dovrei affittare un posto per mettere i mobili? Non sono più entrata dentro Pieve Torina perchè mi fa un brutto effetto – ha detto – spero di ricordare che rifaranno il centro storico, tutte le mie sorelle ed i nipoti sono terremotati, io per ora nella mia casetta vivo benissimo. La mattina mi alzo alle sei e vedo tutti i telegiornali, perché vanno lenti? Ho paura che aspettino la botta grossa. Qui siamo soli, abbandonati”.

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Ha le idee chiare una giovane mamma, lo sguardo alla figlia piccola, che gioca con la bici davanti casa: “Questo è il paese nel paese, dobbiamo lottare per riavere Pieve Torina, è bella anche adesso che è ferita, la riavremo più bella di prima, io sono nata qui e qui voglio restare, come si deve sentire una persona se la portano via da dove è sempre stata? – prosegue – a Porto Sant’Elpidio mi hanno trattato benissimo, il futuro passa per una ricostruzione con case sicure, anche di legno. Con mio marito avevamo investito nella casa per il nostro futuro e ora non abbiamo più nulla. Devo pagare ancora quindici anni di mutuo, spero che si possa trovare una soluzione per estinguerlo, paghiamo sulle macerie”. Il ricordo corre al terribile 26 ottobre del 2016: “La sera alle 19 si è sentito un boato terribile, tremava tutto è andata via la luce, dalla credenza mi sono ritrovata alla porta e chiamavo i miei familiari, siamo andati via che non avevamo più nulla, ora siamo tornati, dopo dieci mesi abbiamo ritrovato un po’ di normalità”. Scende il sole del tardo pomeriggio, rientrano le auto di chi lavora, ora ci vogliono pochi minuti e una manciata di chilometri, per mesi in molti si sono alzati nel cuore della notte e sono rimasti fuori anche dodici ore al giorno, per conservare il posto di lavoro, facendo la spola sul bus navetta. Ora, grazie alle Sae, si è voltato pagina ed è iniziata una nuova storia, che si spera a lieto fine, per queste persone e per un intero territorio che in gran parte è tutto da ricostruire.

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