Uno straordinario luogo della memoria
che non può essere ancora ignorato

ABBAZIA DI FIASTRA - Il terzo piano della Fondazione Giustiniani Bandini è ancor oggi così come gli internati lo hanno lasciato quando furono trasferiti temporaneamente nei campi di Sforzacosta e Fossoli, per poi essere caricati sui treni per Auschwitz-Birkenau. L'accorato appello della professoressa Clara Ferranti a renderlo visitabile
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La docente Unimc Clara Ferranti

La docente Unimc Clara Ferranti

Da Clara Ferranti, responsabile scientifico e organizzativo dei Corsi di Storia e didattica della Shoah (2013-2015) e del Seminario di ricerca e disseminazione della Memoria (2016), istituiti all’Università di Macerata riceviamo:

L’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra merita senza dubbio di essere visitata non solo per la bellezza della natura nella quale è immersa, di cui sono ben consapevoli quasi tutti i maceratesi che vanno a passeggiare, meditare e passare la domenica con la famiglia e gli amici, ma anche per ciò che ha significato nel passato dell’Italia fascista, di cui è invece ignara la maggior parte dei frequentatori, quando Palazzo Giustiniani Bandini venne utilizzato, dal 1940 al 1943, come campo d’internamento di antifascisti ed ebrei. Conoscendone la portata storica, e il peso, l’Abbazia merita allora non solo di essere visitata, proprio negli spazi interni ed esterni adibiti all’internamento dove hanno trascorso gli ultimi giorni di vita alcuni degli internati successivamente deportati ad Auschwitz, giacché pochi si sono salvati, ma soprattutto valorizzata ed eretta a Simbolo, Luogo di Memoria e Museo della Shoah.
È innanzitutto un luogo della memoria straordinariamente e drammaticamente, l’unico nelle Marche, ancora conservato tal quale perché il terzo piano della Fondazione Giustiniani Bandini è ancor oggi così come gli internati lo hanno lasciato quando furono trasferiti temporaneamente nei campi di Sforzacosta e Fossoli, per poi essere caricati sui treni per Auschwitz-Birkenau.

Abbazia di Fiastra

Abbazia di Fiastra

Esso necessita sicuramente di un intervento di restauro e di consolidamento ma che sia, soprattutto, di tipo conservativo, perché non può non essere, proprio per le sue caratteristiche, il punto di riferimento marchigiano per eccellenza della Memoria della Shoah. Molti altri luoghi e ville nelle Marche furono usati per internare ebrei e antifascisti, ma nessuno di questi conserva ancora tracce evidenti dell’internamento come quel terzo piano del così allora denominato “campo di Urbisaglia”. E meno male, possiamo dire, che non è ancora stato toccato dal 1943. Se da una parte, infatti, le stanze al terzo piano dell’Abbazia di Fiastra non sono per tale motivo accessibili al pubblico, e possono essere visitate solamente con un permesso speciale accordato dalla Fondazione Giustiniani Bandini, dall’altra è possibile iniziare a pensare a un tipo di recupero che, attraverso la musealizzazione del luogo, ne conservi intatte le caratteristiche che testimoniano, nei segni concreti ancora visibili, la presenza di chi da lì a poco giungerà nei campi di sterminio nazisti senza fare più ritorno. Ritengo che tutte le Istituzioni locali e regionali, dal Comune alla Provincia, alla Regione, dovrebbero in qualche modo, ognuno secondo la propria competenza, sentirsi investiti da una responsabilità di recupero e musealizzazione nei confronti di quel Luogo della Memoria, a due passi da casa nostra, che non può in alcun modo essere lasciato ancora nello stato in cui è e nemmeno nell’ignoranza di ciò che esso ha significato nella storia locale la quale, per la portata di quanto è accaduto, diventa a ben vedere patrimonio conoscitivo dell’umanità. D’altro canto, chi scrive non nutre alcun dubbio sulla sensibilità e sull’apertura, che è già orientata verso questa direzione, delle nostre istituzioni. Un chiaro segnale è senza dubbio il sostegno e il patrocinio che ho sempre largamente ottenuto, per le iniziative legate alla Shoah di cui sono responsabile sin dal 2013, da ognuna di queste istituzioni, dal Comune di Macerata fino al Consiglio regionale  e alla Regione Marche, a partire dall’Istituzione alla quale appartengo, l’Università di Macerata, e passando sempre per il solido e costante appoggio e patrocinio della Comunità Ebraica di Ancona e la costante presenza della Diocesi di Macerata.

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Una visita dell’associazione Mutilati e invalidi al sacrario dei caduti di Urbisaglia

Insomma, il campo d’internamento di Urbisaglia dovrebbe poter essere visitato liberamente, da chiunque, e con consapevolezza di che cosa veramente si sta visitando. Nel 2013 chi scrive ha ottenuto, in qualità di responsabile nell’Università di Macerata delle iniziative organizzate dalla Rete Universitaria per il Giorno della Memoria in vari Atenei italiani, il permesso, al momento solo speciale, di recarsi con i docenti di scuole e licei in quelle stanze “inagibili” del terzo piano, in occasione della prima edizione maceratese del Corso di Storia e didattica della Shoah, e, una seconda volta, l’altro giorno, il 20 ottobre  per il Seminario di ricerca e disseminazione della Memoria dedicato alla memoria di Elie Wiesel, testimone sopravvissuto all’Olocausto e deceduto lo scorso 2 luglio 2016. Docenti e studenti degli Istituti di istruzione superiore delle Marche, studenti universitari e appassionati, che hanno partecipato al corso 2013 e al seminario 2016, hanno scoperto questo luogo per la prima volta, grazie alla guida e alla contestualizzazione storica curate da Giovanna Salvucci e anche, nel 2013, da Annalisa Cegna.
Durante la rappresentazione vocale e danzante di Marco Di Stefano e Tanya Khabarova, nella sessione mattutina del seminario di ieri che si è svolta alla Domus San Giuliano, scorrevano delle immagini sul video che non ho voluto di proposito rivelare… erano proprio le immagini di quelle stanze, di quei disegni degli internati fatti sul muro, di quella fontana immersa nel verde e tra le canne di bambù dove si lavavano, di quella quercia da sughero centenaria sotto la quale Lorenzo Bonfiglioli è ritratto in una foto del 1940, quel giardino dove hanno passeggiato e si riunivano prima di essere deportati e sterminati ad Auschwitz. Ma questo quasi nessuno lo sa e molti lo hanno scoperto proprio partecipando al corso di formazione sulla didattica della Shoah istituito all’Università di Macerata. Docenti e studenti partecipanti al seminario hanno visto con i loro occhi e riconosciuto quelle immagini che scorrevano sul video la mattina, facendo diretta esperienza, ognuno toccato nel proprio intimo, di ciò che avevano colto intellettualmente durante le relazioni di Marcello La Matina, Maria Elena Paniconi, Carla Marcellini e Carla Canullo e la puntuale contestualizzazione storica di Giovanna Salvucci.

Segnali positivi dell’interesse, della responsabilità educativa dei docenti e della sensibilità crescente nei confronti del tema della Shoah sono innanzitutto il numero di anno in anno in aumento della partecipazione all’iniziativa su scala nazionale, poi il fatto che la maggior parte dei docenti che avevano partecipato al corso maceratese nel 2013 è tornata negli anni successivi, durante i quali sono stati visitati altri Luoghi della Memoria marchigiani, ma anche nel 2016 per vedere di nuovo il campo di Urbisaglia, oltre che per ascoltare le relazioni di esperti qualificati nei vari e molteplici aspetti della Shoah e della trasmissione della Memoria. Ma non solo, i professori hanno fatto anche di più questa volta, si sono portati dietro i loro ragazzi, conferendoci in tal modo nuovo slancio per l’iniziativa e la volontà per un sempre maggior impegno. È oramai giunto il tempo di dare voce alla quasi sconosciuta tragica storia locale degli anni in cui il fascismo italiano, unitosi al nazionalsocialismo tedesco, ha insensatamente spezzato la vita di un numero sconvolgente di esseri umani, è tempo di far risuonare le grida, le angosce e le paure di chi ha passato, nelle stanze al terzo piano dell’Abbazia di Fiastra, gli ultimi giorni della sua vita. È tempo di far conoscere il volto poco o per nulla noto di chi ha condiviso un pezzo della sua storia concentrazionaria con quella medesima dei testimoni sopravvissuti alla Shoah, come Elie Wiesel, Primo Levi, Sami Modiano, Shlomo Venezia, ma il cui destino è stato, senza alcuna pietà, il gas, il forno crematorio, le fosse comuni, l’oblio. Ma noi vogliamo dire no con forza all’oblio, non vogliamo dimenticare, ma vogliamo perennemente ricordare, vogliamo imparare e insegnare la verità e il bene a noi stessi e alle nuove generazioni, anche aggrappandoci alla testimonianza di quei volti, di quei disegni, di quelle piccole stanze e di quel panorama che i deportati ad Auschwitz hanno conservato negli occhi e nel cuore. Testimone indelebile del campo di internamento di Urbisaglia è il ricordo di uno dei pochi sopravvissuti, ricordo scolpito nell’unico memoriale presente all’Abbazia di Fiastra, invero nemmeno troppo visibile al passante: “Nelle ore grigie ed oscure di Auschwitz abbiamo sempre visto davanti a noi, come un miraggio, il luminoso giardino dell’Abbadia di Fiastra in Italia, Paese del sole e di buona gente”. Firmato: Paul Pollak.



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