Un sogno natalizio
DAVOLI A MERENDA - Una città diversa vista tra le braccia di Morfeo. Il parcheggio piscine Diaz e fotoritocchi natalizi dedicati alla redazione di Cm
di Filippo Davoli
Io sono uno che in genere sogna molto. Mi sogno i miei morti (quando mamma è cupa e triste, generalmente arriva una multa dei vigili urbani che mi ero scordato di pagare in prima battuta; quando è allegra, dopo pochi giorni arriva una buona notizia; con mio padre succede più o meno la stessa cosa, sia pure con minore enfasi – ed anche, al risveglio, minore eventuale preoccupazione da parte mia). Mi sogno anche una casa che sta in una cittadina di pianura; un borgo che il giorno dopo non riconosco, anzi: che proprio non conosco. Eppure nel sogno è la mia città, ed è invariabilmente sempre quella.
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Anche in occasione di questo Natale ormai alle porte mi è capitato di fare un sogno emblematico. Non c’erano né mamma né babbo e, per una volta, non c’era nemmeno la mia città sconosciuta. Mi trovavo a Macerata. Era in corso un grande festeggiamento intitolato “A Natale siamo tutti più buoni”; le vie erano luminose e piene di gente sorridente e affabile, e come per incanto si diffondeva una musica celestiale da non si capiva quale punto originasse. Faceva freddo, ma eravamo tutti imbottiti, come tanti piccoli omini Michelin o come tanti curiosi babbi Natale, e andavamo con meraviglia tra le case e gli altri di noi, ammirando come la bontà natalizia si incarnasse in città. Non mancava qualche befana (ma quelle non mancano mai, nemmeno nella realtà).
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Come volando ero arrivato in prossimità dell’ingresso del Park Sì. Il Comune, alla fine, l’aveva riscattato ma destinandolo a un’altra funzione pubblica: le piscine. Ebbene sì, sul piazzale dei Giardini avevano costruito le piscine, circondate dal verde del nostro tradizionale parco, il quale era stato ampliato per tutto lo slargo; e per accedere veniva utilizzato in pienezza l’intero parcheggio sottostante. Erano piscine coperte non dai tradizionali palloni, ma da tensostrutture in vetroresina infrangibile (la vetroresina in città ormai è di famiglia…) che consentivano il bagno caldo invernale, tra i fumi dell’acqua riscaldata e – fuori – il variare del cielo, le case del centro in lontananza, qualche piccione residuo. Poi d’estate le vetrate si aprivano e ti trovavi come in riva alla città. Porca miseria, che figata!, mi ripetevo: speriamo che stavolta non è un sogno! (perché io, quando sogno, mi rendo conto che sto sognando, specie quando parlo coi miei morti; qui però c’erano i vivi, e quindi si poteva sperare che fosse tutto vero).
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Passeggiando – per non perdermi nulla di tutte quelle innovazioni natalizie – ero rientrato in centro, ma non con l’ascensore (chiuso nei festivi anche nel sogno), bensì passando per i Cancelli. Con viva sorpresa, la statua di Garibaldi era stata spostata al centro della piazza omonima, nel culmine di una rotonda un po’ ovale che consentiva più agevolmente lo smistamento del traffico nell’intero incrocio. All’inizio delle Mura era stato apposto un semaforo a chiamata per i pedoni anziani o disabili che volevano fare quello che stavo facendo io: attraversare senza rimetterci la pelle, non potendo fruire del sottopasso. Presso questo, tuttavia, erano in corso dei lavori di adeguamento, con scivoli e serviscala: si intuiva, cioè, che il semaforo avrebbe avuto vita breve, solo per il tempo necessario ad ammodernare il sottopassaggio. Beh… è quanto mai opportuno quello che stanno realizzando!, mi ripetevo: con tutte queste fabbriche della cultura, non può certo mancare quella della civiltà!, concludevo soddisfatto.
Era bello sentirsi parte di un tutto così armonioso, così solidale, così natalizio! Anche in centro, tra i sampietrini – dove prima radicava l’erba murana – ora s’erano alzati splendidi rosai, qualche gruppetto di favagelli (come vedi, caro Umberto Piersanti, il favagello cresce pure a Macerata… – perché l’amico poeta urbinate Piersanti è molto legato, a questo delicato fiorellino giallo; a proposito – gli dicevo anche – il tuo ultimo libro di versi per i tipi di Marcos y Marcos è bellissimo, dobbiamo presentarlo anche qui); rose, favagelli, ma anche fragole rampicanti che rampicavano sui frontespizi dei palazzi. Insieme al canto melodioso di provenienza sconosciuta, si diffondeva per l’aria il fantastico odore dei fiori in boccio. Con tutto che era Natale…
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Col cuore sollevato e passo agevole, come non mi capitava più da circa un ventennio, ero in breve arrivato in Piazza Vittorio Veneto. C’era un’orchestra con coro che deliziava i miei concittadini; non era stato costruito un palco, bensì usavano il sagrato di San Giovanni. Eseguivano El amor brujo di De Falla, seguito un po’ innaturalmente – ma in quel contesto funzionava – dal Miserere di Allegri e dai Mottetti di Palestrina (come potesse riuscire l’acustica di quella piazza aperta a servire la polifonia era un mistero…). Di fronte, sul sagrato di San Filippo, poi, era avvenuto un fatto stranissimo: in onore dei più deboli, la lapide della discordia era stata calata giù dalla facciata e posta a mo’ di pedana per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Al suo posto era apparsa la riproduzione in vetroresina (ça va sans dire…) di un dipinto raffigurante San Filippo.
Curioso scoprire che l’attore Cesare Bocci ha attivato una petizione su Change.org per l’abolizione delle barriere architettoniche a vantaggio di tutti i disabili che a Roma volessero visitare le chiese giubilari (pare che solo tre siano esenti da barriere), proprio mentre va in onda il mio sogno di Natale. Che stia sognando anche lui? Probabilmente sì: un mondo migliore. Per chi volesse appoggiare la sua richiesta, basta recarsi nel sito di Change.org e cercare la petizione “Firma per un Giubileo aperto alle persone con disabilità”. Della serie, mettiti a sognare insieme a noi. Io intanto proseguo nel mio incanto fiorito…
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Anche l’orologio dei tempi sulla Torre dell’Orologio era stato finalmente settato in maniera corretta: al suono dell’ora di quello superiore, infatti, la lancetta unica di quello inferiore deve trovarsi esattamente all’inizio dell’ora successiva, per andare giusto; altrimenti è un falso storico nel falso storico. Autrement dit, se l’orologio in alto suona le due, significa che sono passate due ore (e dunque che comincia la terza ora). Per la contentezza, la piazza si stava riempiendo di semplici cittadini, renne e babbi natali. Facevano poi bella mostra di loro tre nuovi re magi, lustri e fiammanti: avevano in mano tre penne… “magiche” (chiaro: altrimenti che magi sarebbero stati?).
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Tutte le vetrine di Corso della Repubblica e di Corso Matteotti erano tornate in vita: c’erano panifici, alimentari, pizzerie, paninerie, birrerie, salumifici, macellai, drogherie, pasticcerie, bar, ristorantini caratteristici, bistrot, trattorie, sushi point, ristoranti cinesi-brasiliani-argentini-filippini-turchi-giapponesi-indiani, self-service per tutte le tasche e per tutti i palati, gastronomie, ristoranti di pesce, vegetariani, vegani, macrobiotici, microbiotici, antibiotici, geotermici, futuristici e quant’altro. Anche il cartello che indicava il luogo era stato modificato: ormai la città si chiamava Mangerata (il nome gliel’aveva affibbiato la mia amica Lucia).
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Era bello continuare sempre così, nel sogno notturno natalizio. Ma la danza per niente macabra stava volgendo alla sua fine, si approssimava l’alba. Il risveglio fu come un trauma: dormiglione, non è ora che ti alzi?, mi rimbrottarono quelli di casa. Ma non era un problema di sonno. Solo che… come spiegarglielo?







