Quei miei fantastici amici occasionali

DAVOLI A MERENDA - Chi sono i mendicanti che chiedono una monetina
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Quei miei fantastici amici occasionali

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di Filippo Davoli

Non sapete cosa vi perdete. Vi vedo quando, per strada, scappate rapidamente dall’assalto educato ma insistente dei mendicanti di colore: “Non ce l’ho, scusa tanto, vado di fretta, no, non ho nemmeno una monetina”, che forse è anche vero. E poi in effetti sono proprio troppi, a volte. Ma non sapete cosa vi perdete.
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Anzitutto gli occhi. Dovreste perdere cinque minuti a guardarli negli occhi: sono pozzi luminosi dentro cui vedi l’anima. A volte non è una bella anima, ma tante altre sì. Non è un fatto di bravura o di bontà: è l’umano che si sprigiona, la sete di rapporti e di dignità; ci trovi anche – ed è divertente, se c’è – il marketing del venditore naturale, che si ravviva per mettere a segno a suo vantaggio la tua generosità: facciamo a chi gioca meglio, vediamo chi vince la partita, si decide tutto nello spazio di un respiro. Bella performance, non c’è che dire. Ma se li guardi negli occhi, dentro l’anima, può mettersi meglio a te. E meglio a lui, perché dopo sarai un po’ più generoso, si spera.
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Poi c’è la parola. Due battute al volo. Lui per resistere e vincerti, tu per spacciarti più povero di lui e riuscire a divincolarti. Ma se superi il convenevole, il botta e risposta di rito; se gli tendi la mano e ci fai amicizia – per quello stesso spazio breve dell’incontro –, vi scambiate anche il nome: e nel nome c’è tutta la persona. Dio ci ha chiamati per nome, dice la Scrittura. Nomi spesso impronunciabili, che loro modificano italianizzandoli per facilitarti il compito (e io, a quel punto, regolarmente complico il mio per facilitarlo a loro: e così, dopo, ci mettiamo a ridere e andiamo sovente a prenderci un caffè).
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Sono affamato anche io. Assetato anche io. Ma della loro storia. Della loro semplice quotidianità sia nel paese d’origine che qui da noi. Mi piace conoscere quanti fratelli e sorelle hanno, come si chiama la loro mamma, se sta bene in salute, se sono sposati e se hanno figli. E se vivono in una casa dignitosa, e in quanti. Piccole cose, alle quali replico mettendo in comune la mia quotidianità. Non m’è mai saltato in mente di redarguirli: penso che tra poco, se continua così, ci toccherà fare la stessa fine. E a me, sinceramente, non piacerebbe che qualcuno mi pontifcasse le sue ragioni mentre una congiuntura infame mi ha ridotto in miseria.
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Pensate a quei poveri disgraziati che avevano investito i risparmi nelle azioni della Banca Marche e si ritrovano con un pugno di mosche! Certo, se tra di essi vi fosse anche il maceratese tipico (quello cioè che i soldi, per principio e per antonomasia, li mette in banca per coltello e non li tocca più), di fronte all’atroce beffa che gli toglie il sonno e l’appetito potrebbe trovare in breve una soluzione infallibile: pensare che i suoi soldi sono ancora tutti lì. Et voilà. Les jeux sont fait.
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I miei amici occasionali certi problemi non ce li hanno. Ne hanno altri.
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Ma io stavo parlando di cosa vi perdete. Ed ero giunto alla parola: perché è bello scambiarsi due parole. Un giorno offri un caffè, un altro giorno ti piomba tra le mani un improbabile maglione con la bandiera africana stampata che però accetti volentieri, e te lo metti pure, perché è carico di un sorriso che non puoi dimenticare, che ti fa bene, che ti mette allegria. E un altro giorno piangi insieme perché mamma, laggiù, sta male. O oggi non hai venduto nemmeno un accendino. O le tasse ti divorano. O uno ti ha chiamato negro. “Ma lo sei, un po’ nero…”, dico io: “e ti rivelo un segretuccio: sono un po’ nero pure io; ti sembro bianco perché ho una malattia della pelle!, ma più ancora un’altra cosa: dentro, cuore fegato stomaco polmoni reni hanno lo stesso colore per me e per te”. E dopo si può tornare a prendere il consueto caffè. Insieme. Perché senza il caffè, la vita è decisamente meno bella.

“Comportati bene!”, gli dico io: “guarda che la tua onestà vale più di tutti i soldi della terra”, gli dico: “Il tuo nome è santo, non sporcarlo!”. E quasi sempre mi replica che anche suo padre gliel’ha detto, quando partiva. Certo, qualcuno dice di sì e “paga da bere”, proprio come qui da noi. Qualche altro ha un sussulto malinconico, ma poi gli passa – perché la vita ha altre urgenze. Altri ancora ringraziano, perché qualcuno si è preso la briga di difenderli dal mondo, e certe volte anche da sé stessi. Ognuno reagisce a modo suo. Ma questo è il meraviglioso e tremendo mistero della libertà.
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E poi ci sono le mani. Non solo quelle che ti assestano il braccialetto che non metterai mai e contemporaneamente si tendono per l’obolo pattuito; anche le mani che una volta, sotto una pioggia violentissima a Civitanova, apparvero dal nulla a spostare la mia macchina in panne davanti al semaforo (mi avevano riconosciuto? Non saprei dirlo, perché come apparvero sparirono). Oppure i piedi che avevano condotto al mio capezzale in ospedale – per un interventino che avevo dovuto fare – uno di loro, preoccupato per il mio buon esito, che non se ne voleva andare più (sai quanti ne conosco, italiani, che fai a tempo a morire e a rinascere tre volte, senza che gli punga mai nemmeno la vaghezza di farti una telefonata?).
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Neri, meticci e bianchi. Africani o rom. Cristiani o musulmani. Fìssati nei suoi occhi, spècchiati lì, mi ripeto. Guarda l’Uomo. E l’Uomo appare. Appare anzi il Figlio dell’Uomo. Appare un Cielo che si apre, laddove tutte le porte si chiudono. Si dà una paternità occasionale, senza lacci. Si dà una fratellanza che non è solo filantropia: anzi, che non lo è proprio. È qualcosa di diverso che è – anche – molto di più. E credo che davvero Qualcuno ha pensato a me, nella semplicità di ogni giorno, perché io possa comunque non essere solo.



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