Morte del carabiniere,
il grilletto del mitra e un’intercettazione
incastrerebbero il collega
TOLENTINO - Oggi si è svolto l'interrogatorio in carcere di Emanuele Armeni, accusato di omicidio volontario. Lui è distrutto, nega e parla di un fatto accidentale. La perizia balistica dice che per esplodere il colpo era necessario esercitare una certa forza ed è impossibile potesse partire per caso. "Manca il movente, lo dice il gip che non c'è" spiega il difensore dell'appuntato. "Siamo sconvolti, ora è anche peggio" dice il papà del militare ucciso
di Gianluca Ginella
E’ distrutto l’appuntato scelto Emanuele Armeni, il carabiniere finito in cella ieri (leggi l’articolo) con l’accusa di aver ucciso volontariamente il collega Emanuele Lucentini, 50 anni, di Tolentino. Il militare, 38enne, residente nel Perugino, a Castel Ritaldi, questa mattina è comparso davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia nel carcere di Magliano di Spoleto, dove si trova da ieri. A incastrarlo, per la procura di Spoleto, è la perizia balistica e una intercettazione ambientale dopo il funerale del collega. Un giallo dove la chiave è un peso: quattro chili e mezzo. Perché è quello che occorre per fare sufficiente forza e far partire un colpo nel premere il grilletto della mitraglietta M12 con cui è stato ucciso Lucentini (l’arma, tra l’altro era in dotazione a lui). Per il consulente il fatto che occorra una certa forza per sparare rende inverosimile che il colpo sia partito in modo accidentale. Come ha sostenuto anche oggi Armeni, nel corso dell’interrogatorio davanti al gip Daniela Caramico D’Auria.
Il carabiniere, assistito dall’avvocato Marco Zaccaria, ha negato di aver sparato volontariamente, e ha ricostruito quello che accadde alle 7 del mattino del 16 maggio scorso nella caserma di Foligno, quando alla fine del turno Armeni e Lucentini avevano fatto ritorno alla base (leggi l’articolo). Sceso dall’auto, ha spiegato Armeni, il carabinieri aveva preso la mitraglietta M12 appoggiata sul sedile del passeggero e nell’uscire era inciampato all’indietro e aveva tirato a sé l’arma. A quel punto era partito un colpo che aveva raggiunto all’orecchio e non alla nuca come pareva all’inizio, Lucentini. Il gip ad Armeni non contesta la premeditazione, ipotesi che invece aveva avanzato la procura. Il giudice chiarisce inoltre che non è stato individuato un movente per il delitto. «Né si fanno ipotesi nell’ordinanza, né è emerso nulla oggi, il gip su questo non ha fatto alcuna domanda» spiega Zaccaria. Un altro aspetto emerso dalla perizia è che il colpo è stato sparato parallelamente al terreno ad un’altezza di un metro e 50, un metro e 60. «Per noi è compatibile con la ricostruzione del nostro cliente che ha detto di aver esploso il colpo mentre cadeva e non dopo essere caduto» spiega Zaccaria. Tra le contestazioni c’è una intercettazione ambientale dopo il funerale di Lucentini, in cui Armeni parla del collega ucciso. «Si era sentito messo alla gogna durante il funerale e si era sfogato dicendo che anche il suo collega non era un santo. Ma si trattava di uno sfogo. E questo lo si capisce sentendo l’intera intercettazione» dice l’avvocato Zaccaria. Che aggiunge: «Siccome in base alla relazione del perito non può essere un fatto accidentale, allora è un omicidio volontario. Mi sembra un passo un po’ lungo, anche perché nel mezzo manca il movente. Ho fatto istanza di scarcerazione e siamo in attesa». Armeni è in cella per il rischio di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove. Lucentini, appuntato scelto dei carabinieri, originario di Tolentino dove ha ancora i genitori e la sorella, viveva a Spello con la moglie Stefania Leonardi. Da oltre vent’anni lavorava a Foligno. Distrutti i familiari: “Siamo sconvolti, adesso è anche peggio di prima” ha commentato il papà di Lucentini, Giancarlo. Ad assistere i parenti di Lucentini sono gli avvocati Maria Antonietta Belluccini e Giuseppe Berellini.

