La storia dei pescatori
negli antichi gesti della Sciabbeca
TRADIZIONI - A Fontespina riproposta per il quarto anno la rievocazione della pesca con rete da riva. Le origini della città costiera tornano nel racconto del veterano Enzo Paolucci: "Potevamo pescare anche un quintale a tirata"
di Marco Ribechi
“Pesce, pesce fresco” gridavano le donne. “Tirate più forte” dicevano gli uomini. Gli antichi gesti dei pescatori civitanovesi rivivono nella rievocazione della Sciabbeca. La tradizionale pesca con la rete da riva, che nei lustri passati ha dato da vivere alle famiglie di Civitanova, è stata riproposta oggi nella spiaggia libera di Fontespina, davanti agli occhi stupiti dei bagnanti e ai bambini in attesa di vedere la cattura di qualche pesciolino. Scarsa la pesca, ormai impossibile a causa della presenza di scogli e natanti, e comunque vietata dalle autorità, permessa solamente per far rivivere la storia fondatrice della città costiera. Ributtato in mare il poco pesce raccolto ma sufficiente per comprendere come procedeva la dura vita dei pescatori.

Enzo Paolucci osserva i gesti della rievocazione e sembra rivivere i tempi che solo la sua memoria può raccontare
A raccontarlo Enzo Paolucci, veterano della tecnica ormai 81enne che con memoria di ferro ripercorre i tempi trascorsi. «Prima non c’era la scogliera e il mare arrivava più in alto, quando c’erano le mareggiate le onde sbattevano sulle case – dice con sguardo tagliente – Da aprile a ottobre si praticava questo tipo di pesca, semplice e sicuro, che poteva sfamare tante famiglie. Per ogni sciabbeca (è il nome usato per chiamare la rete da pesca) c’erano 8 uomini, 4 da un lato e 4 dall’altro. Una barchetta che oggi abbiamo chiamato Caronte, in ricordo di un canale del litorale Nord, faceva il giro, srotolando la rete. Poi si iniziava a tirare ma non si sapeva mai come poteva andare il lavoro». Nelle giornate redditizie si poteva arrivare anche ad un quintale, cifra straordinaria, ma anche 20 chili erano già una soddisfazione. «All’alba c’erano alcune persone esperte che sapevano quando passavano i pesci: mujelle (cefali), sargoni, summeri (sgombri), alici, sarde e aguglie. Poi c’era sempre qualcuno addetto alla vendita e così si tirava avanti».
La sciabbeca a Civitanova era un po’ come la trebbiatura nelle campagne. Come il fattore assoldava i suoi mezzadri pagandoli con parte del raccolto così il proprietario della sciabbeca chiamava gli aiutanti, pagati normalmente in percentuali di pesce. Due economie parallele ma simili, che dimostrano come la condizione dei lavoratori e dei proprietari fosse stata in fin dei conti sempre la stessa, animata da attività collettive e divisa in maniera non sempre equa ma sufficiente a vivere. Le mujelle più grandi normalmente andavano al farmacista e al dottore. Le donne invece, le pesciarole, erano incaricate di richiamare l’attenzione per venderlo. «Questa è la quarta rievocazione – dice Riccardo Pezzola presidente dell’associazione Omega3 di Fontespina – Vogliamo semplicemente mostrare i gesti che hanno fondato l’economia della città intorno ai quali ruotava tutta la società. In seguito è stata poi proibita perché sono arrivati i motopescherecci ma è importante conservarne il ricordo. Abbiamo chiamato anche Don Massimo Fenni, il parroco di San Carlo per benedire i pescatori e la pesca, anche se bisogna dire la sciabbeca non era poi così rischiosa».
















