Blocco degli stipendi,
120 professori sul piede di guerra
UNIVERSITA' - Mobilitazione anche a Macerata. Una delegazione di 8 docenti ha consegnato in rettorato una lettera in cui si chiedono: "Azioni incisive fino ad arrivare a prospettare al governo e al ministro le dimissioni in massa"
di Claudio Ricci
Sono 120 i docenti maceratesi che hanno aderito alla protesta per lo sblocco degli scatti di stipendio per i professori universitari non contrattualizzati andata in scena oggi in tutta Italia. Una vasta fetta della docenza (Macerata conta 286 professori in totale) che oggi in rettorato si è fatta sentire tramite la delegazione costituita da Giuseppe Nori, Gianluca Frenguelli, Clara Ferranti, Francesco Orilia (Studi Umanistici), Simona Epasto (Scienze Politiche Comunicazione e Relazioni Internazionali), Flavia Stara (Scienze dell’Educazione e Turismo) Andrea Tassi e Lina Caraceni (Giusriprudenza). Gli otto docenti, che si dividono tra ordinari, associati e ricercatori hanno atteso Luigi Lacchè nella sede di Piaggia della Torre per consegnargli la lettera sottoscritta dai 120 aderenti all’iniziativa in cui si chiede al rettore di farsi portavoce presso la Crui delle istanze portate dai docenti. Due le richieste: sblocco degli scatti stipendiali (fermi dal 2010) a partire dal 1° gennaio 2015; riconoscimento ai fini giuridici del il quadriennio 2011-2014 senza che questo abbia effetti economici retroattivi. In pratica i docenti non vogliono gli arretrati dei due scatti fatti in 4 anni ma solo ripartire dall’avanzamento effettivamente maturato e riconosciuto in questi giorni ad altre categorie del pubblico impiego da alcune sentenze della corte costituzionale.
«A parte il danno economico, la docenza universitaria considera il perdurare del blocco solo nei suoi riguardi discriminatorio e lesivo della sua dignità – dice Lina Caraceni – Per evitare equivoci, si ribadisce che i docenti non pretendano nessuna restituzione per il quadriennio 2011-2014 (e parliamo di diverse decine di migliaia di euro) ma chiede che a partire dal 1° gennaio 2015 si possa ritornare a percepire lo stipendio che si sarebbe percepito in assenza del blocco quadriennale. Quindi nel mio caso che sono ferma al primo scatto dal 2008, riprendere dal quarto come ne avrei diritto. Il danno più grande riguarda i giovani, perché nella scala di 14 scatti di carriera i primi sono quelli più sostanziosi per poi ridursi nel corso del tempo. Questo oltre che un danno al reddito significa anche meno contributi versati con conseguenti ripercussioni negative sulle pensioni». L’iniziativa partita nel novembre 2013 da Carlo Vincenzo Ferrario docente del Politecnico di Torino conta oggi più di 8mila adesioni di docenti in tutta Italia.
«Sostengo la richiesta sia come docente che come rettore – ha detto Lacché – soprattutto in un momento in cui i giovani docenti stanno entrando a far parte delle leve che saranno fondamentali per l’ateneo. Siamo una categoria che non soffre in termini assoluti gli effetti della crisi, tuttavia i giovani traggono svantaggio notevole dalla mancanza dell’adeguamento stipendiale. La misura era condivisibile finché il blocco ha riguardato tutto il pubblico impiego ma oggi dopo lo sblocco delle altre categorie viene meno quello spirito di solidarietà unitaria. I rettori sono purtroppo con il piede in due staffe, da una parte sono docenti e dall’altra componenti della Crui ma questo adeguamento ha a che fare con la dingintà ed è per questo che vi ribadisco il mio sostegno».
I docenti non fanno sconti e nella lettera chiedono ai rettori “un’azione incisiva e concreta a sostegno delle loro richieste, fino ad arrivare a prospettare al governo e al ministro le dimissioni in massa”. «Da parte nostra possiamo valutare due tipi di azioni – continua Caraceni – esonerarci dall’attività didattiche che non sono meramente istituzionali, riducendo di gran lunga l’attività accademica che di queste si compone, o addirittura arrivare a non compilare il Vqr (valutazione qualità della ricerca) in base al quale il Ministero calcola i meriti professionali dei docenti e le relative retribuzioni con conseguente blocco del sistema degli stipendi». Ma le mortificazioni professionali non riguardano solo gli stipendi in sè. Molti docenti infatti devono sopperire al taglio dei fondi per la ricerca mettendoci soldi di tasca propria anche per una semplice trasferta accademica o per i costi di un convegno da organizzare in ateneo. «Una classe docente demotivata e mortificata non è certamente utile per il progresso dell’Università – continua la lettera indirizzata al rettore – A fronte anche dall’insostenibile burocratizzazione di ogni attività (anche questa è una questione molto sentita) e dell’azzeramento dei fondi per la ricerca, occorre infondere un minimo di fiducia e speranza, di apprezzamento per il lavoro svolto dalla docenza; altrimenti la qualità dell’Università subirà un declino inevitabile».











poverini…..mi fanno una pena
Oggi vanno di moda gli immigrati, coccolati fino all’inverosimile. Suggerisco ai docenti di camuffarsi da rifugiati e di chiedere i soldi al GUS, G arante dell’U niversità di S tato.