L’astensionismo al voto
come l’inerzia leopardiana

ANALOGIE - Il poeta recanatese e i giovani di oggi. Dopo i falliti moti rivoluzionari del 1830 Giacomo Leopardi scrive a Carlotta Bonaparrte: "Le mie occupazioni consistono sempre nel cercare di perdere tutto il mio tempo; non scrivo, non leggo, faccio tutti i miei sforzi per pensare il meno possibile".

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Donatella Donati

Donatella Donati

di Donatella Donati

Un confronto del presente col passato fa sempre comodo perché dà significato a comportamenti che sembrano nuovi ma che hanno rispondenza in altri già avvenuti. Parliamo dell’astensionismo che si è verificato in modo molto evidente nelle elezioni dell’ultima tornata e che ha dato il via a varie interpretazioni. In una lettera da Firenze del 1833 di Giacomo Leopardi all’amica Carlotta Bonaparte, il poeta in poche righe riassume la sua posizione di astensionista rispetto alla politica italiana e in quel caso fiorentina degli anni che seguono i falliti moti rivoluzionari del 1830. Leopardi, che all’inizio di quei moti era stato nominato deputato a Bologna e che non aveva preso possesso della carica per la sconfitta dei rivoluzionari, osserva con occhio molto critico e quasi disgusto la situazione di stasi che ne era seguita. “Quanto a me – scrive a Carlotta – lei sa che lo stato progressivo della società non mi riguarda. Il mio, se non è retrogrado, è eminentemente stazionario.- C’è la descrizione in breve  della situazione dell’astensionista di fronte alla delusione, alla perdita di speranza dopo un tentativo di impegno, alla nullità della società. “Le magnifiche sorti e progressive” che la politica immaginava raggiungibili in breve sono già in fallimento, gli amici fiorentini, esuli e liberali, invano continuano a profetizzarle. Leopardi si rifugia nell’inerzia e scrive “le mie occupazioni consistono sempre nel cercare di perdere tutto il mio tempo; non scrivo, non leggo, faccio tutti i miei sforzi per pensare il meno possibile”.

Carlotta Bonaparte

Carlotta Bonaparte

Il paragone, mutati naturalmente i tempi, sembra però dare ragione alla posizione degli astenuti e al senso di insoddisfazione e di inerzia che rende la società attuale poco attiva e partecipativa. C’è il rientro nel privato, nelle modeste attività della vita quotidiana e nella negazione che possa essere la politica a risolvere i problemi. Anche Leopardi si rifugia negli affetti e la sua lettera a Carlotta è affettuosa e galante solo come un uomo giovane e sensibile può saper scrivere. Con una grafia precisa e quasi disegnata si augura il ritorno a Firenze da Londra di quella amica presso la cui casa ha passato tante ore, con una conclusione apparentemente formale ma molto sincera detta da uno che della verità aveva fatto la sua scelta -… mi limiterò (…) a ricordarle che sono e che sarò per tutta la vita il suo devotissimo servitore.- Pochi mesi dopo Leopardi lasciava Firenze per Napoli e continuava la sua vita di migrante da uno stato all’altro dell’Italia di allora con tutti i problemi che ne conseguono tra i quali, il più sensibile quello che riguarda il poter guadagnare con il proprio lavoro. Erano finiti anche per lui i contratti con l’editore Stella di Milano e anche l’Accademia della Crusca gli aveva rifiutato un importante premio.

Un ritratto del poeta Giacomo Leopardi

Un ritratto del poeta Giacomo Leopardi

I giovani trentenni di oggi si trovano in situazioni analoghe e la ricerca del lavoro è la causa della loro mobilità all’interno del nostro Stato e all’estero. La comparazione non è fuori luogo pensando ai disagi fisici e morali a cui si sottopone chi non trova possibilità di vivere decorosamente nel luogo dove è nato, forse per questo Leopardi piace tanto ai giovani e ancora di più per la presentazione mediatica che ne è stata fatta chiamandolo addirittura giovane favoloso. Ma la felicità, quella che ciascun giovane ricerca e a cui le popolazioni aspirano e che solo nella costituzione americana è messa come base di tutte le attività politiche, come si concilia con una società e dei politici che cercano solo il contrasto e i loro interessi? Sembra proprio che le esperienze passate non insegnino nulla a chi vive nel presente e che sia giusto quello che diceva G.B. Shaw che l’esperienza è un libro che tutti scrivono e nessuno legge.


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