Dative, dazioni e mazzette nella Marca
IERI E OGGI - Malversazioni e ruberie prima e dopo l'unità d'Italia nei testi di Monaldo Leopardi

Donatella Donati
di Donatella Donati
Quotidiani e mezzi di comunicazione sono invasi in questi giorni da storie apparentemente incredibili ma molto comuni di corruzione, appropriazioni indebite, collusioni mafiose, in poche parole un altro dei tanti sacchi di Roma di fronte al quale quelli dell’antica storia sono bazzecole. La nostra regione faceva parte della marca d’Ancona e fino al 1860 è stata guidata da una classe politica molto particolare quella che ancora oggi indossa tonache e sacre vesti. Notizie di malversazioni e di ruberie ci sono anche per quanto riguarda quell’epoca di gran lunga però meno inclini alla delinquenza della classe politica attuale se non altro perché i revisori dei conti erano quelli che avevano la loro residenza in cielo e prima o dopo avrebbero fatto giustizia.

Monaldo Leopardi
E’ interessante consultare l’autobiografia di Monaldo Leopardi per sapere come funzionava il sistema di trasgressione delle regole e delle leggi. Poniamo il caso della norma che prescriveva l’entrata in possesso del proprio patrimonio solo all’età di ventuno anni e la possibilità di poterlo avere allo scadere dei diciotto attraverso una petizione all’ufficio romano che se ne occupava e una raccomandazione da parte di qualche prelato importante per entrarne in possesso qualche anno prima. L’operazione però richiedeva il pagamento di una somma detta comunemente “dativa” che adeguata alla richiesta e al patrimonio del richiedente otteneva dall’ufficio la sospirata anticipazione. Pensiamo ad un’altra durissima legge dello Stato della Chiesa la proibizione assoluta di possedere e leggere i libri posti all’Indice tra i quali figuravano opere grandissime della contemporaneità ma anche libri di filosofia, di letteratura e di poesia del passato. Divertitevi a leggere su internet l’elenco preciso di quei libri e vi renderete conto dell’assurdità delle limitazioni. Anche in questo caso bastava fornirsi di un adeguato corriere e di un adatto intermediario e soprattutto di una sacchetta di monete, la famosa dativa, per avere l’esonero dalla proibizione. È stato così possibile dal giovane Monaldo appassionato lettore e collezionista di libri di ogni genere ottenere il permesso di leggerli senza incorrere nelle condanne molto pesanti del tribunale dell’Indice. È stato così possibile anche al giovane favoloso accedere al meglio della cultura europea anche se a lui toccò poi nel Regno di Napoli, quando vi trascorse gli ultimi anni della sua vita, di vedere segnalate in quell’Indice assurdo e pericoloso le sue Operette morali.
Casi di dative molto importanti si sono verificati anche per il passaggio dei beni dei gesuiti, alla loro soppressione, ai beni degli aristocratici della Marca. E’ stato così per esempio per i beni dei gesuiti a Recanati che passarono d’improvviso tra quelli della famiglia Antici per un tempestivo movimento di dative. Non si spiega altrimenti perché non li avessero ricevuti i nobili Leopardi che erano stati coloro che avevano fatto arrivare a Recanati l’Ordine. Una ferita che è rimasta aperta per secoli, che ha pesato sul matrimonio di Monaldo Leopardi con Adelaide Antici e ha lasciato qualche traccia anche oggi tra le due famiglie. Le dative papaline sono diventate dazioni durante i processi di tangentopoli e appaiono oggi come il risultato di un comune scambio di servizi e favori a tempo indeterminato e senza l’intervento del sindacato. Ma le cattive abitudini sono radicate nel tempo e non bastano le parole a cancellarle. Ricordo che nel dopoguerra, quando Macerata e l’Italia erano lacerate da profonde divergenze politiche con reciproche accuse, il preside del Liceo classico Leopardi il professor Trepin, passando tra le classi concludeva sempre con questa esortazione: “bisogna riformare le cossienze!”, proprio così perché era un profugo dalmata che conservava l’accento di quella regione. E’ cambiato assai poco.
La Riforma protestante è nata con la questione delle indulgenze. Nel 1517 papa Leone X, volendo ricostruire la basilica di S. Pietro a Roma, e non disponendo dei mezzi necessari, aveva bandìto in tutto il mondo una speciale indulgenza per coloro che avessero fatto un’offerta in denaro. L’indulgenza (già usata nel corso delle crociate) era una sorta di condono delle pene che il credente avrebbe dovuto scontare nel Purgatorio, che il papa concedeva a quei fedeli, sinceramente pentiti, disposti a compiere particolari penitenze (pellegrinaggi, elemosine, opere meritorie…). Lo “sconto” offerto da questi certificati d’indulgenza era proporzionato all’importo del denaro.
Come sono nate le indulgenze e che cosa sono?
Secondo la chiesa cattolica il peccato è costituito dalla “colpa” e dalla “pena”. La colpa si cancella con il sacramento della penitenza, la pena è necessaria per soddisfare la giustizia divina offesa dal peccato. Quindi, oltre al pentimento, occorrono anche delle “prove” che attestino l’effettivo pentimento (ad es. al ladro si chiedeva di restituire la refurtiva o di donare una somma equivalente in beneficenza, oppure, se non disponeva di nulla, gli si imponeva un pellegrinaggio in luoghi santi o una scomunica temporanea).
Le indulgenze erano una specie di “decreti di amnistia” scritti dal Papa, sulla base del cosiddetto “tesoro dei meriti” di Cristo e Maria, i quali avrebbero dato agli uomini più di quanto non occorresse per la loro salvezza (ma in questo “tesoro” sono inclusi anche i santi e i fedeli più devoti del paradiso, la cui grandezza superava, secondo la chiesa, le pene che meritavano per i loro peccati).
In virtù di questo “surplus” di meriti, la chiesa si sentiva in diritto di diminuire o addirittura di cancellare la pena del peccatore (in vita o nel Purgatorio). Chi, pagando una certa somma, riusciva ad entrare in possesso del documento scritto (i vivi direttamente, i morti tramite i parenti ancora in vita), poteva ottenere uno “sconto” sulla pena (per i vivi anche sulle pene future), a prescindere naturalmente dalla fede personale di chi lo acquistava o di chi ne beneficiava. In tal modo i benestanti potevano facilmente mettersi la coscienza a posto.
Il commercio delle indulgenze era assai diffuso in tutta Europa occidentale. Nel 1517 papa Leone X promulgò un’indulgenza plenaria, cioè un riscatto della totalità delle pene per tutti coloro che invece di recarsi in pellegrinaggio a Roma, avessero versato un obolo per la costruzione della basilica di s. Pietro. Interpretando questa iniziativa come un ennesimo abuso della chiesa romana, Lutero protestò, dando così inizio alla Riforma protestante.
Quali problemi poteva suscitare questa prassi?
L’eventualità che il penitente potesse credersi pienamente giustificato davanti a Dio solo per aver fatto degli atti di penitenza (il cristianesimo infatti afferma che la salvezza è “dono di Dio” e che l’unico “merito” del credente sta nell’accettare questo dono).
Abusi e speculazioni a non finire. La chiesa di Roma incamerava ingenti quantitativi di denaro, i mediatori che distribuivano le indulgenze esigevano una parte degli “utili”. Le tariffe erano proporzionali alla richiesta del beneficio. Chi rifiutava questa consuetudine veniva considerato un “cattivo” credente (perché presuntuoso, avaro, o quasi un eretico…).
Che cosa affermò Lutero?
Come prima conseguenza di questa protesta contro le indulgenze, Lutero arrivò ad affermare che le opere, le azioni, i meriti personali non sono sufficienti per salvarsi: la mancanza di fede in Dio, o di coscienza personale del proprio limite, non può essere sostituita dall’attivismo con cui si vuole dimostrare a tutti i costi d’essere santi, buoni e perfetti. Ecco perché -dice Lutero- le indulgenze, così come i pellegrinaggi, i digiuni, i voti di santità povertà obbedienza, non servono a giustificare. Per salvarsi occorrono due cose: la volontà di Dio e la fede dell’uomo. L’uomo si giustifica per fede e per grazia. Può fare delle “buone azioni”, ma a titolo personale e non perché obbligato da qualche legge o consuetudine.
La seconda conseguenza del ragionamento di Lutero è che se le opere non servono a niente in quanto basta la fede nella grazia di Dio, allora per conoscere questa grazia è sufficiente leggersi la Bibbia (da lui tutta tradotta in tedesco). I sacramenti, la tradizione della chiesa, il magistero non hanno un valore salvifico, ma solo simbolico (i sacramenti), orientativo (la tradizione), pratico (il magistero). Non c’è nulla che possa avere un potere vincolante per la coscienza del credente. Il credente è solo davanti a Dio, incerto sul suo destino. Se si salverà è perché era predestinato.
(fonte http://www.homolaicus.com/storia/moderna/riforma_protestante/indulgenze.htm)
La datìva riddoppiata
Riddoppià le datìve senz’editto!
E a cchi ss’incoccia a nnun volecce crede,
àprijje un tiratore e ffajje vede
un scàccolo de carta manoscritto!
Ah, cqua, pper dio!, nun ze cammina dritto!
E ppe ppiantà le cose su sto piede
ce vò un Papa nimmico de la fede
ppiú der re Ffaraone de l’Iggitto.
Un galantomo che ss’è mmesso a pparte
er zòlíto ssciroppo, in cuncrusione
mó le mezz’once l’aritrova quarte.
Hanno raggione lòro, hanno raggione.
Tutt’er torto l’ha aúto Bbonaparte
che nun ha ffatto lavorà er cannone.
20 settembre 1835
Li crediti
Tristo ar monno chi avanza, Crementina.
È un anno che cquer gruggno da sassate
de don Bruno ha da damme una diescina
de scudi pe ttre rrubbie de patate.
Co ssalille oggni ggiorno e oggni matina,
j’ho llograte le scale, j’ho llograte.
«Dorme, pranza, nun c’e; sta a la dottrina…».
E ssempre sta canzona: «Aritornate».
N’ariviengo mó ppropio co ste gamme,
perc’oggi ar fine er zanto sascerdote
m’aveva aripromesso de pagamme!
Sai cosa ha ffatto dimme er zor don Bruno?
Ch’è ttanto affaccennato in ner riscote
che nun ha ttempo de pagà ggnisuno.