Gli attentati di Parigi
e l’Islam di casa nostra

Ci vuole meno integrazione? Al contrario, ne occorre di più e da entrambe le parti. La Caritas diocesana e il curioso caso di Civitanova
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di Giancarlo Liuti

Il mondo intero è rimasto impressionato dalle atrocità (sedici morti, nella sede di un settimanale satirico “reo” di aver pubblicato vignette su Maometto e in un supermercato di alimenti ebraici) perpetrate a Parigi da tre terroristi di fede islamica, poi uccisi anche loro, che s’erano dichiarati militanti di Al Qaeda o dell’Isis, il Califfato tagliatore di teste. Ma c’è stato un particolare sul quale i media non solo italiani non hanno riflettuto abbastanza. Nel primo caso l’agente di polizia Ahmed Merabet, 42 anni, cittadino francese di fede islamica e nato a Lione da genitori di origine tunisina, giaceva ferito su un marciapiede e Said Kouachi, 34 anni, cittadino francese di fede islamica e nato a Parigi da genitori di origine algerina, lo ha freddato, fuggendo, con un colpo di kalashnikov ormai superfluo e per questo ancora più orrendo. Nel caso del supermercato, il commesso Lassana Bathily, 24 anni, proveniente dal Mali, di fede islamica e da ieri cittadino francese, ha rischiato la vita contro il terrorista Amedy Coulibany, 32 anni, nato nei pressi di Parigi, cittadino francese e anch’egli di fede islamica, riuscendo a salvare sedici avventori, tanto che la comunità israelitica l’ha definito un eroe. Nei terribili fatti di Parigi, dunque, i carnefici e coloro che si sono opposti ai carnefici avevano la stessa fede, credevano tutti in Allah, in Maometto e nel Corano. E questo dimostra che nella “guerra di religione” dell’Islam contro l’Occidente cristiano ed ebraico c’è un aspetto da non sottovalutare: la frattura, e non solo in Europa, all’interno dell’Islam.
Nell’Unione Europea i cittadini di fede musulmana sono circa sedici milioni. E limitandoci ai paesi più importanti , la Francia ne conta cinque milioni in gran parte di origini algerine, la Germania cinque milioni in gran parte di origini turche, la Spagna quattro milioni in qualche modo collegabili alla dominazione araba dei secoli passati, l’Inghilterra tre milioni in buona parte di origini asiatiche e l’Italia due milioni e mezzo. I fenomeni migratori degli ultimi anni c’entrano poco giacché prevalgono ragioni che risalgono all’epoca coloniale. E questo, ma in misura minore, anche in Italia, se pensiamo al nostro “impero” che comprendeva l’Eritrea, l’Etiopia, la Somalia e la Libia. Da noi, comunque, la percentuale attribuibile all’immigrazione in atto dall’inizio del Duemila è più alta che altrove.
Sedici milioni, dunque, che con giovani di seconda o terza generazione sono “quasi perfettamente integrati” nelle varie società nazionali, dove lavorano, producono reddito, pagano le tasse e a prescindere dalla loro fede religiosa e dai loro costumi familiari rispettano le leggi. Credere che fra questi sedici milioni trovino grande spazio i fondamentalisti in guerra con l’Occidente può essere un grave errore soprattutto per noi. I fondamentalisti ci sono, sciocco negarlo, e fra i fondamentalisti ci sono i simpatizzanti del terrorismo, e fra questi ultimi ci sono coloro che il terrorismo lo fanno sul serio, più o meno isolati, più o meno organizzati, più o meno finanziati dall’estero. Gli stessi islamici lo sanno. E allora, consapevoli che ciò rappresenta un pericolo pure per loro, dovrebbero più energicamente dissociarsene in pubblico e collaborare con le forze dell’ordine. Il che, purtroppo, non avviene. Perché? Il motivo sta nel “quasi perfettamente integrati”.
Un “quasi” che nella stessa misura dipende da noi e da loro. Dipende da noi per la perdurante fobia razziale e religiosa verso gli stranieri (troppa nostra politica si ostina masochisticamente a rifiutare il mondo moderno) , dipende da noi per i pregiudizi con cui ostacoliamo il sorgere di nuove moschee e costringiamo gli islamici a praticare il loro culto negli scantinati, dipende da noi per le condizioni miserevoli in cui si trovano le periferie delle metropoli dove le comunità anche islamiche sono costrette a vivere come nei ghetti. Ma dipende anche da loro perché continuano a diffidare della laicità – rispettando tutte le religioni essa non è antireligiosa – delle istituzioni civili dell’Occidente, dipende anche da loro perché pur non approvando le violenze del fanatismo islamico si comportano come facevano un tempo i nostri comunisti nei confronti dei brigatisti rossi nel limitarsi a definirli bonariamente “compagni che sbagliano”, e fanno fatica a compiere una netta scelta di campo che non pregiudica la loro fede ma gli insinua nei cuori il timore di cadere in peccato e la vergogna dell’apostasia (va detto però che noi questa scelta gliela proponiamo con toni a volte intimidatori e provocatori), dipende anche dai loro non pochi “iman”, cui compete l’interpretazione quotidiana del Corano, che indulgono su posizioni assai rigide. E allora? Il “quasi” non basta. Ci vuole più integrazione, da una parte e dall’altra.
Una vera guerra sta divampando nel Medio Oriente, una guerra che con migliaia di vittime si combatte, attenzione, fra paesi di fede islamica e, al loro interno, fra sunniti e sciiti. L’Occidente vi partecipa come si partecipa a vere guerre, con aerei, bombe, soldati. Ma l’ipotetica guerra che sarebbe in atto in Europa la si può affrontare solo con altri mezzi, quelli dell’’intelligence, dei servizi segreti, degli infiltrati, delle schedature di individui sospetti, del controllo dei siti internet. Il che avviene, ma con dei limiti difficilissimi da superare (il Web, ad esempio, è un universo contraddittorio e ingannevole). Come infatti è accaduto a Parigi, basta che tre soli individui (oltretutto un po’ sprovveduti al punto di sbagliare i numeri civici dei loro bersagli) compiano carneficine al grido di “Allah è grande” e un’ intera nazione cada in preda al panico e si senta sull’orlo della sconfitta. Ciò può succedere in qualsiasi giorno, oggi, domani, fra un mese. E dovunque, in Germania, in Inghilterra, in Italia, a Roma e a Macerata, magari col pretesto della “Civitas Mariae”. E questo minaccia anche le comunità degli islamici. Ben vengano dunque migliori controlli preventivi, che tuttavia sarebbero più efficaci se vi contribuissero pure i musulmani denunciando per primi quei pochi che nelle loro famiglie mostrano simpatia per i massacri nel nome di Dio. Ecco perché ci vuole più integrazione fra noi e loro, e che sia più reciproca. Altrimenti non se ne esce.
Fatta questa lunga premessa, forse superflua ma che aiuta a rendersi conto anche della situazione di Macerata e della sua provincia, tento di calcolare quante sono, da noi, le persone di fede islamica. Un censimento locale delle professioni religiose non esiste, ma ci si può avvicinare coi dati sulla presenza degli stranieri, molti dei quali hanno la cittadinanza italiana (i richiedenti asilo politico sono una categoria del tutto diversa). Con 4.100 persone gli stranieri residenti a Macerata rappresentano il 10,2 per cento della popolazione, ma solo cinquecento hanno origini, lontane o recenti, in paesi di religione islamica. Idem in provincia, dove gli stranieri sono 15mila (10,5 per cento) ma quelli che provengono, in tempi lontani o recenti, da paesi islamici sono poco più di tremila. E’ sufficiente, quest’operazione, per quantificare i nostri fedeli a Maometto? Non lo è. Sono soltanto opinabili approssimazioni. Ma aiutano, ripeto, a farsi un’idea.
A proposito di integrazione non mi pare che il comune sentire dei maceratesi, per loro natura un po’ chiusi in se stessi e un po’ scettici su tutto, sia l’ideale per farla crescere, l’integrazione, e rafforzarla. Vero è tuttavia che a Macerata operano varie associazioni di volontariato solidale, fra le quali assume un significato particolare la Caritas della Diocesi, che pur essendo cattolicissima per istituzione non lesina aiuti a chiunque ne abbia bisogno, anche ai fedeli di altre religioni, compresa quella che nei suoi estremisti sta dichiarando “guerra santa” al cattolicesimo. Dai dati in possesso della Caritas, infatti, risulta che il 54 per cento di chi chiede e ottiene soccorso è cattolico, sì, ma il 23 per cento è islamico. Se ne deve dedurre che a Macerata i musulmani sono a tal punto numerosi? No. Ciò dimostra che rispetto agli altri stranieri loro sono più poveri. Un plauso, allora, alla Caritas: la solidarietà fra tutti gli esseri umani è, per essa, un valore universale.

La manifestazione di domenica scorsa a Civitanova

La manifestazione di domenica scorsa a Civitanova

Chiudo con un curioso episodio verificatosi a Civitanova (LEGGI L’ARTICOLO) in una processione di islamici provenienti da varie regioni per celebrare la nascita di Maometto, un po’come si usa da noi a Natale, nel giorno della nascita di Gesù. Una manifestazione nel corso della quale loro stessi hanno condannato i terroristi di Parigi dicendo che non si comportano da “veri musulmani”. Una manifestazione che si è snodata fra due ali di civitanovesi silenziosi e rispettosi. Buon segno, che contraddice la demagogica xenofobia di alcuni politici locali. Contro quegli islamici c’è stato un unico gesto aggressivo e l’ha compiuto un tale giunto da fuori che ha fermato l’auto davanti al corteo per impedirgli di muoversi e poi, sceso in strada, ha gridato frasi insultanti implicitamente inneggiando alla nostra superiore civiltà. Ebbene, bloccato dalla polizia e condotto in commissariato, è saltato fuori che questo signore ha una fedina penale non propriamente immacolata ed è stato denunciato per guida senza patente, che gli era stata da tempo ritirata. Senza alcuna intenzione di generalizzare – sarebbe assurdo – sarcasticamente mi chiedo se la nostra superiore civiltà sia la sua.



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