Maggiordomo e gentiluomo:
“Ho servito i potenti della terra”

FORMIDABILI QUEGLI ANNI. Franco Clementi, 81 anni, maceratese, ex allievo dei Salesiani ricorda la sua esperienza come 'maitre' all'ambasciata inglese a Parigi. A tu per tu con Churchill (“conservo un suo sigaro”), Margaret e la Regina Madre (“conosceva ed amava Ancona”), Wallis Simpson e l'ex re Edoardo (“elegantissimo, teneva sopratutto ad una pelliccia dono del padre Giorgio V”), Eisenhower e Mc Millan (“a loro ho servito il the nel parco nei giorni della crisi dell'U2 su Mosca”) e Krusciov (“volle andare a piedi all'Eliseo da De Gaulle”). Sarà ospite per i 200 anni della sede diplomatica, che fu la 'maison' di Paolina Bonaparte
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Franco Clementi

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L'ingresso dell'Ambasciata inglese a Parigi (1)

Il ritorno all’Ambasciata inglese a Parigi con la nipote Marta lo scorso anno

di Maurizio Verdenelli

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Maggiordomo e gentiluomo. E riservatissimo. Come dalla lettera di referenze a firma del ‘comptroller’ dell’ambasciata d’Inghilterra a Parigi. Dove, nella sontuosa sede che fu di Paolina Borghese, sorella di Napoleone, lui rivestì il ruolo di ‘maggiordomo’ (‘maitre’) dal settembre del ’58 al febbraio 60. ‘Anni indimenticabili” dice Franco Clementi, maceratese ex allievo dei Salesiani, 81 anni benissimo portati, “casettà” verace. “Tutto avvenne per merito di mio padre Armando. Andavamo a Perugia in auto, lui alla guida che continuava a raccomandarmi: ‘Franco pensa a studiare le lingue. Ti aiuteranno! Ed io a sbuffare stretto sul sedile. Con me c’erano infatti gli amici di sempre: Franco Moschini, Loris Tartuferi e Bruno Balducci. Tutti ad iscriversi all’Università di Perugia…”.

Già, grazie alle lingue lei ha potuto conoscere i Grandi della Terra in un momento irripetibile della storia, quello del dopoguerra…
“Ho conosciuto Winston Churchill, la ‘mitica’ lady Churchill (chi non ricorda ‘Oh my darling Clementine”?, ndr), Nikita Krusciov, Dwight Eisenhower, Maurice Harold MacMillan, Pierre Mendèz France, la regina Madre, sua figlia Margaret e, se mi permette, sopratutto lui, l’ex re Edoardo, il Principe di Galles e sua moglie Wallis Simpson per cui aveva rinunciato al regno più potente del mondo. Indimenticabile…” .

Paolina-Bonaparte

” Paolina Bonaparte

Andiamo con ordine, professor Clementi, ritorniamo a Perugia….
“Guardi, non mi chiami né dottore, né professore, cui magari tengo di più. Ma insegnante lo fui solo per poco. Quando tornato a Macerata e laureatomi ad Ancona, accettai l’incarico di insegnante di lingue estere nel ‘nuovo’ istituto professionale, aperto alle nuove prospettive lavorative di quegli anni, che era presieduto dall’indimenticabile Virgì Bonifazi. Verso Pasqua, l’ing. Bontempi (il ‘re’ dei giocattoli musicali di Potenza Picena) mi fa: “Ho bisogno di uno come lei per i miei uffici all’estero – prima in Europa poi in Canada ndr – però dovrà essere disponibile sin dall’estate. Ed io: ingegnere, non è possibile… a settembre ci sono gli esami di riparazione. Lui: Promuova tutti, professore. Nacque così il 6 ‘politico’ in quegli anni a Macerata”.
E il professor Clementi ripartì per l’estero, la sua ‘vocazione’. Tutto però era cominciato a Perugia, la città inglese per eccellenza -non a caso era un perugino il protagonista del primo film da regista di Alberto Sordi ‘Fumo di Londra’- .“Mio padre – ricorda Clementi – anche da Macerata non perdeva occasione per ricordami l’importanza delle lingue. Così cominciai a leggere il Daily Telegraph. Iniziò così la prima delle fortunate combinazioni che avrebbero fatto di me il ‘coscienzioso, intelligente ed affidabilissimo’ maggiordomo dell’ambasciata di Sua Maestà Britannica in Francia… .

Quale combinazione?
“Quando lessi di una proposta di lavoro in Inghilterra che mi rimbalzava dalla Svizzera, mi fu detto di provare ancorché cercassero personale femminile…Invece alla fine mi presero lo stesso. Era il 1954. In una tasca avevo la raccomandazione del mio professore di Latino ai Salesiani di latino, don Savino Di Giamberardino: ‘A Londra ci sarà senz’altro qualche ex allievo come te che ti potrà aiutare’ mi disse e scrisse delle mie virtù ricordando, visto che andavo a fare il giardiniere, come bene curassi con gigli e rose l’altare della Madonna nella Cappella dell’istituto. Nell’altra tasca avevo diecimila lire che mi aveva dato, con tante raccomandazioni mio padre. Appena arrivato a Victoria Station, a Londra, le cambiai in una banconota di dieci scellini con sovrimpressa la foto di una giovanissima regina Elisabetta. Banconota e la lettera del mio ex docente le conservo ancora…”.

 

Il sigaro di Churchill

Il sigaro di Churchill

 

Come il sigaro-cult di Churchill…
“Già, quattro anni dopo. Intanto facevo il giardiniere a Chester nel Cheshire a casa di mrs. Murgitroyd. Poi a Cheam, vicino Londra, per uno scambio alla pari, fui ospite presso i signori Tyrrell. Era il 1957, tornai in Italia perché il mio periodo…’Erasmus’ poteva dirsi completato. Era stata un’esperienza esaltante a contatto con persone che ricordo con immutato affetto e gratitudine (gli occhi di Clementi di inumidiscono ndr). Avevo imparato perfettamente l’Inglese. Ma ormai non mi bastava più. Quando tornai all’Università, prima a Perugia poi ad Ancona, meditavo un’altra esperienza..

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La scaletta dell’evento legato alla presenza di Churchill a Parigi

Che arrivò di lì a poco, qualche mese dopo…
“Mister Tyrrell mi aveva trovato lavoro presso l’ambasciata del Belgio a Londra, non ci pensai su due volte. Ero lo ‘chauffer’ delle caldaie: provvedevo a loro tutto il giorno. Poi nel corso di una carriera fulminante risalii in superficie prima come cameriere e quando ci fu da sostituire il maggiordomo mi dissero se la sentivo. Ero pronto. Mi ero fatto un curriculum! Anche se in quella sede diplomatica i ricevimenti non erano poi molti… . Devo tuttavia molto all’ambasciatore di allora, le Marques du Parc. Locmaria. L’esperienza più esaltante era però ormai ad un passo. Sembrava un incarico trimestrale, ed ecco il secondo degli imprevisti di cui riuscii a beneficiare…”.

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Franco Clementi durante l’intervista di Maurizio Verdenelli

Cioè?

“Nella splendida dimora parigina di Paolina, con gli arredi stile Impero perfettamente originali, dovevo starci appunto solo tre mesi. Avevo scritto all’ambasciatore perché volevo imparare, attraverso quest’altra esperienza, anche il francese, sempre sollecitato da mio padre. Ed avevo presentato le credenziali guadagnate a Londra, ed ero stato assunto! Sarei stato l’assistente di un ‘maitre’ dalla sicura professionalità. Tuttavia non molto affidabile perché dopo le ferie lui preferì far perdere le sue tracce e non tornare più a rivestire quel ruolo prestigioso che toccò a me. Non ci fu bisogno di raccomandazione…english style. Iniziarono così due tra i più belli anni della mia vita”.

Com’era la sua giornata in ambasciata?
”Scandita rigorosamente. Eravamo tutti ‘interni’, non come adesso in out sourcing. Nelle prime ore venivamo ricevuti da Lady Jebb nella camera -appartenuta a Paolina, il letto sormontato da una corona capace, se fosse crollata, di uccidere chiunque… L’ambasciatrice, all’ombra di Pauline (è il titolo di un bellissimo fotolibro dedicato alla principesca residenza) mi dettava i menù del giorno che io trascrivevo religiosamente. Li conservo ancora, in due libroni. Anzi li conservavo perché gli originali li ho trasmessi all’attuale ambasciatore che me li ha richiesti per un museo che stanno allestendo per i duecento anni della sede voluta dal Wellington. La celebrazione culminerà nel giorno dell’anniversario, il prossimo 24 ottobre”.

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Franco Clementi all’ambasciata inglese nel 1959

C’è un menu che ricorda particolarmente?
“Certo, quello del 5 novembre ’58. Ospiti, con gli uomini della scorta ed un valletto, Sir Winston e Lady Clementine. Formaggi, consommè allo Sherry, filetto alla Tartara, purè, torta Mimosa, gelato e naturalmente altre portate ancora. Tutto rigorosamente innaffiato dal ‘Don Perignon’, il prediletto ed onnipresente champagne di Churchill”.

La storia del sigaro…?
“Semplice. Quando sir Winston, nel fumoir, lasciò ‘incustodito’ per qualche istante il sigaro, di cui peraltro era rimasta una parte residuale, con perfetto aplomb inglese lo portai via dal tavolino come per disbrigarlo e ripulendolo da un po’ di cenere fatta cadere intorno dal leggendario vincitore della ‘seconda guerra mondiale’. Ora quella ‘laicissima’ reliquia è in un pregiato cofanetto a casa mia…”.

La targhetta del bagaglio reale

La targhetta del bagaglio reale

Insieme?
“Già, già…. Tengo infatti a chiave, si fa per dire, anche la targhetta ‘identificativa’  Buckingham Palace. (con il punto!)  che la Regina Madre aveva legata alla propria valigia. Ce n’erano due…ed uno ora appartiene alla mia collezione dei ricordi. La regina Madre veniva da Roma in compagnia di Margaret. L’irrequieta principessa aveva fatto parlare molto i giornali per le sue ‘vacanze romane’, in pratica per una serata a passeggio per la capitale italiana. A Parigi non doveva accadere. Così Margaret, seppure controvoglia, dovette restare quella sera in camera. La principessa cenò in camera: le portai champagne e il pasto che aveva richiesto. La mattina dopo era volontariamente appartata rispetto alla madre che ci salutava ufficialmente a noi del personale schierati a pianterreno, ai piedi della grande scala che conduceva al secondo piano dove gli ospiti reali erano stati ospitati,. Sir Gladwyn Jebb mi presentò, chiarendo che ero italiano. ‘Di dove, per l’esattezza?’ mi domandò la Regina Madre. Volevo dirgli ‘di Macerata’, ma c’era il rischio grave che la leggendaria vedova di Giorgio VI non la conoscesse. ‘Sono di Ancona, maestà’ risposi. ‘Ancona very nice’. La Regina Madre conosceva ed ammirava il capoluogo delle Marche, sottolineò, perché c’era stata arrivando via mare a bordo del ‘royal yacht’ in un giro nel Mediterraneo. Della visita alla città conservava un ricordo affascinante”.

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La prima banconota inglese cambiata con 10 mila lire a Victoria Station

E Krusciov?
“Era la prima crisi internazionale, parlo dell’ U2, l’areo-spia americano abbattuto mentre sorvolava Mosca, nel ’60. Il giorno dopo Parigi fu scelta come sede degli incontri internazionali tesi a comporre l’incidente che pareva destinato a riaprire foschi scenari in quegli anni di guerra fredda. Intorno a Krusciov c’era un impressionante cordone di sicurezza agenti inglesi e sovietici. L’ambasciata era invasa anche per la con concomitante presenza del premier inglese Maurice Harold Mac Millan. Che in quella mattina di un giovedì aveva avuto nel grande parco un incontro con il presidente degli Usa, Eisenhower. Era una colazione strettamente a due ed io ero a 50 metri da loro, pronto ad rispondere ad ogni esigenza di …ristorazione. Nel pomeriggio altro incontro ad altissimo livello tra Mac Millan e il n.1 del Cremlino, al secondo piano dell’ambasciata. Accompagnai i due statisti, portai tè e biscotti e ridiscesi le scale. Finito il colloquio, la carovana delle auto si rimise in moto per accompagnare il premier sovietico da De Gaulle, ma a quel punto lui disse no. L’Eliseo era a duecento metri e lui impose il suo desiderio di andare a piedi. La scorta ondeggiò: alla fine Nikita si fece quella piccola passeggiata per Parigi, guardato a vista da decine di uomini armati e terrorizzati per il rischio di un attentato. Che fortunatamente non ci fu. Come il summit tra i potenti della terra che doveva tenersi a Parigi, ancora all’Eliseo. Krusciov, con uno dei suoi proverbiali colpi di testa, decise il giorno dopo di ripartire per Mosca. Dell’aereo-spia non si parlò più”.

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Franco Clementi da giovane

E l’ex re Edoardo VIII?
“Veniva ogni capodanno in Ambasciata. Era molto legato alla sua patria, nella quale non sarebbe più potuto rientrare. Era di una cordialità assoluta. E’ stato l’uomo più elegante che avessi mai ammirato. Una sera mostrò all’ambasciatore uno splendido soprabito con un interno di pelliccia cui teneva assolutamente. A sir Gladwyn disse, mostrandogliela, che quella pelliccia apparteneva a suo padre, il re Giorgio V”.

Wallis Simpson?
“Anche lei elegantissima. Sorrideva ma non a 32 denti. A causa degli interventi di maxillo facciale? Me lo sono sempre chiesto…”

Franco Clementi è un fiume in piena. L’Inghilterra gli è rimasta nel cuore, come a Ferruccio Giglio (leggi l’articolo), il maceratese dello sbarco in Normandia, che prima della sua fine volle ritornare in quella che riteneva la ‘sua patria spirituale’ (ritornandone, tuttavia, un po’ deluso rispetto ai propri ricordi).
Ma c’è un ma… un appendice. “L’anno scorso ho rivisto alla tv francese l’interno della ‘mia’ ambasciata ed ho subito scritto parlando della mia esperienza di ‘maitre’. A stretto giro di posta mi è arrivata la risposta con l’invito a tornare. Non me lo sono fatto ripetere. A Parigi sono tornato con mia nipote Marta. L’ambasciatore che aveva definito nel mio racconto ‘affascinante’ mi ha chiesto se davvero nell’ex splendida maison di Paolina ci fossero state tante prestigiose presenze come quelle in cui avevo la fortuna d’incontrare… Quei tempi sembrano infatti passati”.

Tornerà?
“Eccome! Per i duecento anni della ‘mia’ ambasciata dove resta il mio cuore di bravo ragazzo maceratese, un ex allievo di Don Bosco discreto, silenzioso, lavoratore ed affidabile”.

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La sala d’ingresso dell’ambasciata

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Un menu all’ambasciata belga a Londra

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Franco Clementi all’ambasciata belga

La camera di Paolina Bonaparte

La camera di Paolina Bonaparte

Sala da pranzo dell'ambasciatore

Sala da pranzo dell’ambasciatore

Franco Clementi 1957



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