100 anni di emigrazione a Villa Colloredo Mels
RECANATI - Il 9 Dicembre in occasione della Giornata delle Marche sarà inaugurato il museo. La lezione del professor Marco Moroni agli alunni della scuola media “Patrizi” dell’I.C. “B. Gigli"
A Recanati si sta per raccontare la storia di circa 660 mila marchigiani che in un secolo, dal 1870 al 1970, sono emigrati in altri paesi. Il “regista”, questa volta, sarà Marco Moroni, già professore di storia economica e attuale presidente delle Acli di Ancona, e la location Villa Colloredo Mels, dove il 9 Dicembre in occasione della Giornata delle Marche sarà inaugurato il Museo dell’Emigrazione Marchigiana, il primo e l’unico della nostra Regione. Grazie alla documentazione già raccolta e a quella che arriverà con il tempo, si potrà, infatti, rivivere il nostro passato di emigranti, per non dimenticare e per capire e affrontare meglio il presente. Vista la rilevanza dell’argomento, il 25 Novembre, le insegnanti della Scuola Media “Patrizi” dell’I.C. “B. Gigli” hanno chiamato il professor Moroni a presentare alcuni momenti di questa storia agli alunni di terza media. Moroni ha esordito dicendo che “parte chi ha coraggio, chi è più intraprendente, partono i migliori, quelli che non si accontentano…”: sono parole che sicuramente gettano una nuova luce sul tema dell’emigrazione, che spingono a riconsiderare il fenomeno, che fanno sentire orgogliosi i figli e i familiari degli emigranti.
Con grande competenza e altrettanta vivacità, ha raccontato poi ai ragazzi le motivazioni per cui i marchigiani hanno abbandonato i propri paesi, la fatica di racimolare i soldi per il viaggio, la traversata sulle navi-bestiame a cui non tutti sopravvivevano, le paure e le speranze che portavano con sé, il sospirato arrivo… Lì, poi, scoprivano che la realtà era molto diversa dal sogno, sia per le dure condizioni di lavoro, sia per l’accoglienza riservata loro dalla gente del luogo: gli appellativi più frequenti rivolti agli italiani erano “miserabili”, “violenti”, “mafiosi”. A questo punto la lezione di storia è diventata una lezione di italiano, incentrata sui pronomi indefiniti, tutti e alcuni, per mettere in guardia dai rischi delle generalizzazioni: è vero che alcuni italiani erano così, ma no che tutti fossero così! Il racconto è continuato con la descrizione della vita di tutti i giorni, fatta di un americano italianizzato (Broccolì per Brooklyn), di cibi italiani (pecorino e olio, ad esempio, sebbene più costosi), di musica italiana (“Mamma” di Beniamino Gigli riusciva a commuovere tutti), di sigari italiani, di mogli italiane, di santi italiani…
Era normale ricercare tutto ciò che era italiano. Dopo un’ora di ascolto delle storie dei nostri emigranti e l’inevitabile immedesimazione nelle loro vicende, è spuntata, quasi timidamente per non rompere l’incanto del passato, una domanda: perché dovremmo pretendere dagli immigrati di oggi in Italia dei comportamenti diversi da quelli che ebbero i nostri emigrati? Integrazione – ha ricordato il professor Moroni – non significa diventare tutti uguali, pensare tutti allo stesso modo, parlare tutti la stessa lingua, ma stare in società con le proprie tradizioni, con la propria specificità, riconoscendo la dignità del singolo e rispettandosi reciprocamente.