“All’apparir del vero”, in memoria di Marcello D’Orta
Lo scrittore napoletano di "Io speriamo che me la cavo" fu anche autore di un presunto giallo sulla morte e la sepoltura di Giacomo Leopardi
di Donatella Donati
La morte dello scrittore napoletano Marcello D’Orta, il cui libro”Io speriamo che me la cavo” è diventato, non fosse altro che per il fortunatissimo titolo, un piccolo capolavoro letterario e sociologico, mi impone di ricordare che nel 2012 ha pubblicato per le edizioni Piemme “All’apparir del vero”, un presunto giallo sulla morte e la sepoltura di Giacomo Leopardi. Dico “presunto” perché nonostante la bravura dello scrittore nel presentare casi noti con la perenne ombra del dubbio dando alla narrazione un tono giallistico, non aggiunge niente a quello che si sa. Giacomo muore a Napoli durante un’epidemia di colera il 14 giugno del 1837 nella casa di Vico Pero, quartiere Stella, dove abitava con Antonio Ranieri, unico narratore di quella morte. La diagnosi dell’improvviso decesso, fino a poco tempo prima era in piedi, è di pericardite acuta. Il frate di una vicina chiesa arriva che lui è già morto. Ranieri, sottraendolo ai monatti che in tempo di grave epidemia lo avrebbero dovuto seppellire nella fossa comune del cimitero delle Fontanelle, lo racchiude in una cassa e di notte lo fa trasportare dal fratello e dal g’cognato nel sotterraneo della chiesa di San Vitale Fuorigrotta. A epidemia finita gli farà costruire una tomba su cui sarà apposta una lapide dettata da Pietro Giordani. Alla riesumazione avvenuta per il restauro della tomba nel luglio del 1900, nella piccola cassa si trovarono del terriccio, un femore sbriciolato e uno. Il destro, di 45 cm., niente cranio, niente scheletro e una ciabatta che tramite un amico fu comprata da Beniamino Gigli che la donò al Comune di Recanati. Lo sbriciolato e i femori furono messi in una nuova tomba in apposita cassetta che fu fatta trasferire nel parco delle Rimembranze da Mussolini nel 1937.
Questi sommariamente i fatti, ma nell’ultimo decennio molti si sono accaniti alla ricerca di altre “verità”. Loretta Marcon in Un giallo a Napoli ha forzato fino a credere di aver rintracciato le orme della conversione di Leopardi al cattolicesimo frequentando i gesuiti di Napoli, e ha fatto altre ipotesi sulla sepoltura. Un autore televisivo di Rai2, certo Viceti, che faceva fare riesumazioni / spettacolo di personaggi storici ( ad esempio Matteo Boiardo) per certificarne l’identità attraverso il dna, aveva mosso monti e mari, i Leopardi e il sindaco Jervolino di Napoli, per una operazione analoga con rifiuto fermissimo di tutti e non se ne fece nulla. Tutto rimbalzò sui giornali campani e fui io la portavoce dei recanatesi. Un signore napoletano che aveva ristrutturato un palazzo di Vico Pero mi fece arrivare la notizia che tra le pareti di una stanza e i muri portanti, tecnica del Vanvitelli, era stato trovato uno scheletro, legittimando l’ipotesi di sepolture casalinghe al tempo del colera. Marcello D’Orta accoglie anche questa supposizione e mi cita per averla fatta conoscere, ma anche questa fa parte della leggenda. D’Orta mi fece avere il libro con curiose annotazioni ma la gravissima malattia ci impedì di incontrarci, chissà che non abbia lasciato altre tracce di questa sua ultima ricerca.

Credo che la dott.ssa Donati non abbia prestato mota attenzione alla lettura del libro di Loretta Marcon Un giallo a Napoli. La seconda morte di Giacomo Leopardi (Guida, Napoli 2012) – mi piace riportarne il titolo per intero! –
La precisione della scrittrice nel redigere note e citare fonti di informazione è una grande qualità, nota da molto tempo a noi recanatesi e a critici letterari di indubbio valore. Basterebbe effettuare qualche ricerca su internet.
Trovo note aspre, fuori luogo, in un “neretto” che non rende merito ad un giornalismo, se di giornalismo si tratta, indubbiamente fazioso e che vuole evidenziare un improbabile accanimento alla ricerca di altre “verità”, con riferimento alla tanto discussa conversione di Leopardi.
La dott.ssa Donati certamente saprà che si può visionare il Registro dei Morti del 1837 presso la parrocchia di Fonseca nel quale è registrato ciò che Loretta Marcon riporta nel suo libro e prendere atto di qualche “novità” affiorata da ricerche effettuate nell’archivio dei gesuiti di Roma, dopo aver rintracciato nomi di chi scrisse sulla conversione di Giacomo.
Perché non accettare di aprirsi con amore (quello per Leopardi) ad una visione svelata e che, pur discutendone, ci avvicina al nostro poeta con una serenità ritrovata?