“Le undici di notte e l’aria oscura…”
Il nuovo libro di Lino Palanca. Come cantava il popolo la sua gioia e il suo dolore. La fede, l’amore, l’invettiva, la protesta sociale, lo scherzo. E tanti dialetti fra il Potenza e il Musone.
L’infaticabile Lino Palanca, docente di letteratura francese ma da anni cultore delle tradizioni e del dialetto di Porto Recanati – con “Lengua Matre” ne ha fatto pure un voluminoso dizionario – ha dato alle stampe, per le edizioni della rivista “Lo Specchio”, un’ampia raccolta di canti popolari, filastrocche e favole che qua e là si diffusero fra i fiumi Potenza e Musone a testimonianza di una “letteratura” orale e senza autori che è, scrive lui, “espressione di sofferenze e dolori, passioni e gioia di vivere, arguzia e saperi, proteste sociali e politiche che vengono da lontano e spesso nascondono autentici capolavori”. Il titolo: “Le undici di notte e l’aria oscura …”, l’affranta canzone di un soldato che tornando salvo dalla guerra apprende la morte di Giulia, la sua fidanzata, e che Nazzareno Marino, nonno materno di Palanca, gli ripeteva col dito alzato cercando di fargliela imparare. Una canzone che come tante altre non nacque nella zona di Porto Recanati, ma vi giunse da fuori e vi mise radici, in certi punti resa più palpitante da voci dialettali, a significare che le persone cosiddette semplici o comuni “erano fatte anche così, come cantavano”.
Sono quasi duecento pagine che Palanca ha messo insieme grazie a sue personali ricerche e all’aiuto di numerosi collaboratori, tutti citati, della fascia litoranea e dell’immediato entroterra. Duecento pagine con dentro canti religiosi (“Gesù bambinu / è natu cun tanta povertà / non ci ha né pa’ né fasce / né fogu pe’ scaldà”), Pasquelle (“Se ce date un porcu ‘ntieru / nun ce ‘mporta se ci ha el pelu / je faremu la pelarella / e l’anno nou e la Pasquella”), canti di guerra, di sangue o protesta sociale (“Quisti d’è li regali che cià fatto lo duce, / senz’acqua, senza casa e angora senza luce, / proprio ammezzo la strada cià voluto vedé, / pijesse un corbo a jsso e lo latro de lo re”), ninne nanne (“Fa la nanna ciciolò, / finché mamma va pe’ l’acqua, / quanno ‘rvè te fa la pappa / co lo vrodo de cappò”), filastrocche (“Un legnu solu nun fa fogu / do’ ce se fa pogu, / tre fa un fogherellu / quattru un fogu bellu /cingue un fugulare / e te ce poi scaldare”), cantilene (“Cerulina, Cerulina, / ci ha un brusciolu / ‘nte la schina, / el duttore je lu sfragne / Cerulina se mette a piagne”), stornelli (“Se mòneca te fai, prete me fagu, / in che cunventu vai te jengu dietru”), canti d’amore (“El miu caru bene è pescatore / e quannu torna mentre se fa sera / appena ‘eggu la sua barca nera / me sentu dal piacer sbalzare el core”), indovinelli (“Giò in campittu / c’è un omittu / je se tira giò le carzole / je se vede le palluccole” (soluzione: la pannocchia di granturco).
Impossibile, comunque, fare una cernita delle cose migliori, sono troppe, tutte ricche di spontanei slanci del cuore, a volte addolorati, a volte pieni d’allegria, a volte sprezzanti. E, sempre, vivacizzati da parole che oscillano fra l’italiano e i dialetti, simili ma diversi, di un ampio territorio. Vale la pena di leggerla, questa ulteriore fatica di Lino Palanca, che vuol dirci come siamo e da dove veniamo.
(g. l.)