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Gabor, lo storico
che amava Macerata

IL RICORDO - La militanza giornalistica dal Messaggero a Cronache Maceratesi, l'impegno per il recupero delle radici della città e del territorio. La legge regionale sulle osterie. I suoi libri
sabato 6 luglio 2013 - Ore 15:58 - caricamento letture
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verdenelli

Maurizio Verdenelli

Grande cordoglio a Macerata e in tutta la provincia per la scomparsa dell’architetto Gabor Bonifazi, morto questa mattina all’età di 64 anni (leggi l’articolo). Di seguito il ricordo del giornalista Maurizio Verdenelli.

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di Maurizio Verdenelli

Ricordo due giovani madri, Lucia e Giuliana, ai Giardini Diaz e due bambini piccolissimi, Eva e Benedetto. Oltre trenta anni fa. Ed un giovane cronista che aveva scelto, per suggestioni d’origini e familiari (recanatese la moglie Giuliana) di voler dirigere una redazione al confine del ‘grande impero’ diffusionale de ‘Il Messaggero’. Trovandosi subito a fronteggiare imponenti problemi d’isolamento culturale, politico e di credibilità nei quali si dibatteva la pagina maceratese del quarto giornale d’Italia. Quelle due madri, tra una passeggiata e l’altra, fecero inevitabilmente amicizia. Così conobbi l’architetto Gabor Bonifazi per il tramite della moglie che aveva conosciuto negli anni dell’università a Firenze: la bravissima arch. Lucia Cascini da Chieti. Gabor aveva appena redatto uno dei piani d’arredo urbano -credo fossero dieci- della città: gli era toccata la zona mussoliniana di piazza della Vittoria, da lui ambita essendo fortemente di destra. Bonifazi era sopratutto uno storico. Mi disse: “Come il Bazzani, mi presentai al sindaco dicendo di essere pronto a servire la città dopo aver appreso arte e mestiere fuori da questa”.

L'architetto Gabor Bonifazi si è spento questa mattina all'età di

L’architetto Gabor Bonifazi si è spento questa mattina all’età di 64 anni

A Macerata, che molto ‘gli duoleva’ e che molto amava, non ebbe altri grossi incarichi pubblici. Amava anche scrivere, Gabor, leggere, studiare, apprendere, ricercare. Ed aveva, per questa inclinazione, grandi amici in biblioteca: Marconi e Paci, soprattutto. Con discrezione (perché non si sapesse che lui, di destra, fosse amico di un giornale antifascista) mi andava aprendo ‘chiavi segrete ed insospettabili’ della città. Gente dell’intellighentia ufficiale (lo storico Libero Paci e il critico Elverio Maurizi) e non. Soprattutto porte sempre chiuse per Il Messaggero, fino ad allora. Aprii, grazie a lui, alla chiesa locale tanto che il bollettino del santuario della Misericordia si stupì molto che un giornale laico come quello romano avesse scritto per la prima volta, dopo tanti anni, della tradizionale e popolare Festa delle Canestrelle. Gabor, soprattutto, ‘indusse’ e sollecitò a scrivere chi non l’aveva mai fatto. Fu un grande successo, perché aveva fiuto e sapeva riconoscere chi aveva la stoffa. La rubrica dell’avvocato Magnalbò fu subito un cult cittadino. Non a caso i ‘pezzi’ di Luciano sono andati a costituire il ‘corpus’ dell’ultimo libro di Bonifazi. Che naturalmente firmava anche lui. Trattando storie e persone che lentamente ma potentemente andavano a far parte di una ‘galleria’ umana, fortemente tratteggiata, mai illustrata da una pagina di cronaca locale. Storie e persone non soltanto del capoluogo, dove lui era conosciutissimo, ma pure e soprattutto della costa (l’amatissima Porto Recanati dove trascorreva le ferie estive in alloggi invariabilmente sul lungomare Lepanto) e dell’interno -sopratutto San Severino, dove è morto questa mattina. Autentico talent scout proponeva coinvolgendole ineluttabilmente altre risorse, altre firme da presentare ogni mattina sulla pagina maceratese del giornale romano. Penso sopratutto ad Hermas ‘Masino’ Ercoli. Fu Bonifazi e poi Paci ad indicargli, dopo l’uscita dal Pci e per un tratto dalla politica stessa, la strada delle ‘Historie’. Ricordo la prima conferenza pubblica di Ercoli. A Sarnano arrivammo in auto, io, lui e ‘Masino’ con uno schermo arrotolato ed un video proiettore per una ‘lezione’ nella sala consiliare.

Gabor Bonifazi sulla spiaggia della sua amata Porto Recanati

Gabor Bonifazi sulla spiaggia della sua amata Porto Recanati

Persona generosa ma che poteva prendere facilmente ‘cappello’ se non si riteneva compreso appieno. Ma è certo che si deve principalmente a lui la nascita di quella ‘scuola siciliana’ che ad un certo punto innervò e potenziò la redazione del Messaggero, affollandola di persone, talenti ed idee. Alcuni nomi? Emanuela Fiorentino, Maria Grazia Capulli, Laura Trovellesi Cesana, Luca Patrassi, Ermanno Calzolaio, Mario Cavallaro, Fulvio Fulvi.
Nascevano intanto i suoi primi fortunati libri da questa vocazione per la storia e dalla sua militanza giornalistica: tanti gli scoop anche nazionali, come quello legato alla messa in suffragio ai nobili martiri della rivoluzione francese officiata da mons. Carboni a Villa Luzi e la controversia tra lo stesso marchese Gianfranco e tre comuni per i piccioni torraioli ‘ladri’ di piselli. Dei libri, tanti, ricordo uno su tutti: “Oh, che bel castello!” scritto con Lucia. Ed anche sulle ville. E sopratutto sulle osterie. Perchè il grande merito di Gabor è stato quello di salvare letteralmente, grazie ad una legge regionale proposta da quello che è stato un suo amico sincero, il consigliere Enzo Marangoni, questa testimonianza di un passato recente. Dal ‘Giardinetto’ di vicolo Costa (che lui ebbe carissimo e che dovrebbe ora intitolarsi nel suo nome per ciò che Gabor seppe fare a favore dell’antico circolo garibaldino) alle osterie di campagna, agli uomini di quei luoghi trascurati dalla cronaca alla storia, ora tutto parla di lui.
Bonifazi si sentiva ancora il  goliarda fiorentino che era stato ed ambitissime le feste che organizzava, appoggiandosi presso l’amico Gianfranco Luzi nel cui splendido giardino all’italiana aveva invitato un giorno Vittorio Sgarbi: finì in lite con il marchese che non aveva ben riconosciuto il critico, peraltro all’inizio della sua ascesa alla celebrità. “Bisogna avere la festa dentro, nell’anima” era una sua frase. Tuttavia, qualche volta, si racchiudeva in cupe indignazioni se riteneva ‘non osservato’ il patto di amicizia. A me capitò molte volte. Silenzi, intendo, non parole. Perché amare, lui non l’ebbe con nessuno. Certo, mi avrà tacciato d’infingardaggine (amava molto questa parola) per non aver criticato, come mi chiedeva, la Regione che sembrava ad un certo punto essersi disinteressata alla legge sulla storicizzazione delle osterie, nel cui calderone -lui diceva- rischiavano d’essere inseriti locali che non c’entravano affatto, ‘addirittura anche cartolerie’.

Bonifazi Gabor

Una foto d’epoca con Gabor Bonifazi (primo sulla sinistra) nel terrazzo del palazzo del Comune di Macerata

Scriveva su Cronache Maceratesi: un suo pezzo sul Giardinetto ebbe un grande successo. Scriveva  su tutto, Gabor “perché -diceva- si scrive per non morire”. E i suoi approfondimenti storici erano naturalmente a prova di smentita.
L’ultima volta che l’ho visto, in via Crescimbeni, l’ho riconosciuto dalla voce in quella barella diventata così grande e penosa per lui. Come stai? “Non tanto bene, dicono”. Gli mandai un bacio, credo stupendolo.
E stamani, in auto, Lucia mi fa: “Gabor non c’è più!”.
Lo storico che amava Macerata era morto in esilio volontario scegliendo la città dell’anima che l’aveva accolto ed ancor più riconosciuto: San Severino. Ciao, Gabor. Ti sia lieve la terra, amico mio anche se- e tu lo sapevi- chi scrive in realtà continua a vivere.

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