Quando un giovane corre incontro alla morte

Riflessioni sull’ondata di suicidi, in particolar modo di giovani, che ha interessato la provincia di Macerata. Aiutiamo anche chi rimane
- caricamento letture
bommarito1-95x82

Giuseppe Bommarito

di Giuseppe Bommarito*

Tanti, troppi, suicidi nei giorni scorsi hanno interessato la nostra provincia (leggi l’articolo), a conferma di un dato che pochi conoscono: le Marche sono la terza regione d’Italia, dietro solamente all’Umbria e alla Sardegna, nella triste graduatoria dei suicidi e si collocano ben al di sopra della media nazionale pure in quella dei tentati suicidi.
E’ difficile spiegare questo dato, anche perché le motivazioni di chi decide di porre fine alla propria esistenza sono sempre diverse e spesso intrecciate e sovrapposte tra di loro, e proprio i casi di quest’ultimo periodo, nella loro tragica varietà, stanno lì a dimostrarlo: sindromi depressive insorte spontaneamente o a seguito dell’utilizzo di alcol e sostanze stupefacenti; depressioni post partum; cocenti delusioni affettive e amorose; vicende familiari traumatiche, separazioni, divorzi, abbandoni; la sensazione di solitudine, di tristezza e di inutilità che ti prende alla gola e sembra non lasciarti più; malattie fisiche e neuropsichiatriche significative; lutti importanti più o meno recenti, che fanno scaturire con forza la volontà di “riunirsi” con la persona cara venuta meno; un’ansia crescente che non riesci più a sedare e a tenere a bada; fantasie negative sul piano esistenziale, che subdolamente si consolidano; la vita stessa che perde significato e appare sempre più come un cammino troppo in salita, troppo difficile da percorrere; negli ultimi tempi, ormai con notevole frequenza, anche fattori lavorativi, sociali ed economici (fallimenti, licenziamenti, pignoramenti…). A volte, nel drammatico percorso che porta ad un salto nell’altra vita, ad un gelido addio, pesano pure il desiderio latente di riacquistare credibilità agli occhi della gente con un gesto estremo, oppure l’intenzione di punire – colpevolizzandolo per sempre – qualcuno dal quale si ritiene, a torto o a ragione, di aver subito gravi torti.
Di sicuro pochi riescono a percepire pure in chi sta vicino a noi, anche talmente vicino da abitare persino nella nostra casa e nel nostro cuore, l’emergere della reale volontà di un atto suicida. E se lo percepiscono strada facendo, solo rare volte riescono a fermare l’epilogo tragico di una morte in qualche modo annunciata (quasi mai con le parole, ma più spesso con i comportamenti). Sì, perché, a parte i casi, minoritari, di una decisione improvvisa o di un impulso irrefrenabile, nella maggior parte delle situazioni al suicidio si arriva attraverso un processo di maturazione, che parte da un disagio, arriva ad un malessere sempre più accentuato, al desiderio di sfuggire in qualsiasi modo ad una sofferenza percepita come insopportabile e al rifiuto di qualsiasi aiuto, infine giunge alla considerazione della morte come unica, positiva e suprema via di fuga, che va solo organizzata quanto alle modalità del gesto. Un percorso durante il quale potrebbe positivamente inserirsi un familiare, un amico, un medico, una persona che in qualche modo possa dare un aiuto concreto ed efficace e possa riuscire a fermare la mano e la mente di chi vuole uccidersi. Ma in realtà un epilogo positivo del genere si verifica solo in pochissimi casi.
Ciò che tuttavia può dirsi con certezza è che nel mondo occidentale, Italia e Marche comprese, il suicidio, dopo gli incidenti stradali, è la principale causa di morte nella fascia di età compresa tra i 15 e i 35 anni, con netta prevalenza nella popolazione maschile (mentre invece le ragazze e le giovani donne sono in testa nella graduatoria dei suicidi tentati). Altrettanto certo è che nella morte che i giovani si danno di propria intenzione pesa fortemente, in special modo nella fascia adolescenziale, sia pure anche in tal caso nella molteplicità di motivazioni sopra richiamate, quella particolare forma di depressione derivante dall’abuso di alcol e droga, che incide sull’umore e sulla capacità di provare piacere (quel piacere normale che si può e si deve trovare anche nelle piccole cose e nelle apparentemente insignificanti situazioni di ogni giorno) e di avvertire interesse per qualcosa di significativo che non sia l’effimero e vuoto divertimento del fine settimana.
C’è poi il suicidio “potenziale” dei giovani, quello posto in essere, con numeri che crescono a livello esponenziale, più o meno consapevolmente da tanti ragazzi, che non consiste in un gesto che direttamente soffoca la vita, ma in un’attività rischiosa che può avere con una discreta probabilità un esito tragico (che spesso sfugge alle statistiche dei suicidi). Penso a chi si mette alla guida sapendo di essere ubriaco, a chi ingurgita in un breve spazio di tempo superalcolici in quantità industriale, a chi assume droghe che possono rivelarsi letali, a chi si esibisce in tante arrischiate dimostrazioni di pseudo-coraggio, a chi in sostanza si dimentica che la vita è un dono divino e andrebbe preservata in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione, perché non può spettare a noi la decisione di far cessare il soffio vitale del nostro corpo.
Il suicidio, in ogni caso, è una tragedia dal fortissimo impatto psicosociale, non solo per chi arriva a vedere la morte come l’unica soluzione ad un dolore ormai intollerabile, ad una sofferenza senza più speranza, e quindi decide irrevocabilmente di porre fine ai suoi giorni, ma anche, e forse soprattutto, per chi rimane. Interi nuclei familiari subiscono una vera e propria devastazione psicologica e sociale a seguito dell’atto estremo di qualcuno che si toglie la vita (una vita ritenuta non più degna di essere vissuta e ormai senza vie di uscita), a maggior ragione quando si tratta di un giovane che è corso volontariamente incontro alla morte, o volontariamente si è esposto ad un rischio eccessivo ponendo così fine ad un’esistenza precaria, condotta sulla sottile linea di confine che divide la vita dalla morte.
Esplodono allora nei genitori, a complicare e ad appesantire il già insostenibile e disumano dolore per la perdita di un figlio, pesanti, laceranti e irrazionali sentimenti di vergogna e fortissimi sensi di colpa, più o meno fondati oggettivamente. Ricorrono senza sosta in quei genitori, che si sentono quasi colpiti da un marchio ormai indelebile, pensieri distruttivi del tipo: “Non sono stato un bravo genitore … come genitore ho fallito in pieno … non sono stato in grado di aiutarlo e di proteggerlo … avrei potuto fare di più … se in quel momento non l’avessi lasciato solo … se non mi fossi separato … quello che è successo è colpa mia”, e così via autoflagellandosi e sempre più isolandosi, in un crescendo di domande angosciose, di crollo dell’autostima e di disperazione che a sua volta, per un lutto che non si riesce in alcun modo ad elaborare, può portare ad altri suicidi. E’ già successo anche nella nostra città che qualche genitore, barricato nella sua tristezza disperata e senza scampo, non abbia retto dopo la morte di un figlio. Ricordo un padre che pochi anni fa tentò il suicidio proprio al cimitero, davanti alla lapide del figlio: quella volta fu salvato, ma pochi mesi dopo organizzò le cose in maniera tale da non avere alcuna possibilità di salvezza.
Ecco, allora io dico: aiutiamole, queste persone, diamo loro appoggio, sostegno, vicinanza, umana solidarietà! Questi genitori distrutti, i fratelli, le sorelle di chi si è tolta la vita, i fidanzati e le fidanzate, le mogli e i mariti che rimangono da soli a chiedersi il perché di tanto strazio, di una tragedia così immane, hanno il diritto di ricevere una mano dalla società e dalle istituzioni! Cerchiamo di capire il loro dolore, non sfuggiamoli per il disagio che si prova ad avvicinarsi a chi ha la morte negli occhi e nel cuore, parliamo con loro senza frasi fatte e aiutiamoli anche a costituire gruppi ove possano incontrarsi, in un rapporto di reciproco aiuto e di condivisione del dolore, con chi ha vissuto esperienze simili, con chi ha percorso almeno in parte il difficile cammino della disperazione e della lentissima risalita, con chi, cucita la ferita con un filo che può spezzarsi in qualsiasi momento, sta cercando di riaffacciarsi alla vita.

*Presidente onlus “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”



© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page
-





Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Matteo Zallocco Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons

Cambia impostazioni privacy

X