Margarita e il Gallo, una storia di intrighi nella Firenze del ‘500
LA RECENSIONE - La pièce teatrale è andata in scena al Teatro Comunale di Morrovalle, per la regia di Antonella Pelloni
di Walter Cortella
Al Teatro Comunale di Morrovalle la Compagnia ArtisticaMente di Villa Musone ha messo in scena «Margarita e il Gallo», una divertente pièce scritta ai tempi nostri da Edoardo Erba, ma ambientata nella Firenze del ’500. La vicenda ricalca in certo qual modo storie del tipo della «Mandragola» del Machiavelli, ricche di intrighi e manovre occulte messe in atto per conseguire particolari obiettivi.
Se nell’opera dell’illustre scrittore fiorentino, Callimaco si serve di un infuso di mandragola, radice cui vengono attribuiti poteri afrodisiaci e fecondativi, per rendere padre il vecchio Nicia (ma in effetti per sedurre, con l’aiuto di fra’ Timoteo, la giovane moglie di lui, Lucrezia), nella commedia di Edoardo Erba lo stampatore Annibale Guenzi, nella speranza di diventare tipografo di corte e risolvere così i suoi problemi economici, non esita a concedere i favori della sua giovane e ignara moglie Bianca al focoso visconte Morello, soprannominato «Gallo». Per questo si avvale della mediazione di padre Saverio, confessore della donna e bramoso di veder pubblicate alcune sue poesie. In entrambi i casi bisogna architettare una messa in scena per portare a termine la combine. Ed ecco che fa la sua comparsa Margarita, una servetta lombarda che si esprime in un caratteristico gramelot, fatto più di suoni onomatopeici che di vere e proprie parole. Per una favorevole circostanza, la moglie dello stampatore viene sostituita, nell’incontro carnale col visconte, dalla ignara Margarita la quale si trova, non del tutto suo malgrado, a soddisfare i particolari gusti del nobile il quale ha una spiccata predilezione per quello che oggi, con un felice neologismo, viene detto «lato B».
La ragazzotta non ha remore tuttavia, memore di essere figlia di una strega, ricorre a un sortilegio del quale rimane vittima il suo stesso padrone: la sua anima, grazie alla magia, trasmigra nel corpo di Margarita, ma il visconte non si accorge di nulla e, appagato dalla piacevole avventura, decide di sposare la ragazza e nel contempo di introdurre a corte lo stampatore. Come da copione, tutto è bene quel che finisce bene. L’onore di donna Bianca è salvo, padre Saverio è accontentato, Annibale ha risolto i suoi problemi, Margarita sposa Morello e diventa nobile. Ma il finale riserva ancora una sorpresa: esaurito l’effetto della pozione magica, lo stampatore scopre di essersi «innamorato» del visconte. Tenta di dissuadere la servetta ma, visti inutili i suoi tentativi, le strappa la promessa di far ricorso, di tanto in tanto, alla portentosa pozione. Lo spettacolo risulta davvero divertente. Il testo è ben strutturato e l’interpretazione dell’intero cast (nella foto) veramente di alta qualità. Serena Baleani (Margarita) è dotata di una notevole vis comica, caratteristica rara in elementi femminili. Si muove con naturalezza e si mostra a suo agio nel gramelot, come peraltro anche Michele Sampaolesi (Annibale) quando il suo corpo accoglie l’anima di Margarita. Anche lui sicuro e disinvolto sulla scena. Da segnalare anche l’interpretazione ben caratterizzata di Valentina Marcucci (Bianca), arcigna quanto basta nel suo personaggio di parvenue, di Daniele Quintabà (padre Saverio) e del giovane Andrea Carpineti (visconte Morello). Eleganti i costumi, valida la scenografia, anche se forzatamente ridimensionata per ragioni di spazio. Infine, un apprezzamento per la regista Antonella Pelloni per aver saputo tenersi su una linea di eleganza.
