La sosta libera
non è democratica

A Macerata circolano più di ventimila auto e gli spazi sono limitati. E allora? L’interesse comune esige che il diritto di parcheggiare sia razionato e anche pagato
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parcheggi_5-300x225di Giancarlo Liuti

Sia pure con un po’ di fatica per il malpancismo dell’Idv e dei Comunisti italiani, è stato superato lo scoglio della pesante censura giuridica ed etica presentata dal Pdl contro Romano Carancini, colpevole, secondo tale mozione, di avere indebitamente assunto la difesa – in un processo penale – di un dipendente dell’Apm (leggi l’articolo). Il Pd, stavolta, si è tutto schierato a favore del sindaco e la censura è stata respinta con motivazioni non infondate sul piano del diritto e piene di sana ragionevolezza sul piano politico (se la maggioranza avesse condiviso quelle durissime accuse, non so in che modo si sarebbero potute evitare le dimissioni del sindaco, la nomina del commissario prefettizio e, fra almeno un anno, nuove elezioni, con quali vantaggi per la città – ecco l’unica cosa che m’importa – è facile immaginare).

  Si apre ora il sereno nel cielo dell’amministrazione comunale? Prematuro dirlo. Anzi, imprudente. Anche perché, poche ore prima del voto sulla censura, un altro voto, quello contro le sanzioni per la sosta nelle zone blu, ha dimostrato che la maggioranza continua a non essere affatto compatta, tanto che la relativa mozione del consigliere Riccardo Sacchi (Pdl) è stata approvata grazie alla determinante astensione di ben undici consiglieri del centrosinistra, fra i quali ben sette del Pd. Insomma, come sta accadendo per il malmesso governo Berlusconi, una cosiddetta fiducia di facciata non manca mai, ma questo non impedisce che prosegua lo stillicidio di grane più o meno logoranti sulle singole delibere di giunta. E l’ha fatto capire David Favia, coordinatore regionale dell’Idv, che si è dichiarato deluso della verifica appena conclusa (“Non è servita a nulla!”) e ha insistito sul nodo – cruciale? – delle zone blu.  Staremo a vedere. Ma credo che la circolazione delle insidie per sindaco e giunta non si sia affatto fermata. Niente sosta, quindi, per questo tipo di traffico, né in zona blu, né in zona libera, né in zona disco orario.

La storia del parcheggio, dunque, va avanti. E mi offre l’occasione di tornarci sopra, non senza sottolineare il linguaggio assai pittoresco che in proposito è stato usato in consiglio (si pensi all’aggettivo “abominevole” con cui la bellicosa Deborah Pantana ha bollato il comportamento dell’assessore Urbani e si pensi all’ardito parallelo fra le zone blu e il bilancio rosso dello Sferiterio fatto da Guido Garufi, con allusioni – udite udite – a immaginari interventi della Guardia di Finanza. La qual cosa mi spinge a chiedermi, con sincera e attonita simpatia, se Garufi è proprio così oppure ci fa.

  Ma veniamo alla sostanza. Come scrissi due mesi fa, il problema della sosta esiste e riguarda tutte le città italiane e forse del mondo, perché gli spazi urbani sono, per loro natura, limitati e, al contrario, il numero delle auto non fa che crescere. E cosa accade quando l’offerta di un bene non è infinita e la domanda di quel bene, invece, lo sta diventando? L’unica risposta per noi pur fallibili esseri umani è che il consumo di quel bene va razionato. In che modo? Distribuendolo equamente. E anche facendolo pagare. Un colpo – o un colpetto – ai bilanci familiari, certo. Ma non c’è altro sistema per far sì che quel bene sia fruibile per il maggior numero possibile di persone e per evitare che l’astuzia o la fortuna di pochi si risolva in un danno per molti o moltissimi. E qui non dovrebbero essere del tutto peregrine – ma qualcuno si ostina a non capirlo – alcune parole come “democrazia”, “socialità” e “solidarietà”.

  Si dirà che per limitare le soste esiste pure un altro sistema: il disco orario. Ridurre le zone blu e aumentare quelle a disco orario? D’accordo, se ne può discutere. Comunque il disco orario consente soste piuttosto brevi nel tempo (si può aver bisogno di parcheggiare per più di un’ora, no?) e resta il fatto che, se non viene esposto, esso presuppone anch’esso la sanzione di cui all’articolo 157. Il quale stabilisce che “nei luoghi ove la sosta è permessa per un tempo limitato è fatto obbligo di segnalare, in modo visibile, l’orario in cui la sosta ha avuto inizio e, “ove esiste il dispositivo della durata della sosta, di porlo in funzione”.  Aggiungendo che chiunque viola tale disposizione “è soggetto al pagamento di una somma da euro 38 a euro 155”. Ciò si riferisce sia alle zone blu che a quelle a disco orario. E’ legge dello Stato e nessun Comune è autorizzato a disapplicarla. Quindi la delibera dell’assessore Urbani è, come si dice, “atto dovuto”. E per le zone blu essa riguarda quegli sciocchi, quei distratti o quei furbi che si astengono dall’esibire il ticket dell’avvenuto pagamento. Ossia i cosiddetti “portoghesi”, come si definivano un tempo coloro che entravano allo stadio o a teatro senza pagare il biglietto.

Ora, per giustificare la revoca o la sospensione di tale delibera, il consigliere Sacchi (e parecchi anche della maggioranza) si appella all’articolo 7 del codice che dice: 1) I “proventi dei parcheggi a pagamento sono destinati alla installazione di nuovi parcheggi o al miglioramento di quelli esistenti”; 2) Su “parte della stessa area” in cui esistono i parcheggi a pagamento – o su “altra parte nelle immediate vicinanze” – il Comune “deve riservare una adeguata area destinata a parcheggio senza dispositivi di controllo della durata della sosta”. Cioè un’area del tutto libera, dove non sia previsto neanche il disco orario. E siccome, a giudizio di Sacchi, i proventi dei parcheggi verrebbero impiegati per altri scopi e il numero delle aree libere non sarebbe “adeguato”, ecco che, secondo lui, il Comune non può sanzionare chi sosta nelle strisce blu senza avere sborsato il dovuto pedaggio.

  Argomenti suggestivi, questi, ma che non c’entrano nulla col pagamento per quelle strisce. Ammesso e non concesso che la giunta comunale non rispetti l’articolo 7,  le s’imponga di rispettarlo. Ma ciò non significa che l’articolo 157 possa essere disatteso. Un conto – sacrosanto – è affermare che tutte le norme del codice vanno sempre applicate. Un conto – assurdo – è sostenere che se una norma non viene applicata, allora è giusto disapplicare pure le altre. Sarebbe come se i vigili urbani, accertata la loro colpevole noncuranza per gli eccessi di velocità, fossero per ciò stesso esonerati dal multare chi passa col semaforo rosso. Se la logica della legalità fosse questa, la nostra società diventerebbe una giungla.

  Vediamo ora qual è la situazione reale degli spazi urbani dedicabili alla sosta. La città di Macerata ha circa 23 chilometri da destinare a parcheggio: 12 (51 per cento) sono a sosta libera, 4 (18 per cento) a disco orario e 7 (28 per cento) a pagamento. Questi ultimi, ovviamente, riguardano le zone meno periferiche e a traffico più intenso, dove l’afflusso delle auto – e il bisogno di sosta – risulta maggiore (in corso Cavour e in corso Cairoli, per esempio, erano, fino a ieri, tutte zone blu, e adesso la giunta, parzialmente – e in fretta – precedendo la volontà del Consiglio, ne ha create una ventina a disco orario limitato a mezz’ora). Tutto questo risponde a criteri di “adeguatezza”? Forse sì, forse no. Ma, ripeto, con le norme tassative dell’articolo 157 non c’entra per niente.

  E veniamo ai parcheggi liberi, una materia – questa sì, non l’altra – che il Comune può gestire secondo margini di discrezionalità, e lo dimostra l’aggettivo “adeguato” previsto dal codice, che dunque non impone percentuali precise. A mio avviso, proprio per le considerazioni che ho fatto finora, il concetto stesso di parcheggio libero contrasta con una visione ragionevole ed equilibrata dell’attuale traffico urbano. Che significa parcheggio libero? Detto in soldoni significa che una sola persona ne può disporre a suo piacimento per intere giornate, così impedendo ad altre dieci, venti, trenta persone di usufruirne a turno. Poniamo un tale che abiti in corso Cavour e poniamo che si istituisca un posto libero proprio davanti a casa sua. Questo posto, da lui sfruttato secondo i propri comodi, diverrebbe, in pratica, un garage a cielo aperto di sua proprietà.

 Lo si ritiene giusto? Chi, con un pizzico di facile demagogia, invoca l’aumento dei posti liberi non considera che a Macerata circolano oltre ventimila auto – una ogni due residenti – e che, tenendo presente la limitatezza degli spazi, l’eventuale proliferazione dei posti liberi significherebbe intaccare evidenti princìpi di eguaglianza fra i cittadini e di coesione sociale, princìpi che dovrebbero essere prevalenti per qualunque forza politica ma soprattutto per il centrosinistra. E’ questo che si vuole? Si crede davvero che il pagamento di trenta centesimi – è la tariffa minima – per aggiudicarsi il diritto di sostare per venti minuti (il tempo di sbrigare una commissione) sia una “vessazione” a danno dei non abbienti? E chi sarebbero questi “non abbienti” – però proprietari di auto e in grado di sostenere le spese del carburante, della tassa di circolazione e dell’assicurazione – per i quali pagare la sosta è un “iniquo balzello” o, peggio, una “vessazione” che incide, peggiorandolo, sul loro gramo tenore di vita? Via, siamo seri.

Mi rendo conto di remare controcorrente, ma insisto nel dichiararmi contrario, proprio da un punto di vista diciamo concettuale, alla sosta libera. E figuriamoci all’eventualità di una sua moltiplicazione. Una posizione discutibile, la mia? Certamente sì. E oltretutto non conforme alla legge vigente, la quale, finché esiste, non ho alcun dubbio che vada rispettata. Ma sono convinto che se la circolazione delle auto continuerà a crescere sarà indispensabile, prima o poi, abolire gli spazi liberi o ridurli di molto. Ma adesso basta con questa storia. Sapete che faccio? Esco, prendo la macchina, mi fermo in corso Cairoli, pago trenta centesimi per il parcheggio, entro in un bar e prendo un caffè. Che mi costa molto più della sosta.



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