Il ritorno di Beatrice Antolini
“Elettrizzerò Macerata”
Tutta l’energia rock di Beatrice Antolini sul palco di Unifestival.
Insieme al duo Iotatòla, formato dalle ultime vincitrici di Musicultura Serena Ganci e Simona Norato, sarà la protagonista della notte bianca che domani concluderà l’Unifestival: alle 21.30 in piazza Vittorio Veneto è di scena Beatrice Antolini, reduce dal successo del suo ultimo album, BioY, che ha riscosso apprezzamenti dalla critica specializzata e non. L’eclettica artista maceratese, grazie alle sue composizioni funky/soul/wave si è guadagnata la copertina de “Il mucchio selvaggio” e recensioni su “Rolling stone”. L’abbiamo raggiunta telefonicamente a Bologna, dove lo scorso fine settimana ha tenuto uno spettacolo al Museo della musica: un’esibizione acustica da tutto esaurito.
Beatrice, cosa proporrai per l’Unifestival?
A Macerata farò il mio concerto, elettrico, rumoroso e rock, lo stesso con il quale sto portando in tour il mio nuovo album BioY.
Raccontaci il tuo nuovo album.
Un disco rispecchia l’evoluzione della propria vita personale e artistica. L’ispirazione è un moto che dall’interno va all’esterno. Si può avere o no, si può anche perdere, se i propri equilibri interiori sono gestiti male. Per quanto mi riguarda, finché ci sarà l’ispirazione, ci sarà la musica e un disco nuovo. BioY è molto più sereno e a fuoco del disco precedente. Questi due anni di tour mi hanno molto rafforzata. Nell’album ci sono anche momenti riflessivi e interiori come Planet, Paranormal, ma non c’è mai la depressione, perché non mi piace. Di questi tempi c’è ne fin troppa, mentre io penso che bisogna andare alla ricerca dell’opposto, ossia del movimento, della felicità, anche se non sai come andrà a finire. Prendere la vita con positività aiuta te e gli altri che ti sono intorno. BioY è l’elogio del movimento: Bio è vita e movimento, mentre la Y, nella mia interpretazione, è una specie di difesa, perché è fatta come un bastone, ma ha anche uno slancio verso l’alto, al contrario della X, che è un simbolo della negazione.
Come nasce una tua canzone?
Spiegarlo è molto difficile. In alcuni momenti è come se dovessi farlo: mi siedo e scrivo una canzone. In altri momenti non ci riesco. Per me è un momento energetico particolare, che forse dipende da qualcosa che neanche conosco, che viene chissà da dove. Credo che l’essere umano abbia molte più potenzialità di quelle che pensa di conoscere e non le sa gestire. Per me l’ispirazione è una sorta di sesto senso, un momento magico ed esoterico. Può venire anche quando guido, ad esempio, ma c’è sempre una decisione di fare da tramite a qualcosa che sta arrivando. Allora decido di andare al pianoforte e buttare giù un’idea. Non sono come Madonna, che canta nel suo registratore. La cosa curiosa è che io non mi ricordo mai il momento in cui ho scritto un pezzo.
Nei precedenti dischi non davi molta importanza al significato del testo, da cui anche la scelta di cantare in inglese. E’ così anche per questo album?
In questo ho provato a comporre qualche pezzo più “maturo”. A me piace soprattutto arrangiare e scrivere melodie, ma capisco l’importanza delle parole e vorrei sviluppare meglio questo lato.
Nei tuoi dischi canti, suoni quasi tutti gli strumenti, arrangi le melodie da sola. Non è faticoso?
Sì, ma per me è questa la soddisfazione più grande e non potrei farne a meno. In questo modo mi sento di fare un lavoro diverso da tutti i miei colleghi, che a volte non considero proprio “miei colleghi”, non per qualità, ma perché lavoriamo in modo diverso: loro in genere sono cantautori, io mi sento più arrangiatrice e compositrice.
Hai collaborato in passato con Velvet, Baustelle, Jamie Lidell. Cosa ti è rimasto di queste esperienze?
Vorrei aggiungere anche Andy dei Bluevertigo, che ha suonato il sax baritono nel mio ultimo disco. L’esperienza è stata diversa con ognuno di loro. Tutte le collaborazioni arricchiscono e sono positive. Non vengono messe in piedi solo per avere maggiore visibilità, come alcuni, in Italia, accusano. Il bello è proprio mettersi in gioco con la musica di un altro. Sono collaborativa. Avrò anche altre collaborazioni.
Con chi?
Il 9 giugno a Cagliari suonerò con Lydia Lunch, che ha collaborato anche con Iggy Pop, nell’ambito del Karel Music Expo, dove si esibiranno personaggi di altissimo spessore nel panorama della musica internazionale.
Sei stata in tour anche in Inghilterra. Hai trovato differenze con il pubblico italiano?
Gli straneri si divertono, si fanno meno problemi e non sono così legati come gli italiani alle categorizzazioni della musica, come la definizione di “Indi rock”, che vuol dire tutto e niente, creando un po’ di mostri e rallentando le carriere di chi è bravo e potrebbe andare avanti. L’Indi rock è un’arma a doppio taglio perché accomuna artisti di talento con altri meno bravi. Ma con il tempo le cose cambieranno, perché siamo giunti a un limite. Vorrei che la gente fosse meno snob e si divertisse di più.

