Dopo 442 anni Padre Matteo Ricci
torna nella sua Macerata:
da Confucio alla Confucio’

Le interviste impossibili di Giancarlo Liuti
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di Giancarlo Liuti

Verso le due dell’altra notte, in viale Puccinotti, m’imbatto in un signore di età avanzata che cammina con le braccia aperte come per tenersi in equilibrio. E’ un tipo strano. Fluente barbone inanellato, tunica nera di foggia orientale, grosso copricapo squadrato, curiose pantofole di stoffa viola. E incerto, disorientato. Immagino che sia un extracomunitario e gli chiedo se ha bisogno di qualche indicazione. “La ringrazio”, mi dice, “ma io sono maceratese e questa città dovrei conoscerla bene”. Non nascondo lo stupore: “Lei di Macerata?”. “Sì, ci sono nato nel 1552”. “Complimenti”, gli dico con un’aria incredula, “458 anni portati splendidamente”. “Non mi lamento. Non a caso la gente di Macerata è fra le più longeve d’Italia”. “Mi perdoni, lei sarà pure maceratese, ma è la prima volta che la vedo”. “Sono qui da appena una settimana”. “Ho capito, un emigrante che torna a casa”. “Sì, in un certo senso. Un’emigrazione durata 442 anni, quasi tutti in Cina”. Provo a indovinare: “Un imprenditore che ha delocalizzato l’azienda?”. “Turbocapitalismo? No, missione apostolica”. “Scusi l’indiscrezione, vorrei sapere il suo nome”. “Me l’ha già chiesto la polizia, voleva pure il permesso di soggiorno. Ma io non ne ho bisogno, la mia patria è il mondo. Il mio nome? Matteo Ricci, gesuita”. Resto di sasso: “Non mi dirà che lei è proprio il grande, il grandissimo Padre Matteo Ricci”. “Indovinato”. E qui, in preda all’emozione, faccio l’atto di abbracciarlo. Ma lui mi frena: “Piano, signore. Su questo marciapiede si cade facilmente. Chissà perché l’hanno costruito in pendenza”.

“Lei ha ragione ma noi maceratesi siamo fatti così, pendiamo di qua e di là, tentenniamo, dubitiamo di tutto, diffidiamo del passato e del futuro. Ma ora mi dica, è tornato per restare?”.

“No, sono in missione”.

“Apostolica?”

“No, stavolta è una missione laica. In Cina, vede, ho imparato ad essere un prete laico, un prete che si occupa soprattutto della vita terrena. Nel segno del Signore, ovviamente, ma senza pregiudizi. Per questo, fra l’altro, ebbi dei problemi con la curia di Roma”.

“La vita terrena, qui, è molto buona”.

“Sarà, ma il mio mestiere è il missionario ed io questa vita maceratese vorrei convertirla”.

“Verso quale direzione?”

“Se in Cina mi sono confrontato con la filosofia di Confucio, a Macerata provo a farlo con la filosofia della Confuciò”.

“La Confuciò è una filosofia?”

“E’ una pratica. Ieri sono stato in via Roma, nei pressi del passaggio a livello, lì dove c’è la deviazione per Collevario. Altro che Confucio, quella è proprio Confuciò. Non le dico le bestemmie degli automobilisti. Mi sono fatto più volte il segno della croce, ho dovuto pregare per le anime loro”.

“Ma quel passaggio a livello sarà presto eliminato”.

“Presto? Per utilizzare l’area dismessa del vecchio campo boario ci hanno impiegato più di trent’anni. Il pensiero di Confucio sarà stato lento, ma la Confuciò di Macerata, figliolo, è terribilmente più lenta”.

“Lei esagera, padre. Per la qualità della vita Macerata sta fra le prime quattro città italiane”.

“Ci stava pure ai miei tempi. Una vita semplice, d’accordo, ma chiara, lineare, coerente. Papà faceva lo speziale e adesso nelle farmacie si vende di tutto, scarpe, vestiti, bibite. E le medicine? Nei supermercati”.

“Non rimpianga il passato, padre, questa è la modernità. Pure lei, in fondo, è stato un campione della modernità, ha predicato il superamento dei confini, l’integrazione dei popoli, il rispetto delle diverse culture. Anche la sua, insomma, è stata una nobilissima Confuciò”.

“Ho visitato il nuovo quartiere delle Vergini, ho guardato il palazzone sul vecchio mulino Vignati. E dappertutto lottizzazioni, cantieri, progetti edilizi per case che nessuno comprerà. Questa, figliolo, è una Confuciò nient’affatto nobile. Ma senta quest’altra. A Pechino uso il risciò. Comodo, puntuale, rapido. L’altro ieri per andare da Corso Cavour a Piazza della Libertà sono salito sull’autobus urbano. Puntuale? Non ne parliamo neanche. E figuriamoci per me, che ho insegnato l’orologio ai cinesi. Rapido? Mi ha fatto fare un giro che non finiva più, ci mancava che mi portasse al cimitero, credevo di avere sbagliato autobus. Che Confuciò! Adesso ho cambiato, mi servo di una macchina a noleggio”.

“Vede? A tutto c’è una soluzione”.

“Una soluzione? L’ho sistemata nel parcheggio coperto dei Giardini, ho preso l’ascensore per il centro, sono andato al cinema Italia per l’assemblea del centrosinistra, verso mezzanotte sono tornato all’ascensore. Niente. Chiusi da tre ore, ascensore e parcheggio. E la macchina? La riprendo domattina, chissà quanto mi costa. Le pare normale? Ai miei tempi le prostitute stavano in una casetta del demonio, piccola, isolata, nascosta in un vicolaccio. Beh, mi consente di usare una parola volgare? Oggi mi sembra tutto un gran casino. Brutto salto, mi creda, da Confucio alla Confuciò”.

“Abbia pazienza, padre. Ogni città ha i suoi difetti, ma quelli di Macerata, via, sono piccoli e pochi”.

“A marzo ci saranno le elezioni per il nuovo sindaco, no? Così sono andato al Cinema Italia a sentire i candidati del centrosinistra e, il giorno dopo, nel bar da Pierino, anche quello del centrodestra. In un bar, ci pensi. Chissà, mi sono chiesto, non sarà che vogliono darla a bere? Comunque mi aspettavo un po’ di chiarezza, non Confuciò. Illusione. Per il centrodestra il candidato dovrebbe essere un certo Pistarelli, ma nel suo emblema troneggia un altro nome, Berlusconi, un tizio di Milano. Berlusconi sindaco e Pistarelli il suo portaborse? E cosa ti combina dopo essersi proclamato discepolo della dottrina sociale della Chiesa? Si allea con la Lega Nord, un partito che a me, missionario cattolico, fa letteralmente rizzare i capelli. E nel centrosinistra? Parlano di grande coesione ma dopo dieci anni di giunta e proprio alla vigilia delle elezioni gli si è bellicosamente dimesso il vicesindaco Marconi, che fra l’altro era assessore alla pace. Alla pace, capisce? Volevo prendere la parola e dirgliene quattro ma non ho potuto. E vuol sapere perché? Perché in quel consesso organizzato per comunicare con la gente non funzionavano i microfoni. Confuciò, figliolo mio, Confuciò”.

“Non sono d’accordo, padre. I suoi giudizi sono troppo severi, lei ha smarrito la carità, che è una delle virtù teologali, e ha smarrito pure la temperanza, che è una delle virtù cardinali. Comincio a credere che lei non sia il vero Padre Matteo Ricci, missionario di fede e di pace, ma una sua inacidita controfigura”.

“Io, caro figliolo, sono un sogno. E i sogni non badano al bene che c’è, ma al meglio che potrebbe esserci. La speranza non è forse la più bella fra le virtù teologali?”.

E scompare.



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