Da Nureyev a Placido Domingo,
due maceratesi raccontano
il dietro le quinte dello Sferisterio
I segreti dell'Arena - Seconda puntata -

di Alessandra Pierini
Dopo aver raccontato, in un primo episodio, la storia ufficiale dello Sferisterio, quella che è possibile leggere nei libri, e prima di pubblicare in un terzo episodio i racconti degli addetti ai lavori, andiamo a vedere Macerata Opera, oggi Sferisterio Opera Festival, con gli occhi di Gerardo e Lorenzo Molinari, due maceratesi che hanno osservato le stagioni da un’ottica privilegiata.
Gerardo Molinari ha la sua botteguccia di lame e coltelli nell’angolo di Piazza Mazzini. Da lì sono passati molti dei protagonisti dell’Opera e le vicende di cantanti e artisti sono arrivate sulla porta come una sorta di telenovela con personaggi sempre diversi. Suo figlio Lorenzo, abitando immediatamente nei pressi della bottega, è stato inevitabilmente coinvolto dallo Sferisterio e dalle sue evoluzioni.
“Quando ero bambino, andavo a giocare nello Sferisterio. Conoscevo tutti i passaggi, entravo da una parte per sbucare dall’altra sempre cercando di non dare fastidio a chi lavorava.” racconta Lorenzo e subito gli fa eco Gerardo: “Noi adulti passavamo le serate ad assistere alle prove che allora erano a porte aperte, scambiavamo quattro chiacchiere e avevamo un anticipo della stagione. Non ci perdevamo uno spettacolo. Mi ricordo che un anno, non ricordo quando ma lo Sferisterio era in una fase calante, ci meravigliò il fatto che tenore e soprano non presero mai parte alle prove, finchè a quattro giorni dalla prima arrivò una cantante russa che cantava come una gallina. Eravamo già preoccupati poi, però, arrivò il tenore il giorno prima dello spettacolo, provò solo qualche pezzo e se ne andò. Sorpresi da questo comportamento, pensammo che doveva essere un vero fenomeno se non aveva neanche bisogno di provare. Il giorno dopo eravamo tutti alla prima dello spettacolo. Il tenore salì sul palco e intonò perfettamente la prima aria della Tosca, poi fu un vero disastro. Alla fine del primo atto qualcuno applaudiva timidamente, qualche altro esprimeva un certo disappunto. Umberto Zanconi, noto melomane, si alzò in piedi e gridò “Ma fucilatelo subito” puntando il dito verso il palco.”
Così lo Sferisterio coinvolgeva tanti maceratesi in un rapporto che è, per certi versi, assimilabile a quello del tifoso con la sua squadra del cuore: negli anni molti maceratesi hanno seguito con passione i cambiamenti al vertice dell’Associazione e si sono interessati ai casting con lo stesso entusiasmo con cui un ultrà segue il mercato.

Gli spettaori stessi, talvolta, trasformavano l’atmosfera dello Sferisterio in quella dello stadio: “Mi ricordo – racconta Lorenzo – che dal loggione ho sentito delle grida, mi sono affacciato giù ed era in corso una rissa. Subito pensai che fosse scoppiata tra le comparse o tra i lavoratori, poi mi accorsi che erano i fans della Kabaivanska che litigavano con quelli della Gasdia. Era l’anno della celebre Bohème di Ken Russell in cui Mimì moriva di overdose.”
Anche Gerardo ha assistito ad episodi del tutto inediti: “Nel 1982 il famoso ballerino Rudolf Nureyev danzò per i maceratesi. Durante l’intervallo io uscii e non feci in tempo a rientrare per l’inizio, allora entrai lateralmente e mi ritrovai proprio sotto il palco, di lato. Entrò una fila di ballerine olandesi e subito dietro Nureyev, il quale fece qualche piroetta poi si avvicinò alle ballerine e lo sentii con le mie orecchie dire “E adesso puttanelle, tutte giù!” per ricordare il prossimo passo da fare e le ballerine obbiedenti, si abbassarono man mano una alla volta. Quando invece cantò Placido Domingo, lo aspettammo dopo lo spettacolo fino a tardi. Finalmente uscì, per ultimo, e il custode chiuse lo Sferisterio immediatamente dietro a lui. Domingo si voltò e baciò la porta, con commozione di tutti.”
Non solo cantanti ma anche amministratori e sovrintendenti passavano spesso da Piazza Mazzini. “Ricordo con particolare affetto il Sovrintendente Orazi – ci racconta Lorenzo – non entro nel merito delle sue scelte o dell’operato, ma non ho mai visto una persona vivere con tanta passione ed entusiasmo la sua professione. Lui soffriva per lo Sferisterio e lo viveva carnalmente. Mi ricordò che una mattina entrò pieno di gioia in ufficio sventolando una copia del Corriere della Sera che quel giorno aveva pubblicato un articolo sullo Sferisterio. Non dimenticherò mai quando, nel pomeriggio prima della celebre Turandot di Hugo De Ana, un fortissimo temporale si abbattè sulla città. L’acqua allagò la buca dell’orchestra. Orazi si tirò sù le maniche e i pantaloni. Con la sua assistente prese i secchi e cominciò a vuotare la buca.”
Negli anni lo Sferisterio ha ospitato artisti provenienti da tutto il mondo. In particolare spesso venivano compagnie dell’est: “Parlando un po’ di tedesco, avevo familiarizzato con un tenore di Berlino – ci racconta Gerardo – prima che ripartisse lo invitai a pranzo. Il giorno che doveva venire a mangiare si presentò da me accompagnato da tre signori e con le lacrime agli occhi mi disse che non poteva venire. Solo più tardi capii che i tre signori erano della Stasi e che gli impedivano di venire per paura che tentasse la fuga e non tornasse a Berlino.”
Annoso problema dello Sferisterio erano i gatti che abbondavano all’interno del teatro: “Erano gli anni in cui le scenografie erano minimali – ci racconta Lorenzo Molinari – gli anni della riscoperta del muro che veniva valorizzato con luci e proiezioni ed entrava fattivamente ad essere parte della scena. Quando meno te l’aspettavi tra una luce e l’altra e con effetto molto accentuato vedevi correre da una parte all’altra i gatti dello Sferisterio che a loro modo diventavano protagonisti. Una volta durante Faust, nella scena clou,due gatti illuminati da una luce bianca cominciarono alitigare tra loro e risuonavano i loro miagolii.”
A proposito di animali, anche Gerardo ha il suo episodio da raccontare: “Invitaii un gruppo di amici francesi ad assistere all’opera. Quell’anno dietro al palco era stato ricavato un corridoio utilizzato dai tecnici per gli spostamenti. Mentre camminavano spuntavano dalla base del palco solo i loro capelli ai quali la luce dava uno strano effetto. I miei amici francesi iniziarono a gridare: “Le Rats, le Rats!” e non fu affatto facile spiegare che non erano topi, ma solo teste.”