Čajkovskij, luce sulla città spenta:
il Lauro Rossi acclama la Form
MACERATA - In un centro storico spettrale, teatro pieno per il programma dedicato al compositore russo ed eseguito splendidamente dalla giovane violinista Alexandra Tirsu, capace di mettere in campo tutti i dubbi esistenziali contenuti nelle musiche

La Form al Teatro Lauro Rossi
di Marco Ribechi
Teatro pieno e applausi a non finire, Čajkovskij unica luce su una città dormiente. Viene dal teatro Lauro Rossi di Macerata e dalle splendide musiche proposte con caparbietà dalla Form – Orchestra Regionale delle Marche – l’unico barlume di vita in grado di animare, o forse rianimare, un centro ormai da troppo tempo moribondo, fatto da strade deserte e silenzio quasi assordante.
Se attraverso la città, non solo il lunedì, regna la stessa stasi assoluta che dominava nei mesi della quarantena e del lockdown forzato, il teatro cittadino continua come unico interprete coraggioso a proporre eventi di altissimo livello come quello andato in scena ieri sera con l’esecuzione di due delle opere più ammirate di Pëtr Il’ič Čajkovskij: il Concerto per violino e orchestra in re maggiore, op. 35 e la Sinfonia n. 4 in fa minore, op. 36. Fortunati quelli che hanno preferito rinunciare al palinsesto televisivo ed essere presenti in sala per ascoltare le due mirabili composizioni, licantropi coloro che invece hanno pensato di fare una passeggiata nella città antica: la tanto temuta “movida” infatti era tutta nel teatro quasi colmo.

La violinista Alexandra Tirsu
Colmo a ragione vista la caratura degli interpreti in gioco. A dominare il colpo d’occhio del palco l’ormai acclamatissima Form, capace di non sbagliare mai un colpo e per cui ormai i complimenti non bastano più. Sul podio invece il giovanissimo Alessandro Bonato, direttore principale della Form, talento della bacchetta dalla tecnica affascinante. Gli occhi però, almeno nella prima parte dello spettacolo, erano tutti puntati su di lei, la violinista Alexandra Tirsu, una delle migliori interpreti della sua generazione capace di esporre magistralmente tutti i dubbi esistenziali e il vortice di emozioni che Čajkovskij, massimo interprete della cultura musicale russo-europea di fine Ottocento, ha affidato alle sue innovative composizioni.

Il pubblico del Lauro Rossi
Il tema principe del Concerto per violino è infatti l’incoerenza, così come l’aveva pungentemente definito il più temuto critico musicale dell’epoca, il musicologo tedesco Eduard Hanslick, in grado, a ragione, di coglierne le peculiarità per etichettarlo, a torto, come spazzatura, senza vederne la portata innovatrice. L’incoerenza tanto bistrattata infatti non era altro che, come lo definisce Cristiano Veroli “ lo specchio di una personalità tormentata che, con genio e coraggio, accetta tutta la folle contraddittorietà della vita riflettendola senza reticenze nella sua musica”. Dal canto suo Tirsu, sia con lo strumento che con la tensione espressiva del suo corpo, è riuscita a portare alla luce questa follia fatta di gioia e malinconia, di danze furiose e cadute stridenti che all’epoca fu eseguita solo tre anni dopo la scrittura a causa delle troppe difficoltà tecniche in essa contenute. Meritatissimi i lunghi applausi che il pubblico le offrirà come tributo.

Il direttore Alessandro Bonato
La seconda parte dello spettacolo assume invece, almeno per l’autore, il tratto dell’autobiografia considerando che lo stesso Čajkovskij in modo esplicito volle così ritrarre la sua vita interiore, realizzando un autoritratto in musica. Il compositore infatti, in preda a una vita privata disastrosa e a una psiche ormai devastata, proprio attraverso questa composizione mostra “la presa di coscienza della tragica ineluttabilità del destino cui l’uomo, per quanto si affanni, non può sottrarsi” citando di nuovo Veroli. La tensione è quindi tra il tentativo di attingere a una vitalità e felicità a portata di mano e la loro inevitabile perdita nell’assoluta vanità della vita. La Sinfonia n.4 però si chiude con un Finale Allegro con Fuoco, simbolo di una speranza non ancora morta che purtroppo, almeno nel compositore, svanirà nel suo testamento artistico, la Sesta, che si chiuderà con un naufragio finale verso il buio. Lo stesso buio a cui gli spettatori del Lauro Rossi ritorneranno dopo i lunghissimi applausi, riversandosi di nuovo nelle sopite strade cittadine.
