Biumor, Alfieri sull’invidia musicale:
dalla rivalità Beatles-Rolling Stones
ai Nirvana e al dissing dei rapper

TOLENTINO - Il filosofo ha aperto il dibattito sul tema della 31esima edizione della Biennale. Ha citato diversi esempi a partire dal film Mozart fino al caso Maneskin
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Il pubblico in sala

 

“L’invidia il mostro primitivo che non accetta chi è diverso da me”. Alessandro Alfieri filosofo e docente ha aperto questo pomeriggio il dibattito a Biumor attorno al tema della 31esima edizione della Biennale dell’Umorismo di Tolentino dedicata all’Invidia. Nella preview del festival dedicata agli studenti, Alfieri ha raccontato come questo sentimento è assai frequente in campo musicale. «L’invidia applicata al mondo dello sport è molto simile a quella in ambito musicale.

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Alessandro Alfieri

L’agonismo caratterizza anche la sfida più o meno dichiarata di tutti gli artisti – afferma il filosofo – Ciò che identifica i due mondi è invidia per il successo altrui. Un conto è il film Amadeus di Milos Forman molto romanzato in cui c’è questo Salieri che invidia non tanto e non solo il successo di Mozart, ma il talento e la genialità, quindi la sua accusa si rivolge a Dio. Nella musica e nello sport si invidia non tanto il talento ma il successo al di là dei meriti effettivi». Ma la rivalità è tutta negativa o c’è qualcosa da salvare? «In molti risponderanno che l’invidia è alla base anche di una sana competizione perché permette a ciascuno di noi di migliorare la propria azione per raggiungere i livelli di qualcun altro. Però questa concezione è molto aggrappata alla cultura dell’ iper competizione, della performatività sempre e comunque tipica del neo liberismo contemporaneo, ma è molto frustrante. Di fronte al talento di nascita puoi spaccarti la testa quanto ti pare ma non potrai mai raggiungere quel livello. Anche Aristotele nella Retorica sostiene che sì esiste un’invidia legittima e buona ed è l’indignazione verso coloro che godono di una fortuna non meritata». Un sentimento che appartiene a tutti i periodi storici, dai Beatles ai Rolling Stones quali sono altri casi di “musicisti rosiconi contemporanei”? «Tutta la storia della musica è costruita su una serie di rivalità e ambiguità che spesso sono più il risultato dei tabloid e delle riviste scandalistiche che reali.

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Evio Hermas Ercoli

Jay Z a proposito del dissing (è la pratica che si usa nel rap per insultare ndr) disse che il dissing è come il wrestling ovvero è tutto teatro ed è funzionale al mercato e alla creazione di un alone mitologico su alcuni personaggi. Tutta la storia del rock però è costruita su binari di dualità opposte che si insultano anche in modo appariscente. Ci sono battute bellissime dei Rolling Stones nei confronti dei Beatles e viceversa, o dei Nirvana verso i Gun’s’roses o frecciatine di Kate Perry e Lady Gaga. E spesso questa invidia come un turbine va a contaminare anche gli equilibri interni in una band, basti pensare al binomio John Lennon- Paul McCartney o anche ai fratelli Gallagher degli Oasis». Una band che sta facendo discutere attirando “l’invidia” di tutti anche di tanti colleghi italiani è quella dei Maneskin, perché tanto astio per chi ce la fa? «Partire dai Maneskin è la soluzione migliore per capire quanto livore e quanta invidia c’è nella società contemporanea e dimostra che l’invidia non ha risvolti positivo nella performatività della competizione. Invidiare i Maneskin non ha a che fare con la valutazione estetico artistica o musicale della band. Mi viene in mente una battuta di Max Scheler che dice che l’invidia è un mostro primitivo che si riassume nella battuta “io non sono ciò che tu sei” e quindi per i Maneskin: “io non sono ciò che voi siete e non posso perdonarvi questo”. Se questa è la premessa di ogni discorso è ovvio che ogni valutazione anche artista e musicale sarà dettata da questo livore primitivo».

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