«Niente tamponi e soli due medici
per visitare 35 persone
Il pronto soccorso è allo stremo»

MACERATA - Barbara Olmai, giornalista di Tolentino, è dovuta ricorrere per un familiare alle cure ospedaliere e racconta una routine fatta di riduzione del personale, test anti Covid effettuati dopo 23 ore dall'accesso e mancate risposte da parte della politica
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L’ingresso del pronto soccorso di Macerata

 

«Mia madre al pronto soccorso, ma il tampone le viene fatto dopo 23 ore, personale stremato e ridotto all’osso, spero che la politica dia delle risposte». Cronaca dal pronto soccorso dell’ospedale di Macerata dove la collega Barbara Olmai, che si trovava lì per la malattia di un familiare, si è ritrovata ad osservare, con l’occhio da cronista, una giornata tipo al pronto soccorso. E ne è nata una lettera aperta con la quale la Olmai chiede delle risposte rispetto all’organizzazione sanitaria che ha osservato. «In questi giorni purtroppo mi sono ritrovata al Pronto soccorso con mia madre che fortunatamente non versa in gravi condizioni. Il pronto soccorso è pieno di pazienti, barelle che continuano ad arrivare dalle ambulanze a tutte le ore. Stanze piene e pure il corridoio. L’ospedale di Macerata sta accogliendo numerosi pazienti che arrivano da tutta la provincia dove gli ospedali, tra quelli depotenziati e quelli che da anni sono praticamente chiusi, non sono sufficienti in situazioni di stress come quella che stiamo affrontando da oltre un anno e mezzo. Macerata non riesce a soddisfare le richieste in tempi stretti nonostante il grande sforzo di tutto il personale medico, infermieristico, degli operatori sanitari. In questa situazione dove le forze si sarebbero dovute aumentare, mi è stato invece riferito che c’è invece una riduzione del personale, una parte del quale, oltre ad operare al Pronto Soccorso, viene fatto intervenire anche per i pazienti covid».

pronto-soccorso-macerata_censoredLa Olmai racconta che in quella specifica giornata per 35 persone che hanno effettuato l’accesso al Pronto soccorso c’erano solo 6 operatori sanitari, di cui 2 medici e 2 infermieri, 1 Oss e un tirocinante: «gli infermieri stanno anche in accettazione, accolgono le persone, rispondono al telefono – continua – fanno il loro lavoro andando veloci tra corridoi e stanze. I medici visitano pazienti, prenotano accertamenti, stilano referti, parlano con i familiari, rispondono al telefono ai familiari che sono a casa e cercano di capire quali “fortunati” vanno ricoverati prima di altri. I posti letto non bastano per tutte le esigenze e spesso, come è successo a mia madre, sei lì due giorni prima di essere ricoverato. Sei lì ore prima di essere anche visitato. E tu familiare che fai? Oltre a stare vicino al tuo caro, temi che in quella situazione di grande promiscuità ci siano pazienti positivi al Covid e forse anche tu stesso puoi esserlo. In entrata al Pronto soccorso non è presente un termometro per la misurazione della temperatura. Ai pazienti viene effettuato il tampone ma ci sono dei tempi e in questo tempo c’è una situazione di promiscuità. A mia madre, che dopo la visita si sapeva doveva essere ricoverata, il tampone è stato eseguito dopo 23 ore dall’entrata e dietro mia espressa domanda. Mi chiedo se sia la normalità questa situazione. Io non me la prendo con il personale perché ho visto la situazione in cui sono costretti ad operare. Le responsabilità vanno ricercate altrove. La sicurezza per il personale, per i pazienti insaccati nei cameroni da 8-10 posti letto, per i familiari o accompagnatori, è garantita? Il personale è stremato. Un’ altra infermiera mi ha detto che sono molto delusi di come vengano ignorate le loro richieste che sono semplici: lavorare con dignità per sé stessi e per i pazienti. Il personale è demotivato. Mi devo accorgere io cittadina che sfortunatamente ho frequentato quel luogo a distanza di pochi mesi, di questa situazione? I dirigenti ascoltano le richieste del direttore del Pronto soccorso? La dottoressa Daniela Corsi, direttrice dell’Area Vasta 3 e l’assessore alla Sanità della Regione Marche Filippo Saltamartini, stanno riorganizzando il sistema sanitario maceratese in modo che l’ospedale di Macerata non faccia da imbuto di tutta la provincia? A Corsi e a Saltamartini scrissi già il 28 marzo scorso, chiedendo una risposta che non mi è mai arrivata. Spero non io di avere risposte ma il personale medico e non, presente in quel posto e soprattutto le persone più fragili che hanno il diritto di essere curate, curate bene».



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