«Imprenditori lasciati soli,
servono strumenti alternativi
per affrontare la crisi d’impresa»

L'INTERVENTO - L'avvocato Alberto Feliziani dopo il tentato suicidio di Enrico Calamante: «Lo Stato non solo non presta ausili di sorta ma utilizza lo strumento Giudiziario per colpire chi è incappato nello stato di crisi. Giusto colpire i disonesti ma vanno tutelati i tanti imprenditori onesti. E’ il sistema ad essere sbagliato»

- caricamento letture
alberto-feliziani-e1570024098749-650x550

L’avvocato Alberto Feliziani

 

Dopo il tentato suicidio dell’imprenditore Enrico Calamante, di Appignano, che mercoledì mattina si è sparato al petto mentre si trovava nel cortile della villa dove un tempo viveva e che in seguito alla crisi delle aziende di famiglia (Sielpa e Calamante, due colossi dell’imprenditoria locale) ha dovuto lasciare, interviene l’avvocato Alberto Feliziani, esperto in Diritto fallimentare e gestione della crisi di impresa.

***

«Accolgo con sollievo la notizia che l’imprenditore Enrico Calamante è fuori pericolo, nella speranza che possa e sappia cogliere dalla vita che non gli è sfuggita per un soffio, quella forza necessaria a sopportare e guardare avanti. Il problema della cosiddetta gestione della crisi d’impresa comunque resta, soprattutto perché mancano delle vere e proprie norme a salvaguardia. Proverò, allora, a scrivere succintamente ciò che molti miei autorevoli colleghi evidentemente stentano a dichiarare pubblicamente e cioè che quando un’impresa va in crisi lo Stato non solo non presta ausili di sorta – a meno che non si tratti di monumentali realtà che per interessi economici e numero di maestranze coinvolgono la politica – ma utilizza lo strumento Giudiziario per colpire chi è incappato nello stato di crisi. Se è vero che disonesti, furbi e truffatori vanno sanzionati senza pietà è altrettanto vero che oggi lo strumento usato per piegare o costringere un imprenditore a pagare è l’istanza di fallimento, vero e proprio atto coercitivo per il quale il soggetto colpito viene spesso costretto – per evitare la declaratoria – ad eseguire pagamenti violando la par conditio creditorum o privilegiare un istituto di credito o l’erario rispetto a fornitori e dipendenti, cacciandosi in quel vicolo cieco che è l’imputazione di bancarotta allorquando l’azienda, distrutta, viene inevitabilmente dichiarata fallita.

tentato-suicidio-appignano-2-650x433

I carabinieri alla villa di Calamante

Già, la bancarotta: istituto che nasce e si instaura solo con la declaratoria fallimentare (prima stortura giuridica) e che tritura ogni anno migliaia e migliaia di imprenditori ingolfando l’intero sistema giudiziario. L’esperienza ci insegna, però, che 9 volte su 10 la crisi dell’impresa si determina per la chiusura dei rubinetti da parte di un sistema bancario, con le prime avvisaglie della crisi, che blocca erogazioni, congela fidi, impone rientri immediati… così decretando la morte dell’impresa la quale, privata della capacità finanziaria minima, non onora più i propri fornitori, omette di pagare utenze, ritarda l’erogazione degli stipendi, iniziando a perdere commesse e lavori… quante volte verifichiamo con mano che se un’esposizione potesse essere spalmata a 10/15 anni, con un rateo sostenibile, l’impresa sarebbe nella capacità di pagare sia il pregresso che il corrente? Quante volte tocchiamo con mano l’incomprensibile rigidità di istituti di credito i quali anziché erogare nel momento di massima necessità addirittura revocano le linee di credito esistenti? Quanti sanno che l’Agenzia delle Entrate ricorre sempre più spesso alla cosiddetta istanza di fallimento? E la crisi finanziaria di un’impresa coinvolge e travolge, in primis, fornitori e dipendenti. Certamente non banche né erario. Nessuna norma, nessun correttivo, nessun organismo impongono – in presenza di crisi dichiarata – di mantenere le linee di anticipazione su fatture, di anticipazione dei crediti commerciali, di anticipazione su contratti in essere, di affidamenti. Né gli istituti previsti nella Legge Fallimentare per la ristrutturazione del debito ( penso all’art.lo 182 bis L.F.) impongono ai non-aderenti rispetto alla maggioranza degli aderenti, di accettare il piano di risanamento  , con il risultato che un istituto il quale – a titolo di esempio – detenga il 20% del debito complessivo di un’azienda, negando il consenso, di per sé solo determina la fine di realtà antiche, storiche, per certi versi potenzialmente ricche ma povere… di finanza. Rimane soltanto il cosiddetto concordato liquidatorio, termine più ipocrita per descrivere, comunque, la morte dell’impresa. La recente riforma ha sostituito semplicemente il termine fallimento con quello di liquidazione giudiziaria ma, nella pratica, nulla si modifica. E l’imprenditore virtuoso ed onesto, quello che s’è venduto tutto ciò che poteva vendere pur di iniettare quattrini in azienda, resta solo, abbandonato a se stesso, attaccato e morso da tutte le parti, incapace di reagire e fronteggiare la crisi e soprattutto senza aiuto da parte di quello stato che l’impresa dovrebbe tutelare e proteggere. Capita, allora, che in taluno che ha lottato per anni, che ha cercato di salvare il salvabile pur di continuare ad operare, che ha proposto soluzioni alternative alla morte dell’impresa senza ricevere attenzione, subentri lo sconforto, lo scoramento, la disperazione. E capita che in più d’uno, dinanzi alla gogna ed all’oblio, baleni il pensiero dell’ultimo gesto, per non guardare più negli occhi moglie e figli, dipendenti e fornitori. Facendola finita. E’ il sistema ad essere sbagliato. Ed è lo Stato a rifiutarsi di affrontare con equità e determinatezza una fattispecie sempre più ricorrente, fornendo reali strumenti di salvataggio ed imponendo per norma di Legge obbligatorietà d’accettazione di ipotesi alternative che certamente garantirebbero ben più del ricavato di aste fallimentari con aggiudicazioni al terzo ribasso o, peggio, a libera offerta dimenticandosi che, soprattutto, vi è un essere umano e che la categoria dei birbaccioni a prescindere è schiera esigua rispetto alla maggioranza di imprenditori sani, onesti, virtuosi, incappati nelle maglie d’una crisi generale più che strutturale e di un sistema creditizio feroce e spietato che elargisce a chi ha in abbondanza e nega a chi ha effettivo bisogno. Ragione per la quale molti nostri ragazzi che vogliono fare impresa emigrano all’Estero. Ma questa è un’altra storia…».

Imprenditore si spara al petto, ricoverato a Torrette

Fuori pericolo l’imprenditore che si è sparato al petto


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page
Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Gianluca Ginella. Direttore editoriale: Matteo Zallocco
Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons

Cambia impostazioni privacy

X