“Per gli amici, Lu Sellà”
È fresco di stampa un volumetto scritto da Sonia Salvucci e Enzo Calcaterra per ricordare Enzo Pennucci, caratteristico personaggio della Tolentino del ‘900
di Alessandro Feliziani
Per chi è di Tolentino non è necessario precisarlo, ma per chi della “città di San Nicola” o “del museo della caricatura”, conosce solamente i più noti “punti cardinali”, diremo che il locale gestito dal personaggio di cui stiamo per parlare si è trovato per una quindicina d’anni al centro di un ipotetico triangolo le cui tre estremità sono indicativamente collocabili nel palazzo comunale, in piazza del mercato e nella cattedrale di San Catervo. In una delle strette vie di questa zona del centro storico di Tolentino, quella che porta proprio il nome del Santo patrono della città, nel 1978 fu aperta una trattoria chiamata “Rouge et Noir”, un nome che evocava una “debolezza” del gestore, da lui mai rinnegata.
Fino ai primi anni Novanta (l’attività sarà ceduta nel ’95 cambiando nome ed ubicazione), il locale era frequentato da tutte le classi sociali. La prima volta che ci si sedeva ad uno dei suoi tavoli si poteva rimanere sbigottiti dalla burbera e non proprio cortese accoglienza, sullo stile del rinomato ristorante romano “La Parolaccia”. Poi, però, ci si ritornava con piacere: qualche attimo di buonumore, infatti, era sempre assicurato.
Per anni la trattoria è stata anche un punto di riferimento per gli allora giovani animatori e redattori di una delle prime radio libere sorte a Tolentino, Radio Onda, che aveva la sede lì vicino. Nella seconda metà degli anni Ottanta, dopo la riapertura del Teatro Vaccaj, “sperimentarono” il Rouge et Noir anche Pavarotti e Beppe Grillo. Il celebre tenore fu accolto dal gestore con un invito a sedersi su due sedie poste una accanto all’altra perché “su ‘na sedia sola non ce entra”. Il comico, invece, al quale durante la cena cadde a terra la forchetta, fu invitato a prendersi da solo una posata pulita su un altro tavolo già apparecchiato. Questa e altre chicche, fatte soprattutto di battute fulminanti e di veri e propri sberleffi, sono tutte ascrivibili al fondatore, nonché gestore, “maitre” e cameriere del Rouge et Noir, ovvero al “padrone”, che rispondeva al nome di Enzo Pennucci, detto “Enzo Lu Sellà”, appellativo portato con orgoglio per tutta la vita, in quanto figlio di un artigiano che confezionava selle per cavalli. A rinverdire i ricordi su un personaggio tra i più caratteristici di Tolentino è stata in questi giorni sua nipote, Sonia Salvucci, la quale – affidandosi alla brillante penna di Enzo Calcaterra, autore di alcuni importanti libri di storia tolentinate – ha dedicato a suo nonno materno un volumetto, fresco di stampa, zeppo di aneddoti e di testimonianze della figlia e della moglie di Enzo Pennucci.
“Un oste…. che taglia e cuce” lo ha definito Calcaterra, per ricordare che Enzo Lu Sellà, prima ancora che ristoratore, era stato sarto. Aveva deciso di intraprendere il mestiere appena maggiorenne, iscrivendosi a un corso professionale a Civitanova. Lì conosce Pia Paccapelo, i due si sposano e insieme lavorano per diversi anni nelle migliori sartorie di Firenze e Roma, dove hanno modo di intrattenere cordiali rapporti anche con le famose sorelle Fontana. Nel periodo romano, Enzo vince anche un concorso per autista del presidente Gronchi, ma rinuncia e, tornato a Tolentino, rifiuta anche un posto da impiegato comunale. Preferisce la sartoria e ne apre una tutta sua a San Severino, che dopo alcuni anni trasferisce a Belforte . Chiusa l’esperienza delle confezioni, “s’inventa” il Rouge et Noir. Rimane così sempre a Tolentino, salvo alcune puntate nei Casinò, anche francesi, da dove rientra il più delle volte con le “tasche vuote”, ma senza perdere mai il gusto per la battura sarcastica e pungente.
Il volumetto – che Sonia Salvucci ha dedicato alla sua famiglia e a due affezionati clienti prematuramente scomparsi del Rouge et Noir, Loriano Bonanni e Mauro De Stefani – è impreziosito da numerose foto. Ogni pagina è un condensato di ricordi, aneddoti, episodi, il più delle volte curiosi, che hanno segnato la vita di Enzo Pennucci, scomparso nel 1993 all’età di 66 anni, ma – come disse lui stesso a sua figlia Antonietta pochi giorni prima di morire – “per tutto quello che ho fatto è come fossi vissuto 120 anni”. Una vita piena e vissuta senza mai risparmiarsi, anche nei vizi che l’hanno reso famoso tra gli amici e quanti l’hanno conosciuto più da vicino. Il gioco non era il solo suo “passatempo” preferito. Scrive, infatti, Calcaterra, che “tranne Bacco (non era un bevitore), Tabacco e Venere lo ebbero per assiduo cultore”. Nella sua tomba, al cimitero di Tolentino, oggi riposa con accanto – come da sue ultime volontà – un pacchetto di sigarette ed un mazzo di carte. Questo testimonia quanto Enzo Lu Sellà sia stato un personaggio istrionico. Anche per questo non è stato mai dimenticato da chi ha avuto occasione di conoscerlo, così come non l’hanno mai dimenticato – anzi, continuano a rimpiangerlo – tutti i suoi familiari, ai quali è rimasto a suo modo sempre molto vicino. Chissà come avrebbe accolto il libriccino con il quale, a più di vent’anni dalla morte, è stato onorato da sua nipote Sonia. Di sicuro a leggerlo si sarebbe divertito anche lui, ma non osiamo immaginare il suo sarcastico commento.





