“Spazi urbani: amministratori insensibili,
rinunciano a produrre pensieri originali”

MACERATA - L'artista Sandro Piermarini critica l'abbandono dell'ex Gil, la mancata riqualificazione di via Trento, la resina dell'orologio della torre e il Parco della fantasia in via Roma

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Sandro Piermarini

Sandro Piermarini

Dall’artista Sandro Piermarini riceviamo:

Dovendo immaginare il futuro, intravvedo l’artista contemporaneo dentro gli avvenimenti e la sua creatività impegnata a suggerire, anticipare e produrre un pensiero “ utile”, al confronto con problematiche esistenziali non solo individuali, ma anche nelle relazioni all’interno della comunità, in senso più ampio nella interazione costante con la Natura. Sento in altre parole che il ruolo dell’artista, pur mantenendo la propria libertà creativa, debba opporsi all’idea di una produzione mercificata rispondente a modelli di dipendenza culturale e ai mercati consumistici. Un processo di mercificazione nel mondo dell’arte è evidente a tutti, ma non è iniziato oggi, ad esempio Pollock, pur opponendosi al mercato, ai mercanti d’arte, subì il rullo compressore del pensiero economicista.   Dunque, se gli obiettivi sono la quantità, il “nuovo” ad ogni costo, si comprende bene che le strade percorribili dall’artista portano inevitabilmente ad uno scadimento del “mestiere”, al punto di cessarne l’esistenza, aprendo il campo alla povertà dei contenuti, alla esaltazione del banale, all’assenza dell’opera, in quanto l’artista nella sua persona è l’opera. Il corpo, gli oggetti, le sue parole, il gesto attraverso il dripping, l’happening, la performance, l’event, l’istallazione, costruisce l’effimero, fino ad  esaltare la distruzione, la violenza. Abbiamo bisogno di ben altro.

Walter Benjamin , scrittore, studioso dell’arte , denunciava l’assenza del sacro, l’assenza di quella forza creatrice capace di costruire un’arte come vero e proprio “culto”, nel senso di attività che permea la cultura di un momento storico, del resto la parola cultura, di cui oggi ci riempiamo la bocca, deriva da “culto”.
Dice Leonardo: “ L’arte è scienza, non si improvvisa, non ci si accontenta di qualunquistiche e superficiali approssimazioni anzi richiede un duro e sistematico lavoro”.
Si potrebbe obiettare sul termine scienza, ma se pensiamo al fisico creativo che partendo da una intuizione arriva alla teoria e alla sua dimostrazione matematica, allora il termine scienza assume un significato ben preciso nell’arte, che pur non chiedendo dimostrazione alcuna, fa dell’intuizione creativa una verità riconoscibile e universale, attraverso un metodo di ricerca approfondito e compiuto. Ma le cose non vanno in questa direzione. Assistiamo a proposte che non hanno né capo né coda, prive di una propria identità, in cui conta prevalentemente l’estetismo, il mai visto, il disgusto estetico, la trasgressione, la rapina culturale, mezzi che diventano il fine della cosiddetta ricerca, che mai si emancipa nella compiutezza. Inevitabilmente l’idea di bellezza lentamente si trasforma, ma nello stato attuale, essa decade, come la sapienza del mestiere, che subisce un tracollo inaccettabile.

Tutto ciò non sarebbe accaduto se ad amplificare, sostenere e “costruire” l’artista non ci fosse stato il critico di turno, il deus ex machina, con il compito di rendere visibile ai media, con modalità autoreferenziali, opere indecifrabili, necessitate di essere spiegate. Spesso si tratta di critici prezzolati, al servizio di interessi finanziari, di vere e proprie speculazioni. Ma anche critici pronti a calcare la scena, come consumati attori, dove l’artista sta nel ruolo di comparsa, vedi il cosiddetto critico Bonito Oliva. Può un Picasso essere valutato 179 milioni di dollari? Ci sono anche critici che con onestà intellettuale denunciano l’andazzo, ma sono pochi. Per lo più tutti sono allineati senza dubbi, ad oracolare sui testi “sacri” della critica che conta. Credo invece che la storia dell’arte contemporanea debba essere riscritta, consegnando all’oblio una quantità immensa di “monnezza”. Due a mio avviso le conseguenze di tale situazione: la prima l’allontanamento della comunità dalla realtà artistica, sempre più disorientata, indifferente, incapace di cogliere il bello; la seconda investe l’artista e la sua identità da rigenerare. Voglio dire che molti artisti europei hanno accolto il modello americano che aveva fatto tabula rasa di ogni riferimento culturale, del tutto ovvio non avendolo. In Europa invece, credo che le tracce di millenni di storia artistica sono lì ancora a parlarci, e per fortuna ci parlano. Su tutto incombe un pensiero relativista che pare abbia congelato nel limbo ogni possibile responsabilità di uomini di cultura, di artisti, politici, dove l’opinabilità diventa lo strumento del l’operare.

Alla fine è nelle mani delle amministrazioni pubbliche, che si affidano agli operatori artistici, ai vari organi non sempre competenti, degli assessorati con la benedizione di altre istituzioni, ad esempio le Accademie, la cui presenza dovrebbe garantire la serietà e la qualità delle iniziative. Per dirla tutta le Accademie fin dal nascere rappresentavano il pensiero “accademico”, la certezza per intenderci, contro le “eresie” dei movimenti artistici. Oggi al contrario sono le portatrici acritiche delle espressioni artistiche contemporanee.

A esemplificazione cito i requisiti della “cattedra di scultura” recentemente espressi al fine di avviare un corso di scultura all’Accademia di belle arti” a Macerata: “ campo artistico della video scultura con particolare riferimento alla lettura antropologica del corpo applicata all’istallazione ed alla performance”. Ogni commento è superfluo. Il tutto in assenza di Maestri, oggi scelti attraverso graduatorie burocratiche. Vorrei, inoltre, ricordare che lo studente non studia per diventare, grazie ad un diploma, artista, ma per avere i mezzi per poi essere eventualmente artista.

Non ci possiamo meravigliare se nel contesto culturale le pubbliche amministrazioni competono per la loro visibilità. Vengono prodotti eventi senza valutarne la qualità, il tutto ruota intorno ad un sistema di acquisizione di consenso politico. Cedendo alla cultura dell’immagine, si affidano alla comunicazione mediatica, distribuendo incarichi prestigiosi agli archi-star di turno, sperperando denaro pubblico in opere discutibili sul piano artistico e funzionale.

Piazza Pizzarello

Piazza Pizzarello

Anche a livello locale si scimmiottano scelte che non ci appartengono, rinunciando a produrre un pensiero, magari più modesto, ma originale. E’ preoccupante l’insensibilità nella progettazione degli spazi urbani ( piazza Pizzarello), dell’abbandono di architetture storiche (ex Gil), della mancata tutela del paesaggio nella riqualificazione di via Trento, dove enormi vetrate riflettenti segnalano a distanza uno scempio. Che dire, poi, della cosmesi alla resina realizzato nel restauro all’orologio della torre civica, con la benedizione della Sovraintendenza? Per non parlare della esposizione di oggetti destinati al riciclo, tollerati da anni in un contesto viario alle porte della città, in  via Roma. Un “bel” modo di presentare la nostra concezione dell’arte e della cultura.

L'ex Gil

Stato di abbandono dell’ex Gil

Gli “Stati generali della cultura” promossi dalla precedente Amministrazione comunale di Macerata, non avrebbero dovuto produrre lo strumento di gestione della politica culturale? Riconoscendo le difficoltà economiche in cui versano le amministrazioni pubbliche credo non sia pensabile un rapporto territorio-cultura esclusivamente pubblico. Occorre individuare sponsor privati insieme a nuovi spazi espositivi, tali da ampliare il patrimonio artistico attraverso acquisizioni, ma soprattutto superare l’idea di “pubblico” come elargitore di servizi, per approdare a logiche di imprenditorialità. Pur riconoscendo che le risorse economiche, per lo più concentrate su lirica, Musicultura, teatro, siano una valida forma di promozione culturale per la città, ritengo che le arti visive abbiano necessità di una maggiore e più qualificata attenzione.

A tal proposito chiedo che si avvii un progetto, fattibile per la città di Macerata, che avvii la realizzazione di un simposio di scultura, a scadenza biennale,  finalizzato alla realizzazione di arredo urbano, coinvolgendo le realtà produttive esistenti. Credo nella necessità di un dibattito a tutto campo per una politica culturale che investa artisti, architetti, storici dell’arte, amministratori, nel dar vita ad una commissione allargata, volta alla valorizzazione e alla promozione che il territorio offre.

 

 

 


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