L’acqua cheta
Esordio alla regia di Franco Bury
CINGOLI - Due serate con l’operetta al "Farnese". Doppia esibizione del gruppo Filarmonico che festeggia gli 85 anni
di Walter Cortella
Dopo circa un decennio di attività ridotta, Cingoli torna ad essere la patria dell’operetta, rinnovando i fasti di un tempo. Fu proprio qui che, nel lontano 1930, venne costituito il gruppo Filarmonico, in seguito denominato «Gabrielli-Campagnoli», grazie al quale questo particolare genere di spettacolo, che fonde recitazione, canto e danza, ha toccato livelli di assoluta qualità artistica. Quest’anno, per solennizzare degnamente la ricorrenza, la compagnia cingolana ha allestito l’operetta in tre atti L’acqua cheta, musicata nel 1920 da Giuseppe Pietri su libretto di Augusto Novelli. Si tratta ormai di un «cavallo di battaglia» poiché viene riallestito per la terza volta.
Evidentemente esercita sempre un certo fascino, pur non rientrando nel novero delle operette «viennesi». Infatti, L’acqua cheta appartiene al filone popolare made in Italy, assieme a Scugnizza, Il marchese del Grillo, Santarellina ed altre ancora. Siamo lontani dal rutilante mondo aristocratico che, a cavallo tra ’800 e ’900, «folleggiava di gioia in gioia» negli eleganti saloni di dimore principesche. Il testo è gradevole e ricco di situazioni divertenti che ruotano, per lo più, attorno alla figura di Stinchi, personaggio che riesce simpatico fin dal suo primo apparire in scena, agevolato da un indiscusso physique du rôle. La vicenda è ambientata in Italia, alle porte di Firenze, dove vive Ulisse, un fiaccheraio benestante che gestisce la sua piccola azienda di noleggio di carrozze per cerimonie nuziali, coadiuvato dal garzone Stinchi, sempre «ubriaco e bischero».
La sua famiglia è composta dalla moglie Rosa e da due figliole, Anita e Ida. La prima è un po’ vivace ma schietta, mentre la seconda è fin troppo tranquilla e riservata, una vera acqua cheta, per usare un termine ormai desueto ma che rende molto bene il concetto. Se Anita agisce alla luce del sole, Ida si muove più nell’ombra e, manco a dirlo, è proprio lei a mettere in atto una…scappatella col dozzinante Alfredo (Maurizio Borri). Ma, secondo la migliore tradizione, tutto finisce bene: le due ragazze, ottenuta la sospirata benedizione paterna, coronano con le nozze il loro sogno d’amore. Questa edizione de L’acqua cheta ha segnato l’esordio alla regia di Franco Bury. Dopo lunghi anni di militanza in ruoli prevalentemente brillanti, Bury decide di fare il grande balzo e passa a guidare i suoi compagni di sempre. È nata dunque una nuova «stella»? Forse è prematuro asserirlo, ma i presupposti lasciano ben sperare. Infatti, il risultato finale è stato più che soddisfacente, direi un vero successo. Il pubblico ha manifestato il suo consenso con calorosi applausi. Per essere un doppio debutto, tutto ha funzionato egregiamente, oltre le più rosee aspettative. Coordinare ed amalgamare componenti artistiche così differenziate non è certo impresa facile, ma Franco Bury ha dimostrato di trovarsi del tutto a suo agio nel nuovo ruolo di regista.
Tra i numerosi interpreti, ben quindici, hanno primeggiato, nei panni dei protagonisti principali, Diego Santamarianova (Ulisse, il fiaccheraio), attore dalla elegante figura, Lilly Mugianesi (Rosa, sua moglie), «veterana» del gruppo, molto dolce e sempre sicura di sé e Giovanni Sbergamo, applauditissimo nell’azzeccato ruolo di Stinchi, grazie alla sua naturale e prorompente vis comica. Ma anche gli altri hanno fatto la loro bella figura, per effetto di una accurata caratterizzazione dei personaggi, a cominciare dal buon accento toscano. In particolare, Lucia Chiatti (Ida), Micaela Chiariotti (Anita) e Gabriele Bernardini (Cecco il falegname) hanno esibito anche una bella voce. Molti i brani cantati, con il supporto della locale Corale Polifonica diretta da Ilde Maggiore e dell’Orchestra Cingolana dell’Operetta, composta da otto elementi, con la direzione del M° Luca Pernici. Le graziose coreografie, eseguite dai cinque ballerini del Corpo di Ballo, sono state create da Elisabetta Corinaldi. Suggestiva la folkloristica danza delle rificolone. La scenografia, semplice ma d’effetto, è opera del duo Carlo Accrescimbeni-Alessandro Petrini. Lo spettacolo, al quale ha assistito un pubblico numeroso e «caldo», sarà replicato in agosto, in concomitanza con l’affluenza di forestieri. E sarà sicuramente un successo. Adesso che il Gruppo «Gabrielli-Campagnoli», sotto la guida di un nuovo e brillante regista, ha ritrovato la via del palcoscenico è auspicabile che Cingoli ne sostenga con slancio l’attività, senza soluzione di continuità. Sarebbe un vero peccato lasciarla appassire di nuovo.
(Foto di Cristiana Loccioni)



