Canne e psicofarmaci a gogò
con il permesso del dottore

Quando i medici di base lanciano messaggi sbagliati e gravidi di pericoli
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L'avvocato Giuseppe Bommarito

L’avvocato Giuseppe Bommarito

 

di Giuseppe Bommarito e Gaetano Angeletti  *

Da molte parti si tollera, si sottovaluta, si minimizza il fenomeno droga, ormai considerato da un pensiero diffuso, presente a volte anche all’interno delle istituzioni e di diverse agenzie educative, come una pratica corrente, una routine che in qualche modo rientra nella normalità, specie – ma non solo – con riferimento alla cannabis, in definitiva un prodotto come un altro da variare a seconda dei contesti (una pasticchetta di ecstasy o ketamina in discoteca e nei rave party, una striscia di cocaina durante l’aperitivo o la cena brillante, una canna in riva al mare con la ragazza, una dose di eroina per scacciare i cattivi pensieri e l’angoscia, una sostanza dopante per fare bella figura in qualche competizione sportiva amatoriale).
E così, contro ogni evidenza scientifica, talvolta capita di ascoltare, in questo contesto di assurda e generale banalizzazione, qualche insegnante, diversi genitori, giornalisti, opinionisti, personaggi della politica, esponenti delle forze dell’ordine, mentre si esibiscono nel consueto ritornello delle canne che tutti hanno provato e che in definitiva non hanno mai ucciso nessuno, anzi, magari fanno pure bene, considerata la loro valenza non solo ricreativa, ma anche terapeutica.
Frasi che sono lo specchio di una mentalità ormai estesa, di una sorta di virus che si diffonde sempre di più in quanto ritenuto al passo dei tempi e rispettoso dei presunti diritti dei “consumatori” di sostanze, frutto in realtà di disinformazione, di voluta ipocrisia, di forti interessi economici, di pressioni a largo raggio del potentissimo marketing della droga, spacciata senza sosta in ogni luogo ed in ogni ora del giorno. Espressioni irresponsabili, certo, che però sono ormai divenute quasi luoghi comuni e nemmeno sorprendono più, tranne quando vengono proprio da figure professionali che dovrebbero essere quelle maggiormente dotate di argomentazioni scientifiche atte ad evidenziarne la totale falsità. Pare incredibile, eppure succede anche questo, che proprio dei medici mettano in campo la loro professionalità (???) per far apparire normale ciò che normale non è e per contribuire così ad allargare quella che ormai costituisce una vera e propria epidemia sociale e sanitaria.
L’episodio è di qualche settimana fa, avvenuto nel centro di ascolto della Rondinella di Corridonia. Protagonisti due genitori seguiti da mesi, i quali, appena arrivati, quasi aggrediscono gli operatori. Parlano in fretta e con sguardi pieni di rimprovero, come se volessero liberarsi in un attimo da una paura ingiustamente indotta, da un’angoscia immeritata: “Voi esagerate, e lo fate per terrorizzarci. Abbiamo parlato con il medico di base che ci assiste e gli abbiamo raccontato tutte le nostre preoccupazioni sulle canne che nostro figlio da qualche tempo si sta facendo. E sapete cosa ci ha detto? Che non è il caso di angustiarci, perché le canne non sono niente, se le fanno tutti e comunque non sono pericolose”.
Insomma, detta in altri termini, secondo questo scienziato della medicina le canne sarebbero innocue e quindi i ragazzi se le possono fare come e quando vogliono, magari insieme alla mamma ed al papà, per di più con il permesso del dottore, almeno di quel medico di famiglia, ormai di sicuro mitizzato dal figlio dei nostri adirati interlocutori, il quale evidentemente ed irresponsabilmente ignora quanto da anni vanno dicendo e scrivendo in ogni sito ed in ogni occasione possibile i responsabili del Dipartimento Politiche Antidroga: la cannabis ha oggi un concentrazione del principio attivo, il THC, che raggiunge e a volte supera il cinquanta per cento (a fronte del due, tre per cento di pochi decenni fa); la cannabis è assunta ormai soprattutto da ragazzini appena usciti dalle elementari – il bersaglio privilegiato degli spacciatori, che li inseguono senza pietà a scuola, nelle sale giochi, nelle discoteche, nei campi sportivi, persino negli oratori – con il sistema cerebrale ancora in fase di formazione e quindi estremamente vulnerabile; la cannabis, pur non conducendo necessariamente ad altre sostanze quali eroina e cocaina, tuttavia rende molto più probabile tale passaggio, anche perché in tal senso spingono i gestori ed i manovali dello spaccio con i quali i giovanissimi consumatori entrano precocemente in contatto; la cannabis, specie quella assunta in età adolescenziale, incide sulla capacità decisionale, sulla determinazione, sulla memoria, sulla capacità di concentrarsi, e quindi brucia e comunque rende improduttivi percorsi scolastici ed universitari, con pesanti conseguenze sulle future capacità reddituali; la cannabis, parlando degli effetti a lungo termine, determina, o anticipa, o slatentizza gravi patologie psichiatriche ed aumenta il rischio di atti autolesivi (quanti suicidi apparentemente inspiegabili di giovani e giovanissimi abbiamo registrato negli ultimi anni anche nella nostra provincia!).
Certo, quel medico scellerato è un’eccezione, e la stragrande maggioranza dei medici e dei pediatri di base conosce a sufficienza le varie sostanze stupefacenti ed i loro effetti, specialmente sui più giovani, e non minimizza né si atteggia a cattivo maestro. Se non altro perché tra il Dipartimento Politiche Antidroga e la Società Italiana di Medicina Generale, organo associativo dei medici di famiglia, professionisti dotati di potenzialità uniche di percezione sociale nell’ambito della propria comunità di riferimento ed in particolare dei propri assistiti, esiste da tempo un accordo con il quale si è stabilito di promuovere l’informazione e la prevenzione circa tutte le droghe, di elevare la formazione dei medici di base in questo ambito, di aumentare le indicazioni e le azioni concrete per far comprendere, soprattutto ai giovani, il pericolo dell’uso di tutte le droghe e la necessità di adottare comportamenti responsabili verso la propria salute fisica e mentale e verso l’incolumità e la sicurezza di terze persone.
Tale è sicuramente l’atteggiamento prevalente, mentre la superficialità di taluni medici di base costituisce appunto l’eccezione che conferma la regola della responsabilità e del giusto approccio sulle tematiche connesse alle sostanze psicoattive di questi professionisti della medicina di prima linea. Certo, i problemi con i quali essi si misurano non sono facili e spesso devono scontrarsi con richieste pressanti, con pazienti che non sentono ragioni, pretendono continue ricette di medicinali scelti da loro e addirittura minacciano se non vengono accontentati a tamburo battente. Però anche in tal caso la professionalità non può essere del tutto accantonata per seguire la regola del quieto vivere, soprattutto quando, per rientrare da un altro punto di vista nell’argomento qui trattato, il paziente del medico di base è un soggetto che usa droga stimolanti (cocaina, ketamina, anfetamine, metanfetamine) e va poi di continuo dal suo medico per richiedere psicofarmaci ansiolitici-sedativi-ipnotici, principalmente benzodiazepine, per attenuare lo stato di ansia, gli attacchi di panico, l’insonnia, l’agitazione incontrollabile, l’aggressività latente, indotti dalle sostanze assunte.
Sono stati infatti segnalati di recente anche alle forze dell’ordine alcuni casi di medici di base che, incuranti dei prudenti dosaggi prescritti dagli specialisti e consigliati nel cosiddetto “bugiardino”, hanno emesso ricette a ripetizione, con cadenza poco più che quotidiana, di benzodiazepine, senza porsi il problema degli effetti, anche repentini ed imprevisti, del conseguente sovradosaggio di tali potenti psicofarmaci sui tossicodipendenti interessati (disorientamento, perdita di memoria, confusione, a lungo termine un’ulteriore dipendenza da sostanze) e sui terzi, questi ultimi esposti, tanto per fare un esempio, agli improvvisi colpi di sonno ed ai subitanei rilasciamenti e svigorimenti di soggetti tossicomani dotati ancora di patente e pericolosamente in circolazione sulle nostre strade, spesso a velocità elevatissime determinate dalla loro inesistente percezione dei rischi connessi alla guida di autoveicoli.
Problemi enormi, insomma, dei quali dovrebbero necessariamente interessarsi, anche di concerto tra loro, sia l’Ordine dei Medici che il Comitato “Uniti contro le droghe” istituito presso la Prefettura di Macerata.

* Gaetano Angeletti, Presidente onlus “La Rondinella”
Giuseppe Bommarito, Presidente onlus “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”



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