Controlli alla Pars,
ispettori dell’Asur in sede

CORRIDONIA - Il sopralluogo è stato effettuato nei giorni scorsi dopo alcune lamentele inerenti vitto e terapie. Non si conoscono i risultati dell'ispezione
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Una delle strutture della Pars

Una delle strutture della Pars

 

di Giuseppe Bommarito e Gaetano Angeletti (*)

Finalmente qualcosa si muove nell’ambito sin qui stagnante dei controlli sull’operato delle comunità terapeutiche della nostra provincia che, a seguito di accreditamento con la Regione Marche e di specifica convenzione, accolgono per le cure e le terapie del caso i soggetti tossicodipendenti avviati dal Dipartimento dipendenze patologiche dell’Area vasta 3 di Macerata. Si è infatti svolta nei giorni scorsi un’ispezione a cura del Dipartimento in questione in una delle sedi di Corridonia della comunità Pars, effettuata, a quanto pare, a seguito di una o più lettere anonime dal contenuto piuttosto pesante e di una serie di lamentele pervenute da qualche tempo, concernenti la qualità del vitto, il lavoro come esclusiva terapia, la scarsità del riscaldamento durante i mesi invernali.

Un’ispezione di cui ancora non si conoscono i risultati, e naturalmente va precisato che si tratta di accuse tutte da verificare, nella speranza che esse si rivelino infondate. Intanto però si può dire che l’accesso del Dipartimento ha finalmente e meritoriamente messo fine alla prassi assurda secondo la quale, in presenza di erogazioni da parte di un ente pubblico (in questo caso la Regione Marche) per le rette giornaliere dei soggetti ricoverati nelle varie comunità sparse nel territorio marchigiano, nessuno poi, a prescindere da esposti più o meno anonimi e da segnalazioni varie, va a controllare l’utilizzo di questi fondi, finalizzati – è bene rammentarlo – alle cure, alle terapie ed al reinserimento dei soggetti con problemi di tossicodipendenza. E non si tratta di pochi soldi, visto che la retta giornaliera, per i circa cinquecento posti disponibili nelle strutture accreditate nelle Marche, ammonta a novanta euro a persona e sale a cento euro e rotti nel caso di soggetti con doppia diagnosi (cioè con problemi non solo di tossicodipendenza, ma anche psichiatrici).

Ricordiamo che, specialmente per i soggetti dipendenti da eroina, il trattamento in comunità è senz’altro l’opzione preferibile, ove si voglia evitare la terapia ambulatoriale a base di metadone protratta spesso e volentieri per anni e anni (a dosi costantemente alte e senza alcun percorso di scalaggio, il che, in pratica, significa non uscire dalla droga, ma solo sostituire una droga con un’altra). Queste persone, anzi, questi malati (perchè la tossicodipendenza è una patologia molto grave, seppure autoindotta, con la tragica possibilità di esiti pure letali), che generalmente arrivano alle strutture pubbliche dopo anni di uso ed abuso delle sostanze ed innumerevoli sfaceli nella vita personale, familiare e lavorativa, spesso anche con problemi giudiziari, hanno difatti un grande bisogno di uscire dal loro ambiente (dove seguitano a gravitare spacciatori senza scrupoli e senza pietà, nonché amici e conoscenti ancora invischiati nel consumo di droga) per trascorrere un periodo di tempo significativo in una situazione diversa e protetta, in cui ritrovarsi, recuperarsi, ricostruire le basi della loro personalità e progettare il loro reinserimento nella società.

Ecco, quindi, dopo un periodo che dovrebbe essere il più breve possibile di disintossicazione fisica attraverso il metadone o farmaci analoghi, la necessità di una permanenza della durata di qualche anno in una comunità terapeutica residenziale. E tale comunità (sempre nell’ottica di un distacco significativo, anche a livello territoriale, dall’ambiente di riferimento e dalle persone che in tale contesto si sono frequentate) dovrebbe essere possibilmente scelta – questa almeno è la nostra opinione – non a due passi da casa, ma in una collocazione geografica distante dal luogo dove si è consumata la tossicodipendenza. Tuttavia la Regione Marche, in un presunto quadro di contenimento della spesa per i ricoveri in comunità terapeutiche extraregionali, ha deciso da qualche anno di ridurre, sino a bloccare del tutto, gli invii in comunità terapeutiche al di fuori dei confini marchigiani, in palese violazione del principio costituzionale della libertà di cura e con il risultato assurdo che a volte sono state fatte rientrare nelle Marche persone ricoverate in comunità esterne alla nostra regione ove la retta giornaliera era più bassa di quella qui riconosciuta.

E i vari Dipartimenti dipendenze patologiche, che sono il braccio operativo dell’Asur Marche in materia di tossicodipendenza, si avvalgono molto poco anche della possibilità di inviare i soggetti che hanno bisogno di terapie residenziali in comunità terapeutiche gratuite, come quella di San Patrignano, che, come è noto, accoglie ragazzi e ragazze con gravi problemi di droga a titolo completamente gratuito e non chiede e non accetta rette dalle famiglie e da enti pubblici. Ed è, tra l’altro, l’unica comunità con riscontri certificati ed oggettivi sull’esito finale delle cure, riguardanti sia il momento dell’uscita dalla comunità a programma ultimato che la situazione degli interessati a distanza di anni. Detto questo, non resta che plaudire all’iniziativa senza precedenti del Dipartimento, che, nel corso di questa recente ispezione, è appunto andato a vedere presso la Pars in qual modo vengono spesi i soldi pubblici delle rette giornaliere che – ripetiamolo ancora una volta – devono servire solo ed esclusivamente alle cure ed al recupero di ragazzi sfortunati e malati, che già sono stati “utilizzati” per l’arricchimento degli spacciatori e dei loro mandanti (le grandi organizzazioni mafiose operanti in Italia, che detengono il monopolio del mercato della droga) durante la loro carriera di tossicodipendenti e non possono essere sfruttati a tal fine anche in fase di terapia e recupero.

La convenzione tra l’Asur e le varie strutture del privato sociale accreditate comporta infatti – e non potrebbe essere altrimenti – il rispetto di determinati parametri qualitativi e quantitativi circa la presenza e la professionalità del personale che opera nelle varie comunità terapeutiche, le prestazioni sanitarie, sociali ed educative erogate (che non possono essere costituite dalla sola terapia del lavoro, anche se questa è certamente importante), le caratteristiche delle strutture, il vitto e l’alloggio. Parametri che devono obbligatoriamente sussistere e non possono essere considerati un “optional”. Pertanto, nel mentre ci sembra giusto sottolineare la necessità di estendere le verifiche a tutte le comunità terapeutiche accreditate presenti nella nostra provincia e nel territorio regionale, siamo con forza a chiedere che vengano resi noti i risultati dell’ispezione intanto effettuata. Ciò nell’interesse pubblico, della stessa Pars e soprattutto nell’interesse dei ragazzi tossicodipendenti, che purtroppo, spesso e volentieri, insieme alle loro famiglie, vengono considerati solamente come strumento per più o meno veloci arricchimenti economici e non come persone da curare (oppure da curare solo in maniera fittizia, senza personale adeguato sia a livello quantitativo che qualitativo).

* Gaetano Angeletti, presidente dell’associazione La Rondinella, Giuseppe Bommarito, presidente dell’associazione Con Nicola, oltre il deserto dell’indifferenza



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