L’avventurosa storia di Tullio Moneta,
il mercenario
Un Indiana Jones maceratese che ha scelto il Sudafrica come propria dimora con vicino di casa Nelson Mandela. Ha fatto la guerra in Congo e poi anche l'attore. La sua biografia presentata domenica 30 marzo alla "Bottega del libro" di Macerata
di Maurizio Verdenelli
Lo sguardo è triste, circospetto nonostante il fisico possente, l’estrema abilità con le armi (lui è capace di montare e smontare un mitra in 20 secondi). “Mi guardano, poi abbassano gli occhi, mi dispiace. Ho l’impressione di essere volutamente emarginato dalla mia città. Eppure Nelson Mandela, quando mi incontrava vicino casa a Johannesburg, mi sorrideva tutte le volte: “Salve, come stai?”. Ed io, pronto: “Bene, signor Presidente, e lei?”. Poi Mandiba, un uomo alto e forte, scortato dai suoi uomini, andava a fare il bagno nella piscina del Country House del club di cui eravamo soci noi tutti che abitavamo nelle ville dell’elegante quartiere di Lower Houghton della capitale economica del Sud Africa”.
Cerco di tirar su il morale al gigante con una battuta: “Non tutti i maceratesi, vede, ce l’hanno su con lei perché anche il grande Mandela lo era, maceratese, anche se ‘onorario’. Nella primavera dell’86 aveva avuto, mentre era ancora in carcere, la cittadinanza da parte consiglio comunale di Macerata (delibera del 14 marzo). Insieme con lui divenne ‘maceratese ad honorem’ anche il vescovo anglicano Tutu, campione anch’egli dell’anti-apartheid…”
“ Mons. Tutu…lo considero superiore a Mandela, anche perché non sono mai stato un uomo di sinistra. Anzi a veder bene non sono neppure più italiano, non solo maceratese o marchigiano. Sono nato 77 anni fa a Rijeka, nell’ex Jugoslavia, madre umbra, ed ho passaporto sudafricano. A Johannesburg spero di tornare appena mi riprendo da questa mia ferita all’inguine: sono stato a Parigi prima di tornare qui a Macerata per vedere se riesco a guarire”.
Lui è Tullio Moneta, l’Indiana Jones che ama Shaskepeare, Joyce, Keats, il gigante dall’aria malinconica che ascolta Debussy e Wagner. Il suo sguardo interroga come il cacciatore la foresta e s’illumina solo quando ricorda il nome di battaglia della sua ‘guerra africana’, Chifambausiku, che in lingua zulu vuol dire: “Colui che si avvicina di notte”. “Amo la guerriglia” sorride lievemente Tullio che lasciò su due piedi un lavoro dalla ricca retribuzione per arruolarsi nel Quinto Commando che lottò tra il 1964 e il 1966 in Congo. Non ‘contractors’, non mercenari ma un corpo speciale inquadrato nell’Armee Nationale Congolaise. Militari con il senso dell’onore, non protagonisti di violenze e saccheggi. “Ci trovavamo di fronte ad eccidi ed ogni tipo d’orrore commessi contro donne, vecchi e bambini da parte dei Simba, i seguaci marxisti di Patrice Lumumba. Un giorno ci trovammo di fronte a suore missionarie, violentate dai Simba (tutte erano in stato interessante!) ma vive. A salvarle era stato la loro conoscenza con la medicina e la pratica infermieristica. Non si salvarono, come purtroppo noto, i caschi blu dell’Onu, trucidati e poi …mangiati. Cervello e cuore dai capi, ché questi pensavano di acquisire ritualmente la forza di quelle povere vittime: il resto venduto negli spacci locali. Fu fermato un congolese con un macabro reperto portato con disinvoltura sotto il braccio. L’uomo si giustificò, protestando anche perché asseriva d’averlo pagato regolarmente al mercato!”.
Un altro maceratese avrebbe calcato, per primo, quei territori insanguinati di Kindu, il teatro congolese della strage degli italiani: il compianto dottor Giorgio Pagnanelli, che sarebbe poi stato direttore generale della sede Onu in Italia e poi il primo presidente della Fondazione Carima. “Scesi solo io –mi raccontò un giorno, Pagnanelli- dall’elicottero. I rivoltosi mi puntarono subito la pistola alla tempia. Con tutto il sangue freddo in corpo li…minacciai: ‘Se mi uccidete arriveranno aerei da ogni parte e per voi sarà finita…’Non era assolutamente vero, ci credettero però e riuscii a portare a termine la mia missione salvando altre vite umane”. Fino a quando visse, Giorgio Pagnanelli fu l’ospite d’onore della cerimonia che annualmente si celebra all’areoporto di Livorno nel ricordo delle vittime di Kindu”.
La storia di Tullio Moneta è invece ora in un libro che domenica (ore 17.30) verrà presentato a La Bottega del Libro, in corso della Repubblica, a Macerata. Presenti chi scrive e Giorgio Rapanelli che con Ippolito Edmondo Ferrario l’ha scritto per ‘Lo Scarabeo Editrice Milano’. Il titolo: Mercenario. Dal Congo alla Seychelles. La vera storia di ‘Chifambausikos’ Tullio Moneta.
Tre mesi, tutti i giorni insieme, Giorgio e Tullio. E’ venuto fuori un libro che il sospettosissimo ‘mercenario’ Moneta (un destino nel nome) ha ritenuto veridico, corrispondente ai suoi racconti. Una vita da film, ma a puntate. Già perché non finisce con il Congo, come dice il titolo, per il Signore della Guerra che nel frattempo ha fatto anche l’attore (“I cinematografari sono tuttavia infidi, non come i militari”) oltre che prendere parte al fallito colpo alla Seychelles per far fuori l’illegittimo governo del marxista (e dai!) Albert Renè. Il mancato putsch dell’81 (cinque anni prima dlela cittadinanza maceratese a Mandela!) ha ispirato un film famoso “I quattro dell’Oca selvaggia” con attori del calibro di Richard Burton, Roger Moore e Richard Harris. Il quinto, come quello dei Beatles: fu proprio lui. Tullio Moneta da Macerata, anzi il maggiore Moneta del Commando Congolese. Che ha fatto da consulente al film insieme al suo comandante di sempre, il mitico colonnello Mike Hoare. Che di lui disse: “Lo ricordo come un eccezionale soldato e un grande comandante di uomini”. Dalla forza straordinaria, Moneta, da impaurire il violento sergente Dreyer che disprezzava i soldati italiani del Quinto Commando: “Adesso o chiedi scusa o ti gonfio”.
E l’altro chiedeva scusa. Un po’, come quando da ragazzo, Tullio, (atleta, musicista) affrontava i coetanei civitanovesi sulla spiaggia: “Volete prenderle da me, le botte, singolarmente oppure tutti insieme?”. E tutti scappavano. “Stavamo a Macerata sempre a dire: bisogna lasciare questa città. Vivere la vita a Milano, dovunque purché fuori da qui…”. Il più convinto del giro dei giovani leoni era Gerardo Flamini. “Tuttavia –ricorda Moneta- quando gli telefonai da Milano perché mi raggiungesse in quanto c’era lavoro anche per lui, Gerardo era in spiaggia con la sua ultima fiamma…’Ma proprio adesso che sto davanti al mare, in sdraia con lei…magari dopo l’estate”. Flamini, dipendente postale, ha vissuto tutta la vita a Macerata. Eccetto ora: dopo tre mesi a Panama e due rapine subite, una in spiaggia, l’amico di sempre è volato nelle Filippine: un percorso inverso, da settantenni, di un programma di vita comune nutrito da ragazzi. “Ma torno presto in Sud Africa, quella è la mia vera casa non Macerata, qui nulla è cambiato!” giura a se stesso il Signore della Guerra nella ‘palude’ marchigiana. “Le armi (mercenarie) sono disunite, ambiziose, senza disciplina e infedeli” scriveva ser Macchiavelli, ma il mercenario ‘fedelissimo’ non sapeva ancora che niente di peggio assomiglia in realtà all’amarezza del ritorno nella classica provincia italiana: una lama a tradimento che ti trapassa l’anima, dopo tante battaglie nel resto del pianeta.




Un articolo bellissimo, strepitoso e commovente. Grazie, Maurizio. E naturalmente domenica – salvo contr’ordini – ci sarò anch’io. Tra il pubblico, ovviamente. Ma non mi perderei per niente al mondo la presentazione del libro del mio amico Tullio, gigante dal cuore d’oro.
Uno dei carnefici di Lumunba, che lottava per l’indipendenza del popolo Congolese, lo definiamo Indiana Jones!!!!!! Non mi sembra politicamente ma soprattutto storicamente corretto!!!! E un paramilitare fascista al servizio delle potenze neocoloniali che in quegli anni attraverso una controguerriglia insanguinava il Congo con azioni di terrorismo nei confronti della popolazione civile. Io mi dissocio e mi vergognio di definire compaesano un persona che ha contribuito a tenere schiave le popolazioni del terzomondo.
Questo “rino pace” è il solito comunistoide datato che guarda con i paraocchi messigli da altri interessati a manipolare la verità, come li portavo io nel 1964, quando leggevo sull’Unità che definiva i Simba patrioti e i mercenari assassini. Quando nel 1966 andai in Congo mi resi conto della realtà: ossia, che i Simba erano degli assassini tribali sanguinari e cannibali, mentre i mercenari salvavano le persone, con l’appoggio delle popolazioni congolesi, massacrate dai Simba. I mercenari, pagati dall’Occidente e sostenuti dall’ONU, non avrebbero vinto se non fossero stati sostenuti dalla popolazione locale. Per la Storia, Lumbumba fu assassinato dai suoi nemici neri congolesi.
Invito il “rino pace” al dibattito che avverrà con Tullio Moneta domani pomeriggio alle ore 17,30 presso la “Bottega del Libero” di Corso della Repubblica, Macerata.
Grazie a Filippo Davoli (che aspetto domani a La Bottega del Libro) e grazie a Rino Pace, sopratutto perchè mi offre l’occasione di intervenire nuovamente e rendere testimonianza completa rispetto a quello che Moneta mi ha detto nel corso dell’intervista. Di certo il ‘mercenario’ Tullio -lo dichiara espressamente- non è stato mai marxista. Tuttavia si è limitato solo a questo: nessun elogio al fascismo, da parte sua. E non c’è motivo di ritenere che non si sia comportato con umanità nel suo difficile ‘mestiere delle armi’. Pare che questo maceratese così ‘irrituale’ (pur facendo parte di quella ‘storica’, sottilissima percentuale di concittadini ‘giramondi’ a differenza di tutti gli altri) abbia fatto onore, invece, allo spirito di pietas e d’accoglienza così radicato da noi, nonostante tutto. Nel corso dell’intervista, con un profondo senso di tristezza, Tullio Moneta, dunque, mi ha pure detto: “Sono rimasto affezionato a quella terra d’Africa così sfruttata, violentata, sempre ‘occupata’. Quando arrivavano i ‘liberatori’ a scacciare il tiranno, il 50 per cento delle ricchezze del luogo finiva in mano loro, poi la gran parte di quell’altra metà andava agli speculatori, agli avventurieri di ogni risma e di ogni nazione che accorrevano al solito ogni volta come avvoltoi. Quel poco che restava andava finalmente a vantaggio della popolazione. Poca roba, pur sempre qualcosa rispetto al nulla della precedente tirannide. Quella povera gente è sempre nel mio cuore: io mi sento sopratutto africano, anzi sudafricano”.
Lumumba è stato catturato dai paracadutisti Belgi famosi per le torture e per le feroci rappresaglie che facevano sulla popolazione dei piccoli villaggi rurali che appoggiavano la lotta di liberazione, e poi ucciso dagli oppositori interni. Detto ciò il dopo Lumumba fù quarantanni di dittatura ferocie imposta con l’aiuto dei mercenari paramilitari fasciti al soldo delle potenze neocoloniali, e di cui il nostro “INDIANA JONES” faceva parte!!!
Caro Rino Pace, vai a chiedere a coloro che sono stati mangiati davanti alla “edicole” dedicate a Lumumba quanto siano buoni i “lumumbisti”… Informati meglio sul “santo” Lumumba… un “santo” come Mandela, che ordinava – quest’ultimo – gli attentati terroristici che ammazzavano civili inermi bianchi e neri sudafricani nei bar, nei ristoranti, nelle chiese e per la strada… Perciò fu messo in galera dal governo sudafricano razzista dell’apartheid… Solo perchè era un terrorista e non un “santo”, è chiaro, compagno Rino Pace? (Ma sei veramente un “compagno” dell’epoca sovietica?)
I quaranta anni di “dittatura feroce” il ladrone e assassino criminale Mobutu se li fece da solo, senza mercenari bianchi, cacciati nel 1967. Mentre invece il marxista Robert Mugabe, criminale e ladro che fece assassinare 22 mila uomini, donne, bambini e vecchi della tribù dei Matabele dai militari nord coreani, (che ereditò dai colonialisti una Rhodesia ricca, riducendola in una completa povertà, con 4 milioni di suoi sudditi emigrati nelle miniere sudafricane, per arricchire i nuovi potenti neri del partito del “liberatore” Mandela), è ancora al potere.
Smettiamola una buona volta di vedere il Bene tutto da una parte e il Male tutto dall’altra: non esiste un “bovero negro” tutto buono e un bianco colonialista tutto cattivo…
Comunque, caro Rino Pace, alle 17,30 (nuova ora legale) troverai Indiana Jones alla Libreria del Corso, così potrai dirgli in faccia ciò che ti prude dentro… E – puoi starne certo – che non ti mangerà cuore e fegato come facevano i “lumumbisti”.
Perbacco che fiera di banalità e di inesattezze storiche…..spero che visto l’orario il tuo articolo sia stato dettato dai fumi del’alcool, altrimenti caro mio non c’è compagno che ti possa salvare da una così prepotente ignoranza!
Caro “compagno” Pace, Tullio e Verdenelli ti aspettavano al dibattito, ma tu non ti sei fatto vedere. Magari ti eri camuffato con barba finta e occhiali scuri… Sei il solito intellettualoide di Sinistra che chiacchiera comodamente seduto al Venanzetti, ma non ha provato mai la considerazione che ti fai dei “boveri negri” quando hai un Garand puntato alla testa a Leopoldville, oppure quando stai rischiando il linciaggio ai confini dell’Uganda con il Congo, oppure quando ti abbandonano sulle rive di un fiume infestato dai coccodrilli, in attesa di decidere di che fine farti fare.
Capisco che è duro oggi dare ragione a Jacopetti, quando ci faceva vedere col suo “Africa Addio”, come sarebbe diventata l’Africa con gli Africani al potere, i cui popoli sono dissanguati e massacrati da despoti immondi e ladri, al servizio delle Potenze occidentali e orientali. La differenza che c’è tra me e te e che tu porti il tuo cervello all’ammasso in modo acritico, magari soddisfattoi di un apprendista stregone come Renzi, o di intellettuali che si fanno un partito perchè a Sinistra per loro non c’è più trippa per gatti. Mentre io sono libero… anche di sbagliare, ma libero di pensare con la mia testa: sempre.
Allora te parlo in dialetto cusci casomai capisci….a me ,me sa che co ssa testa tu lu rischiu linciaggio ce l’hai tutti li gliorni appena apri vocca!!! Damme retta pijete na purga e confessete de tutte sse “str……ate” che sci dditto fino a mmo!!!!! fidete coccumia…
Quindi sei d’accordo con me che Mandela era in galera perchè era un terrorista marxista che faceva mettere le bombe che massacravano civili innocenti, bianchi e neri, e che Winnie Mandela aveva le sua squadracce che mettevano un copertone d’auto cosparso di benzina al collo della vittima per farla così morire bruciata. Il grande Togliatti diceva: “Compagni, la cultura non è mai troppa!” Quindi, caro “Rino”, informati e riposa in “pace”.
defecati in mano e datti uno skiaffo……….è un ordine soldato!!!!!!!!!!!!!
Compagno Rino Pace, hai letto della nigeriana nera che ha staccato con un morso il dito ad un controllore bianco?
Quando ne avrete fatti entrare in numero sufficiecente, per la felicità della Boldrini e della Kyenge, con voi “compagni” ci faranno lo spezzatino.