Il bibliotecario che scriveva la storia dalla parte degli umili

In ricordo di Libero Paci
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verdenellidi Maurizio Verdenelli

Se Alberto Manzi negli anni 60 aveva alfabetizzato l’Italia del dopoguerra dal piccolo schermo, Libero Paci – di cui questa mattina si sono celebrati i funerali nella chiesa di Santa Croce (leggi l’articolo) – aveva ‘alfabetizzato’ i maceratesi entusiasmandoli alla storia della propria città dalle colonne de ‘Il Messaggero’, in formidabili ed irripetibili anni nel decennio ’90.
L’autore della fondamentale “Storia di Macerata” (dal 1918 ai giorni nostri) aveva accettato di uscire virtualmente dai polverosi scaffali di librerie e biblioteche e petrarchescamente ‘gir’ tra la gente per il tramite di un medium inusuale: un quotidiano locale. Che, anche grazie a lui e ad uno stuolo di collaboratori ‘fuori riga’, innalzò sul territorio maceratese le vendite, come mai prima -e mai più sarebbe successo. Grazie a Libero, a questo uomo ironico e schivo ricercatissimo dai ricercatori di storia locale e da studenti alle prese con la tesi di laurea, sbocciò una nuova primavera nell’Atene delle Marche. Sul suo esempio (e sui suoi scritti) qualcuno gettate definitivamente (per il momento) consolidate aspirazioni politiche, si cucì addosso un nuovo ruolo ed una nuova identità: quello dello storico che nel corso degli anni l’avrebbe consacrato.  E pure avvocati scoprirono vocazioni di ricerca, cultura, storia patria. Tutti all’ombra di quella piccola ‘scuola siciliana’ che era la redazione maceratese de ‘Il Messaggero’.

Libero Paci insieme alla moglie Ersilio Nicolai nel giorno del loro matrimonio

Libero Paci insieme alla moglie Ersilia Nicolai nel giorno del loro matrimonio

Cui Libero faceva pervenire ogni due, tre giorni le proprie riconoscibilissime ‘veline’: carta bianchissima, sempre quella, sulla quale scriveva con la Olivetti 22, inchiostro nero, affascinanti racconti. Senza rettifiche. Eccetto una volta. Qualcuno pensò, infatti, di ipotizzare una versione leggermente diversa rispetto a quello che aveva scritto Libero. Per la prima volta, il pacificissimo Paci irruppe quasi furente in redazione con la ‘velina’ scritta di fresco. In cui controreplicava in modo assoluto e definitivo. La storia maceratese di Libero era a prova di smentita.
Ma cos’era successo perché Paci avesse deciso di abbandonare il luogo, fisico e spirituale, in cui aveva vissuto praticamente per tutta la vita, perfettamente: la biblioteca Mozzi-Borgetti? Inoltre negli ultimi tempi aveva scelto come ultimo ‘ridotto’ la parte più lontana e nascosta dell’edificio: una monade ridondante di libri, settecentesca dove trascorreva le sue ore di lavoro in compagnia di Michele Marconi, che lo vegliava venerandolo come un padre. Pochi avevano accesso a queste ‘stanze’ oscure. Uno di questi, Gabor Bonifazi, fu l’artefice dell’operazione che avrebbe ‘traghettato’ il nobilissimo e quasi inavvicinabile ‘signore’ della Mozzi- Borgetti in una redazione di giornale, facendo dilagare la storia, gli aneddoti, i protagonisti ma sopratutto gli umili, gli ultimi (perché la storia di Libero è vista dalla prospettiva di quest’ultimi) nelle colonne di un quotidiano, al pari di notizie d’attualità? Anzi sgomitando con queste per i posti ‘migliori’.
Ci furono incontri, perfino cene a casa di Gabor e Lucia. Alla fine riuscii a convincere Libero. Fu un sodalizio che durò anni, anche al di là della fine dell’avventura al ‘Messaggero’ storicizzata comunque da un bel libro “Ma c’era Macerata” (a cura di Guido Garufi anch’egli a quel tempo, 24 anni fa, collaboratore del giornale romano) che raccoglieva rigorosamente  titoli e ‘pezzi’ del grande storico maceratese apparsi ‘in cronaca’.
Paci mi seguì in altre avventure editoriali. L’antico “prigioniero di se stesso” nell’antica biblioteca di città, ormai era coinvolto dall’agorà. Scrisse anche per Fernando Pallocchini su ‘La Rucola’ e divenne una firma  per altri quotidiani e dal 2005 per “Punto a capo” rivista edita, fino all’altroieri, da Pierino Bellesi.
Nel 2004 lo incontrai lungo piaggia Floriani. Ci interrogammo, non ci divertivamo più a non scrivere tutti i giorni, ma qualche giorno più tardi gli telefonai. “Libero, Pierino Bellesi vuol pubblicare un libro su Briscoletta (Pietro Baldoni, fotoreporter del Messaggero ndr). Ci stai?”. Eccome! Libero era amicissimo di Pietro. Lo era stato anche di Mario, il padre. Sapeva, insomma tutto di tutti, dei maceratesi dal 1918 ai giorni nostri. Nacque così, con il contributo di Maurizio Lombardi, l’ormai introvabile “Pietro! Briscoletta & Friends nella Macerata del dopoguerra”(Alfabetica edizioni). Fu l’ultimo libro di Libero. Poi, sollecitatissimo dalla collega Gaia Tiranti, ancora qualche altro articolo storico per la rivista di Bellesi, diretta da Lombardi subentrato a chi scrive.
Poi il silenzio. “Ormai Libero non viene più al telefono” mi disse qualche anno fa, con dispiacere, Gaia alla quale consigliavo, al solito, di ricorrere a Paci per la puntuale consulenza sui fatti di ieri. Ersilia, la moglie, vegliava sul riposo del grande guerriero che aveva esortato la sua città ‘alle historie’.
Paci, ora, continuerà a vivere nei manuali, ma sarebbe senz’altro il caso che il Comune (anzi ‘La Comune’ ché Paci, pur di radici fermane, amava indulgere nel dialetto maceratese nei suoi esilaranti racconti) ricordi l’ìmportanza di questo storico ‘dalla parte degli ultimi che scrivono pagine con il loro dolore’. Non erano ‘notizie’ dal Palazzo, quelle dell’ex bibliotecario della Mozzi Borgetti, ma della strada, della via, della piazza.
Speriamo che stavolta il Palazzo non dimentichi proprio un maceratese benemerito che amava la propria città…come purtroppo sembra abbia fatto con Maria Tamburrini, cento anni qualche giorno fa, l’angelo del pane che aiutò a sopravvivere tante famiglie durante la guerra.
“Che ci dici sulla guerra, Libero?” lo stimolavo con un sorrisetto. E lui, giù con un episodio, rigorosamente inedito, attaccava: “L’avevano capito subito, nonostante l’indottrinamento, che sarebbe stata un’enorme tragedia, proprie le nostre vergare. In piazza Garibaldi due, tre furono sentite dire, dopo l’annuncio del Duce alla radio: …’su mattu, co li todeschi…’.



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