Perché tanto spettacolo
sull’intimità dei funerali?

Il silenzio di una volta e il clamore di oggi. Il bisogno dei singoli individui (“io”) di distinguersi dagli altri (“noi”). Due poesie di Giordano De Angelis
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Novembre è il mese dedicato a chi ci ha lasciato per sempre e ogni volta, a novembre, mi abbandono a pensieri su ciò che negli ultimi anni son diventati i funerali, il momento per così dire ufficiale –nel senso proprio del termine: pubblico, solenne  – dell’inesorabile addio. Da qualche tempo l’informazione, e senza alcuna differenza fra carta stampata, giornali online, radio e tv, concede largo spazio a corali e sonore espressioni di cordoglio, espressioni che giungono alla ribalta dei media con gesti e frasi ad effetto ricavate spesso dalla retorica dei pomeriggi televisivi. Siamo, insomma, alla spettacolarizzazione dei funerali.

Vero è che la morte di qualcuno non può  non suscitare un profondo cordoglio nella comunità nella quale lui era vissuto e quanto più piccola è la comunità (paesi, frazioni, rioni, parrocchie) tanto più grande – generale, unanime – è il cordoglio. Sorprende tuttavia il crescente risalto dato dai media alle cerimonie funebri di uomini e donne anche di non vasta notorietà, considerandole eventi  di tale risonanza da coinvolgere l’attenzione pure dei moltissimi – lettori o ascoltatori – che non hanno alcun rapporto nemmeno di vaga conoscenza coi defunti. A volte le cause di tali decessi sono così impressionanti  che l’opinione pubblica ne rimane colpita a prescindere dalla rinomanza delle vittime, e l’informazione, correttamente, ne dà conto, specie quando sono in corso indagini su eventuali responsabilità. Io, però, non mi riferisco alle cause, ma al modo a mio avviso troppo pubblico e troppo poco privato con cui la cosiddetta gente comune, non senza la complicità dell’informazione (grossi titoli, ricchi servizi fotografici, interviste ai sacerdoti celebranti, affrante dichiarazioni dei presenti), ritiene di dover salutare il feretro che si avvia all’ultima dimora.

Un tempo non era così. Sui funerali, un tempo, calava quella particolare specie di riserbo che s’immaginava dovuta all’intimità dei sentimenti. E, un tempo, i giornali non calcolavano che dare largo spazio alla cronaca dei funerali favorisse la diffusione nelle edicole e la crescita dell’audience. Nel percorso verso il cimitero, un tempo, il feretro procedeva in silenzio: gli uomini, lungo le vie, si toglievano il cappello e le donne si facevano il segno della croce. Insisto: silenzio, silenzio. Per quali motivi, allora, questo nuovo fenomeno? Sia chiaro, non intendo giudicarlo (lungi da me la volontà – o meglio: l’indebito ardire – di trinciare giudizi su ciò che l’immagine della morte provoca oggi nel cuore degli esseri umani). Semplicemente mi chiedo perché mai i funerali son diventati a tal punto notizia da meritare un così chiassoso rilievo.

Ricordo che l’anno scorso e proprio in questi fatidici giorni di novembre mi occupai di un argomento simile: gli applausi che accolgono la bara all’uscita dalla chiesa. Anche negli applausi, infatti, mi parve di scorgere un che d’innaturale, un che di non rispettoso dell’assorta mestizia del momento. Se la parola “applauso” significa “approvazione”, “consenso” e financo “entusiasmo”- mi chiedevo – chi mai si dovrebbe applaudire? La ferale signora con la falce? Accettarla, sì, nella sua inesorabilità. Ma applaudirla? In questo, però, l’informazione non c’entra. O c’entra poco, se non per un effetto imitativo. Lo scrosciante battimani al feretro fa parte ormai dell’uso comune e chi applaude intende esaltare le virtù del defunto, non lui morto ma come se fosse ancora vivo e potesse ringraziare. Non silenzio, dunque. Clamore. Come per un attore che al calar del sipario abbia bene interpretato la commedia della vita. A scena aperta, davanti a una sigillata cassa di legno. Fu questo, per me, il primo segnale di un progressivo processo di spettacolarizzazione della morte che poi con la decisiva complicità dell’informazione (non più solo effetto, allora,ma causa) è giunto a rendere drammaticamente teatrale anche ciò che accade dopo, durante e oltre. Di questo passo avremo cimiteri illuminati da luci psichedeliche e inondati di musiche a pieno volume come nelle discoteche?

Secondo me c’è qualcosa che unisce i due aspetti – gli applausi e le cronache dei funerali – e li rende testimonianza di un modo d’intendere la vita che ci riguarda tutti, nel senso che vi siamo tutti immersi. E mi riferisco al protagonismo dell’individuo. Più che il pur genuino affetto per il morto, intendo dire, l’applauso alla bara sembra esprimere il desiderio di manifestarsi in pubblico per uscire da quell’assorto anonimato dei sentimenti che nell’attuale società viene considerato, in qualsiasi circostanza, una insopportabile limitazione. Si pensi ai “social network”, a “Facebook”, a “Twitter”. Milioni e milioni di individui se ne servono per dire “io”, per far sapere in pubblico come “io” sono, come “io” amo, odio, spero, dispero, rimpiango, come “io” distinguo il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, la passione dalla ragione. Così in certi cartelli esposti nel sagrato, dopo la cerimonia in chiesa, e ai lati delle strade limitrofe. Cartelli con dentro, ripeto, la retorica delle canzoni in voga o delle dolciastre interviste in tv ai vip della scena e della moda. Cartelli che poi vengono ripresi e messi in risalto dai giornali (fra virgolette, nei titoli di testa!), per cui c’è da credere che nei funerali futuri essi saranno sempre più uguali e sempre più numerosi. Cartelli nei quali l’affetto per la persona scomparsa – e non nego che ci sia – passa in secondo piano rispetto al bisogno di porsi in evidenza di chi – “io” – li ha scritti. Nel pensare alla morte, un tempo, c’era più “noi” che “io”, quel “noi” che abita nel profondo delle coscienze ed è il tacito e naturale alimento del concetto di società. Oggi molte cose sono cambiate, sia sull’idea della morte che su quella della vita: siamo tanti “io” e siamo pochi “noi”. Meglio o peggio? Ripeto, non so giudicare. Anzi, mi ostino a credere che sia meglio. Ossia che prima o poi, grazie a questo irruente mettersi in piazza degli individui e alle riflessioni  che nell’animo loro non possono non derivarne, gli “io” tornino, più convintamente, ad essere “noi”.

Ed è per reagire al diffondersi di una così impudica spettacolarizzazione della morte – o “profanazione del dolore”, come la definisce il grande scrittore Claudio Magris – che la sensibilità del poeta vernacolare Giordano De Angelis si è tradotta in due liriche scandite dall’impeto leopardiano dell’endecasillabo. La prima s’intitola “Ricurdìnu”. Eccola: “Stu fregnu che se chjama ricurdìnu / duvrìa sirvitte a fatte penzà a me / per avécce lu còre sèmbre piìnu / se tu, sur serio, m’’i vulùtu vè’. / Ma non esagerà, ché non cioccóre. / Vasta un penzieru e mbó de nostargìa. / E’ sufficiènde pe’ rimbì lu còre. / Io, da Quassù, farò la parte mia”. La seconda, a tal punto “radicale” da dover indurre, tutti, a porsi qualche perplessa domanda, s’intitola “Testamentu”. Eccola: “Io, dopo mórtu, vojo èsse bbrusciatu. / Gnènde commendi, né parlati o scritti. / Chi lo vò’ fà, mandenga ‘stu ricordu: / da vivu? fu ccuscì, comme adè statu. / Lo funerale? Comme li puritti. / Per me, non vojo che se spènna un sòrdu. / Né prete, né funzió. Senza li fiuri. / Non vojo manifesti su li muri. / E quanno àgghio finito de cambà / se quarghe pézzu de lu corpu mia / serve a quarcuno, non ce stà a penzà, / je po’ da’ pure tutto e cuscì sia”.

 



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