In viaggio nelle Marche con Giuseppe Gioachino Belli
In un libro di Manlio Baleani le molte località visitate dal grande poeta romano, con una predilezione per Morrovalle
Giuseppe Gioachino Belli, il grande poeta che con centinaia e centinaia di sonetti in romanesco seppe dare un’alta dignità letteraria al dialetto come espressione di autentica cultura popolare, viaggiò a lungo nelle Marche, sia perché nella prima metà dell’Ottocento era quella la via migliore per raggiungere, dalla sua Roma, Bologna e Milano, sia perché della gente marchigiana, e soprattutto delle famiglie altolocate, apprezzava la colta e cordiale ospitalità. Quante volte passò e sostò nella nostra regione? Ce lo dice Manlio Baleani in un libro che attraverso i diari dello stesso Belli e altre testimonianze documenta con ricchezza di dati quelle non sempre facili trasferte in carrozza, sia lungo la Flaminia e oltre il Furlo per raggiungere il Pesarese, sia lungo la via Lauretana (Foligno, Colfiorito, Serravalle) per raggiungere il Maceratese e l’Anconitano. Ben sedici volte, dal 1820 al 1844, toccando ventuno centri, cinque dei quali – Macerata, Morrovalle, Recanati, San Ginesio, Tolentino – nella nostra provincia.
Ma questo libro, che appunto s’intitola “In viaggio nelle Marche con Giuseppe Gioachino Belli, luoghi, incontri e personaggi” e il cui ricavato sarà devoluto alla Lega del Filo d’Oro, non vuol essere soltanto un panorama geografico. Al contrario. Baleani, infatti, ha da anni una sconfinata passione per la figura del Belli, ne ha studiato la produzione non solo vernacolare, l’epistolario, i diari di viaggio e le biografie, per cui nelle 170 pagine di questo lavoro c’è il poeta, ci sono i suoi affetti, le sue ironie, le sue delusioni. Nelle varie località ci transitò di passaggio o poco più: le strade, allora, erano impervie, bastava un temporale a renderle impraticabili, da Roma, in carrozza, ci volevano giorni, e ogni tanto bisognava fermarsi in qualche posto per mangiare e dormire (curiosi, in proposito, il disgusto per una lercia locanda di Villa Potenza, l’amara sorpresa di un furto subito a Valcimarra di Caldarola e il rischio della galera per aver definito “pisciabotte” l’apparato della festa di San Nicola a Tolentino). Sugli scudi, però, Morrovalle, dove nel 1824 e poi nel 1831 rimase per oltre due mesi, legandosi alla famiglia Roberti e particolarmente – forse più di amicizia – alla marchesina Vincenza, da lui chiamata “Cencia”.


Per uno spaccato dei passatempi a Morrovalle, fonte d’ispirazione: sonetti da pag. da 19 a 24.
http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_8/t208.pdf